Con il suo Atlante degli odori ritrovati, Roberta Deiana ci aiuta a entrare nel territorio, quasi ignoto, dell’olfatto e dei ricordi che accende

Succede spesso: sentiamo un odore, in strada o altrove, ci ricorda qualcosa (ma cosa?!) e all’improvviso è come se cadessimo in una botola, scivoliamo in un’altra dimensione non meglio definita. A volte la memoria lo afferra subito, si apre un cassetto nel cervello ed ecco, abbiamo l’immagine davanti agli occhi: certo, era la colla che usavamo da bambini. Oppure mettiamo in piedi un cortometraggio di flashback, da un ricordo a un altro, dove si sommano facce, luoghi, incontri, legati all’odore che ci è piombato addosso. Poi ci sono le situazioni in cui non ci facciamo nemmeno caso.

L’Atlante degli odori ritrovati

Una scrittrice speciale, Roberta Deiana, ci aiuta a fare il primo passo nel territorio, quasi ignoto, del nostro olfatto e dei ricordi che accende con il suo Atlante degli odori ritrovati, pubblicato di recente da HarperCollins. Un viaggio nella memoria delle nostre emozioni più sommerse, che distilla storie e racconti inaspettati, svelando la poesia che può sorprenderci ogni giorno, dietro a ogni materiale e a ogni somma di molecole, se sappiamo ascoltarla e darle spazio.

Conoscersi attraverso l’olfatto

Di cosa è fatto l’odore delle matite temperate che, in un baleno, ci riporta seduti sui banchi di scuola? No, non è solo grafite. E quello della benzina, perché piace così tanto? Le città che odori hanno? Deiana ci dà i perché, le parole e le suggestioni per iniziare una nuova avventura, quella della conoscenza di noi stessi, attraverso l’olfatto, il nostro personalissimo archivio emotivo intangibile. Ha raccolto gli odori dell’infanzia, del viaggio, del cibo, della notte, delle metropoli e della natura, e ha indagato perché hanno potere sulle nostre vite. Li ha selezionati, organizzati e analizzati, ne ha cercato le origini, i legami culturali, grazie a una sorprendete bibliografia e a testimoni letterari come Baudelaire, Proust e Pessoa. Per poi dedicare un compendio alla profumeria artigianale, che fa tesoro dell’alchimia nascosta tra gli odori più impensabili.

Anche gli odori si possono progettare

Sì, anche per i profumi si può parlare di progetto, è un “design invisibile”. Se alcuni sono pensati per metterci addosso una metropoli, altri ci portano in viaggio grazie a sentori di asfalto. Ma c’è anche quello che contiene l’essenza di polvere da sparo, che racconta la rivoluzione francese e altri ancora che evocano l’odore speciale sprigionato dalla terra, dopo la pioggia. Non siamo abituati a parlarne, ma negli odori ci sono i nostri vissuti, le sensazioni, gli stati d’animo, le esperienze, i luoghi, e l’autrice, come una cercatrice d’oro, li ha setacciati fino ad arrivare alle molecole, per farci risalire alla radice delle nostre esperienze, le emozioni. E ci ammonisce, parafrasando Kurt Vonnegut: “Quando sentite un odore fateci caso”.

Roberta Deiana, la ricerca negli odori, quello scavare in profondità, può essere paragonata alla filosofia?

Il procedimento è simile, penso davvero che gli odori abbiano una natura filosofica, puoi fermarti all’apparenza, oppure puoi grattare sotto la superficie e scoprire che sono altro. Se pensiamo alla matita, ci verrebbe da dire che l’odore che più di tutti ci riporta all’infanzia e a un’esperienza, quella del temperare, che è rimasta imbrigliata nei nostri ricordi, sia dato dalla grafite, ma è anche frutto del processo di produzione, ovvero del legno di cedro che custodisce la mina e dei collanti utilizzati. O penseremmo che ciò che sentiamo del mare sia dato da acqua e salsedine, ma in realtà è l’odore della spiaggia. Ci sono temi complessi, come quelli che si intrecciano con l’odore del pulito che porta con sé implicazioni morali, sociali e storiche.

Nel libro scrive che ci manca il lessico dell’olfatto. Perché? Che cosa ci siamo persi?

È un senso di cui si è sempre parlato molto poco. Invece il gusto è sopravvalutato, perché in realtà sente solo cinque macro categorie, dolce, salato, acido, amaro e umami (il sapido, ndr), ma non sente le sfumature come l’olfatto, che è molto più potente di quanto pensiamo. Non solo è stato sottovalutato, ma è stato fonte di paura. Durante la peste si pensava che i cattivi odori fossero portatori della malattia. C’è sempre stata una fuga dagli odori, uno svilimento. L’accezione in italiano è quasi negativa, e siccome il lessico segue il pensiero, non esistono delle parole specifiche per l’olfatto. Da un lato non c’è l’abitudine a descrivere gli odori, ma non ci sono nemmeno le parole, tanto è che siamo abituati a usare le sinestesie.

A volte gli odori ci portano un altro mondo. Perché?

