È una questione di cultura diffusa e occorre che la diversità diventi un valore percepito, dice Antonella Bruzzese docente del Dipartimento diArchitettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

Fra accademia e realtà esiste un baratro, o almeno così sembra. Da una parte la ricerca, lo studio matto e disperatissimo, i sempre più efficienti e nobili progetti europei. Dall’altra la governance del reale: città afflitte dall'over tourism, dalla gentrificazione, dagli interessi speculativi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: affitti alle stelle, investimenti immobiliari che rendono difficile permettersi la vita in città e la chimera, lontana e agognata, di una metropoli davvero capace di essere inclusiva e accogliente. E soprattutto viva. Ne abbiamo parlato con Antonella Bruzzese, docente al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Ed ex assessora al Municipio 9 durante la prima giunta Sala.

Come si rende una città vivibile, economicamente e dal punto di vista dei servizi, per le fasce sempre più fragili, ad esempio giovani, nuove famiglie, bambini ?

Antonella Bruzzese: “Val la pena intendersi sul significato dell’aggettivo vivibile. C’è molta letteratura che riflette sulla qualità delle città, anche in funzione delle diverse popolazioni che la abitano.

Non serve solo il restyling per rendere bello uno spazio urbano, ma servono servizi, stabilità politico-economica, sicurezza urbana, scuole, un tessuto commerciale coerente, strutture sanitarie diffuse. E serve ogni parte della società: bambini, anziani, ricchi e poveri. Alla fine quello che conta è l’equità: una città vivibile è una città giusta, che offre accesso e opportunità di lavoro e di crescita a tutti.

L'accessibilità ai servizi, allo spazio pubblico, alla casa per le categorie più fragili, è un indicatore di vivibilità per l’intera popolazione. Il punto è capire come arrivare a costruire città solidamente eque”.

Milano è ancora una città possibilmente giusta?

Antonella Bruzzese: “Milano è la città dei record, un caso a sé nel panorama italiano. Ha il più alto livello di reddito per abitante, la maggiore densità di unità produttive. Ma al pari della ricchezza e delle opportunità economiche, cresce anche il divario economico, la polarizzazione. È un fenomeno diffuso, ampiamente analizzato e studiato.

Ma e la ricchezza di una città non è misurabile solo economicamente, altri fattori il benessere dell’area urbana e non sono direttamente quantificabili in termini monetari, ma in termini di capacità di soddisfare altri bisogni.

Il capitale sociale, rappresentato dalla molteplicità e dalla composizione e dalle relazioni sociali. Il capitale culturale, che riguarda in egual misura le offerte culturali, il livello d’istruzione, ma anche le capacità della popolazione di partecipare alla vita pubblica o di muoversi nel territorio in maniera informata. Il capitale spaziale, che consiste in tutte quelle infrastrutture di spazi e servizi - dagli spazi pubblici, alle scuole, agli ambulatori - che possono dare risposte ai bisogni dei cittadini”..

Quali sono gli interventi urbanistici che rendono possibile la convivenza fra istanze economiche e ragioni sociali (e etiche)?

Antonella Bruzzese: “L’urbanistica ha delle responsabilità evidentemente - ce lo ricordava già dieci anni fa Bernardo Secchi in un libro intitolato La città dei ricchi e la città dei poveri -  nel contribuire ad aumentare il divario sociale ed economico. Ma le  scelte devono essere innanzitutto politiche, prima di tutto orientate alla diffusione di una cultura dell’equità sociale e della redistribuzione.. A partire dall’idea che gli ’introiti fiscali siano risorse economiche da destinare in termini generali all’inclusione: una scelta che dovrebbe fondare in trovare ragioni (etiche) sia il recupero delle imposte che la loro gestione.

L’ottica dovrebbe essere sempre quella della redistribuzione delle risorse con un’attenzione particolare alle fasce fragili. Occorrono strategie urbane capaci di realizzare servizi laddove mancano, in maniera attenta alle reali necessità dei territori e di chi li abita, con interventi pensati in maniera integrata e capaci di mantenersi nel tempo lungo, ragionando quindi sia sulle risorse necessarie alla realizzazione ma anche a quelle per la loro gestione e sostenibilità nel tempo.

L’ampliamento dell’arena decisionale è un altro punto importante, conseguente alla diffusione di una maggiore consapevolezza collettiva. e persone, spesso, sono resistenti ai cambiamenti: coinvolgerle nelle scelte in modo autentico è fondamentale anche per radicare i cambiamenti. Non si tratta di sostituirsi alle competenze tecniche e politico-amministrative, ma l’ascolto e la comprensione delle istanze collettive dovrebbe essere il punto di partenza.

