L’emergenza ambientale e sociale richiede una progettualità capace di costruire policy e sistemi con un obiettivo unico: non nuocere, non peggiorare le cose. Ne abbiamo parlato con Stefano Maffei

Quando si comincia a parlare di transizione ecologica ed emergenze ambientali, e non più di mode e lifestyle, occorre fare un salto evolutivo non scontato. È il momento in cui si passa dalla parola all’azione, dalla politica alla policy.

Il design ha un ruolo importantissimo in questa transizione, perché è la disciplina in grado di dare una direzione evolutiva all’industria. Come? Ce lo spiega Stefano Maffei, direttore del Polifactory del Politecnico di Milano e del Master in Service in Design.

Come sta cambiando il ruolo del design nell’industria italiana e perché è sempre più urgente parlare di policy e di sistemi e non di prodotto?

In questi giorni di crisi internazionale è sempre più chiaro come nessun paese possa pensare di sopravvivere grazie a economie isolate e focalizzate sul prodotto. L'Italia in particolare è tradizionalmente un grande trasformatore con poche risorse interne. Motivo che ci ha reso bravi nell’industria manifatturiera. Ma questo significa oggi non poter contare su un’economia ordinaria: ripensare la produzione come sistema è fondamentale per progettare l’industria del futuro.

Qual è il rischio se non si cambia il modo di progettare?

Il rischio è continuare a fare dei bellissimi prodotti all’interno di un’economia destinata a non sopravvivere alla transizione. Servono ragionamenti sistemici su cosa significa produrre in termini di qualità: benessere umano, valore del lavoro, second life, riuso, razionalizzazione delle risorse.  I prodotti hanno due, tre, quattro vite, a volte contemporaneamente. Ci vuole una visione strategica che integri tutte le parti esterne alla merce. E sono davvero tante.

Farà bene anche all’industria e all'economia?

L’industria diventa competitiva solo nel lungo termine, se si fa carico della circolarità e delle relazioni presenti in un sistema molto complesso. Questi sono temi tipicamente italiani, che ci aiuteranno a cambiare il significato del concetto di vendita. Bisogna incentivare chi si prende il rischio, economico e strategico, di cambiare. Dal mio punto di vista significa trasformare culturalmente le competenze e fare ragionamenti accurati su cosa si produce.

Parliamo di green imperative: secondo Victor Papanek (e non solo secondo lui) il design ha il potere di dare risposte e di testare soluzioni con strumenti scientifici e creativi. Lo fa a sufficienza?

Victor Papanek scriveva cinquant’anni fa. Era la sabbia nel motore del turbo capitalismo. Oggi ovviamente ci sembra un visionario che sollevava problemi ovvi, perché le cose non sono molto cambiate.  Il capitalismo classico basato sul paradigma produzione/vendita crea ancora contaminazioni materiali e culturali. Manca ancora di istinto per il life cycle.

Ma la realtà è che ormai quasi nessun prodotto è separato da servizi e politiche. Questo genera una conseguenza concreta: ti devi occupare di quello che metti nell'ambiente, devi per forza appoggiarti a uno strato di servizi che si prende cura dei prodotti. È una mentalità ancora poco diffusa: proviamo a immaginare come sarebbe diverso se ogni produttore di divani si dovesse far carico dei propri prodotti a fine vita… poliuretano compreso!

Esiste una soluzione?

Mi aspetterei che le associazioni di categoria investissero molto in ricerca. Noi come Politecnico stiamo lavorando a dei progetti in questo senso, ma credo che debba davvero cambiare la capacità strategica del settore. Peraltro sono tutte strade in cui si può fare del business, creando nuove economie. E invece continuiamo a dire: “noi siamo bravi a fare i divani”!

La transizione ecologica: da dove comincia?

Sono le gerarchie valoriali che devono cambiare e servono capitali di rischio: la guerra ce lo sta dimostrando. Siamo interconnessi dal punto di vista economico e socioculturale e gli effetti di blocchi e sanzioni sono devastanti dopo appena un mese.

Bisogna introdurre un pensiero anti-fragile, altrimenti ci auto escluderemo da sistemi intrinsecamente sani e capaci di evolvere. Dobbiamo diventare ancora più intelligenti, ancora più attivi, ancora più innovativi. Siamo bravi nelle tecnologie del manufacturing: usiamo questa bravura. Impariamo a vendere innovazione invece dei divani.

Passare dalla politica alla policy, significa passare dalle parole alla pratica. Siamo pronti? Che ruolo ha il design nella costruzione di policy nuove?

I designer stanno cambiando. Si occupano sempre più di tre cose: prodotti, servizi e policy. Questo è il design sistemico che dal macro scenario arriva alla granularità del piccolo dettaglio del prodotto. È come immaginare Gio Ponti che invece di andare a Chiavari, va in una discarica e cerca di capire cosa può fare di utile e non dannoso. Non nuocere: mi sembra un imperativo davvero fondamentale e un buon punto di partenza.

Un esempio concreto di design policy?

Con Polifactory abbiamo realizzato Reflow, un sistema pilota per CPR, un’azienda che produce cassette per la movimentazione dei prodotti alimentari. Abbiamo ideato un ciclo di vita diverso per le cassette, che diventano completamente riutilizzabili grazie all’extended care dell'azienda.

Inoltre abbiamo aggiunto nuove funzionalità per integrare in un sistema di tracking e identificazione per la mappatura del ciclo logistico dei prodotti ortofrutticoli, compresi sprechi, previsione dei fabbisogni, razionalizzazione della distribuzione in ogni canale del metabolismo della distribuzione alimentare. Lentamente si entra in un’altra dimensione, meno impattante e più sostenibile, perché ci guadagnano tutti. Ogni volta che perdi una mela perdi tutta l’energia che hai usato per coltivarla. Se risparmi il 50% di materia, risparmi il 50% di energia.