Ciò che rafforza e dà potere agli odori è proprio il fatto che siano invisibili, quando ci stanno per avvolgere noi non ce ne rendiamo conto, andiamo in giro con le difese abbassate. Invece, scientificamente, c’è una ragione precisa di questo potere enorme. A differenza degli altri sensi gli impulsi che capta l’olfatto non vanno al tronco encefalico, che si occupa delle funzioni vitali, ma vanno direttamente all’amigdala e all’ippocampo, che sono le aree del cervello deputate alle emozioni e alla memoria.

Gli odori possono influenzare la nostra vita?

Certo, ci sono diverse discipline che ne fanno uso, dall’aromaterapia che utilizza gli oli essenziali per cambiare stati d’animo al marketing olfattivo, con cui un’azienda, un negozio o una catena di hotel decidono di diffondere nell’aria determinati odori per cui gli ospiti abbiano piacere a fermarsi in un determinato luogo, ma anche per aumentare la predisposizione all’acquisto.

Cosa ha scoperto che non si sarebbe mai aspettata?

Parlo di “odori ritrovati” perché ogni capitolo è stato una sorpresa. Per esempio, ho scoperto che i metalli sono inodore, ciò che sentiamo è dato dalla reazione chimica della nostra pelle e del nostro sudore. Oggetti semplici come una chiave, una moneta, una maniglia attivano un odore nostro, che ci parla di noi.

Quindi si può dire che ogni odore sia relativo? Nel senso che è come ognuno di noi lo sente?

Ognuno ha una propria sensibilità, dipende anche a cosa siamo stati abituati da bambini. Fin dall’Antico Egitto, l’odore buono era considerato emanazione diretta degli dei, quindi morale. Invece l’odore cattivo era sinonimo di immoralità. Questo lascito è arrivato fino al Cristianesimo, dove gli odori pagani erano considerati blasfemi e gli odori cattivi segnavano la vicinanza al demonio. Questo portato ha avuto implicazioni sociali fortissime. Durante il colonialismo (e non solo, ndr) gli odori delle altre persone, degli stranieri, sono stati utilizzati come prova di inferiorità. C’è un’espressione giapponese, bata-kusai, usata per definire noi occidentali, che “sappiamo di burro”, non esattamente un complimento.

Quali sono gli odori che non avremmo mai pensato, contenuti nei profumi più sperimentali?

Quando chiedi a qualcuno l’odore preferito ti aspetti una risposta romantica, molti mi hanno citato la benzina, i solventi, le colle, la tintoria. Odori antiromantici, sgarbati, ma molto amati e sfruttati da diversi profumi. In alcuni ci sono note di benzina, di asfalto, sentori di polvere da sparo. La profumeria artistica ha aperto mondi impensati.

Come sarebbero le nostre case se le scelte dei progettisti venissero guidate dall’olfatto oltre che dalla vista e dal tatto?

Sarebbe auspicabile un interior design attento all’olfatto, scegliere i materiali esaltandone l’odore, penso al legno o al cuoio, perché capita che i materiali siamo trattati affinché abbiano meno odore, in nome del controllo. Molto dipende dalla gradazione di odore dei diversi materiali, alcuni sono molto forti e possono piacere o meno, dovremmo creare gradazioni flessibili. Per ora si lavora a posteriori con i profumatori d’ambiente, gli oli essenziali e le candele.

Scrive che ogni città ha un profumo. Esiste una gentrification degli odori?

Secondo la studiosa Victoria Henshaw, che ha fatto delle mappe sensoriali delle città, le stiamo perdendo, perché la gentrificazione implica il controllo e la deodorizzazione, nel senso che gli odori forti sono percepiti come ineleganti e inadatti a certi quartieri. Gli interventi olfattivi nelle città sono di tipo trasformativo, poi possiamo discutere del fatto che l’odore di fritto arricchisca una città, sicuramente la cambia e la trasforma.

Qualcuno ha mai pensato a salvaguardare i luoghi in virtù dei loro odori? Una sorta di nuovo patrimonio immateriale dell’Unesco?

In Giappone l’hanno fatto, il Ministero dell’Ambiente ha selezionato i 100 siti dal buon odore. In Francia hanno fatto lo stesso per le campagne, nella salvaguardia del paesaggio sono inclusi gli odori, persino quello del concime. In Italia la cultura olfattiva è trascurata.

Cosa vorrebbe che facesse chi legge il libro, una volta finito?

Vorrei che uscisse con la consapevolezza di quanto è ricco il nostro mondo e di quanto si possa rendere più speciale la nostra esperienza, prestando attenzione a quelli che possono sembrare dettagli. Abbiamo bisogno di fermarci. Riuscire a stare nel momento dicono sia il segreto della felicità, gli odori aiutano.

 

 

 

Il video che racconta il workshop Osmonauti di MinD - Mad in Design guidato da Astrid Luglio.

Cover photo: Pigi, il degustatore olfattivo della famiglia Oliva, design Astrid Luglio per Eleit.it, permette di inspirare l’odore soave, lento e intenso dell’olio con un gesto naturale (leggi qui).