C’è molta retorica intorno al tema della partecipazione, ma l’esperienza di altre metropoli dimostra chiaramente che questa è la strada. A Barcellona le istanze di cittadini e attivisti hanno condotto a una pressione sulla politica che ha permesso di opporre ad esempio forme di resistenza agli effetti dell’over tourism e di processi di gentrificazione, della mobilità incontrollata fatta dalle istituzioni, promuovendo una cultura del territorio attenta anche alla gestione dei servizi e alla protezione della molteplicità dei tessuti sociali”.

 

Le aree periferiche e i territori dell’hinterland sono una risorsa da questo punto di vista ?

Antonella Bruzzese: “Non porrei la questione in questi termini. Penso però che siano ambiti su cui lavorare per aumentare la dotazione e l’accessibilità dei servizi. Da quattro anni nell’ambito del Laboratorio di progettazione di politiche urbane che tengo con Alessandro Coppola lavoriamo con gli studenti delle aree periferiche e periurbane e nei comuni di prima cintura della regione urbana milanese per capire come si declina lì, in quei contesti a bassa densità,  l’idea della città a quindici minuti. L’obiettivo è disegnare progetti e politiche che consolidino le condizioni per un buon abitare di prossimità. Obiettivo non facile, non solo per le condizioni socio economiche o demografiche (popolazione anziana, concentrazione di situazioni di fragilità sociale) ma anche quelle morfologiche e per come è stata costruita la città negli anni senza attenzione alla qualità della vita quotidiana e della dimensione collettiva e delle relazioni che costruiscono capitale sociale importante al pari di quello economico.

Le strategie si muovono su più piani: dal miglioramento delle condizioni di camminabilità, al riuso dei piani terra abbandonati, immaginando forme di supporto ad attività commerciali pensate come servizi, e ibridandone l’offerta.

In una maniera che tenta di integrare interventi sulla dimensione spaziale con quella sul capitale sociale e culturale, nella convinzione che occorra  coinvolgimento di una pluralità di attori e in particolare quella degli abitanti , soprattutto  in quegli ambiti periferici o lontani dai centri dove è importante attivare servizi che soddisfino bisogni di base. Poi è chiaro che non è pensabile immaginare un'università, un ospedale, un cinema, un teatro in tutte le periferie, però è importante che la loro accessibilità, lavorando su servizi di trasporto, ma anche sugli orari, le tariffe, sia garantita”.

Esiste la possibilità secondo lei di rendere attraenti queste parti di città diffusa ? E come ?

Antonella Bruzzese: “Non so si può renderli attraenti, ma certamente è necessario renderli vivibili e capaci di rispondere ai bisogni. Spesso queste aree sono vissute come quartieri dormitori, privi di ragioni per stare In realtà non è sempre così ed esistono luoghi e spazi ricchi di potenzialità da cui partire ad immaginare altre possibilità. Occorre partire da quello che c’è, dalle strutture fisiche e sociali già presenti,. Le scuole rappresentano una risorsa spaziale importante, perché sono diffuse e possono ospitare altre attività al di fuori dell’orario scolastico. Ma è utile riconoscere che anche in queste aree ci sono  luoghi di grande intensità, in cui il capitale sociale è una risorsa per innestare progetti di rigenerazione ”.

Esiste un modo per evitare la gentrificazione e supportare una crescita sistemica per tutti ?

Antonella Bruzzese: “Milano sta diventando sempre di più una città turistica e questo si somma a diversi altri motivi di attrazione. La tendenza, lo abbiamo già visto in altri luoghi, non ci fa essere ottimisti. Gli effetti sono potenzialmente devastanti. Assistiamo non ad una crescente espulsione di residenti che occorre fermare con politiche molteplici, a partire da quelle per case abbordabili, in nome di una città inclusiva; ma assistiamo anche a una  crescente “gentrificazione commerciale, che rende insostenibile quel commercio diffuso e non così globalizzato che tanto caratterizza le condizioni di prossimità e la cui riduzione contribuisce a privare i luoghi di senso e di identità.

Occorrono politiche e strategie, ma prima di tutto occorre un grande lavoro sulla cultura individuale e collettiva, per costruire la consapevolezza che la diversità è il grande valore delle metropoli”.