Il design è entrato in un tribunale e riprogettato l’architettura dei documenti di un contenzioso arrivato in Appello. Con l’aiuto di magistrati e avvocati

Questo progetto non ha un nome, e non è un oggetto che si tocca. Non si attiene alle ordinarie regole della narrazione del design, ma è senz’altro design. Parliamo di un atto interattivo.

Che non è il nome di una performance, ma esattamente quello che dice: la raccolta delle migliaia di pagine che costituiscono gli atti processuali di un contenzioso arrivato in Corte d'Appello, resa più fruibile da un lavoro sull’architettura dell’informazione che, in effetti, non fa altro che utilizzare il digitale e i suoi strumenti più ovvi. Eppure è uno di quei progetti che fa tirare un sospiro di sollievo, perché fa quello che deve fare un progetto di design: migliora la vita.

L’inizio

Nel 2020 lo studio legale WST si sta preparando a una causa in Corte d’Appello. Un contenzioso fra lavoratori e management di un’azienda andata a gambe all’aria per mala gestione, lasciando parecchio disordine nelle relazioni con i propri dipendenti.

Quando si decide di proseguire fino alla Corte d’Appello, si pensa di avere ragione, a meno che non si sia degli appassionati di aule di tribunale.

WST, nella persona dell'avvocato Giusi Lamicela, si rende però conto che la mole di testi e informazioni, memoria dell’annoso iter processuale, è di difficile consultazione, a dir poco. E si convince che si può far qualcosa, in quello che si può immaginare come un micro atto di buona ribellione alla consuetudine della giurisprudenza.

Il brief di progetto

Quo.d è un’agenzia di consulenza e comunicazione strategica fondata da Giorgio Ferrari nel 2015. Niccolò Parini si definisce il suo “custode”: un modo ironico per spiegare un ruolo multifunzionale. L’avvocato Lamicela lo contatta per chiedere aiuto nella riorganizzazione della documentazione processuale. Ovvero chiede una cosa che per chi è nato dopo il 1970 è ovvia.

Avere un testo digitale ben organizzato con hyperlink che aiutano la navigazione nelle confuse acque dei vari gradi processuali.

Confuse perché attualmente dispiegate in centinaia di pagine pdf che di fatto sono foto di documenti cartacei. Non si può non sentire un vago odore di polvere nelle narici e la voce borbottante di un qualsiasi giudice che maledice la fatica di orientarsi, di capire, di tornare sulle decisioni prese dai colleghi e risalire ai lemmi di legge che le motivano. Una fatica improba, ma una fatica buona perché sorregge il lavoro della giustizia.

La ricerca UX

Niccolò Parini e Qu.Od dicono di sì, accettano l’incarico. Che ha come primo passo un’indagine UX. Andare al Tribunale di Milano e chiedere la collaborazione dei magistrati per farsi spiegare come consultano gli atti processuali, perché e in quale modalità. Niccolò Parini, anni 26, si arma dell’incoscienza degli entusiasti e ce la fa. I magistrati collaborano. Lui capisce quello che c’è da capire e torna al tavolo di lavoro con un’idea.

La metafora come strumento di progettazione

Niccolò Parini: “Non avevo mai sentito parlare di legal design. In rete c’è davvero poco e riguarda soprattutto di progetti B2C, ovvero contratti commerciali fra aziende e clienti. Non abbiamo trovato nulla sugli altri stakeholder del sistema legale.

L’unico riferimento progettuale era l’esperienza diretta dei magistrati, raccolta dopo aver spiegato che la nostra idea era di aiutare, di rendere il loro lavoro più semplice.

Le domande fatte sono ovvie: cosa cercano nei documenti, come li consultano, che tipo di informazioni cercano in ogni fase dibattimentale. Il mio approccio quindi è stato strategico e diretto a progettare l’architettura dell’informazione perché sia fruibile e adeguata.

Sono partito da una metafora: la visita museale. Ho lavorato nei musei, esperienza che ha frustrato il mio bisogno di avere un’esperienza più completa e comprensibile dell’arte.

Ho ripreso in mano gli appunti, osservato le mie critiche, le riflessioni sulle criticità. Mancanza di connessione, l’impossibilità di accedere alla stratificazione delle relazioni fra artisti e artisti, fra artisti e contesto storico. E da lì ho cominciato. La lettura di documenti processuali all’interno di una metafora personale e decontestualizzata ha aiutato”.

Il progetto

Niccolò Parini cita Alessandro Baricco per spiegare che ci sono alcuni settori che hanno un estremo bisogno di piccole innovazioni, anche se il livello di complessità sembra richiamare grandi interventi strutturali. Meglio in realtà procedere per piccoli passi per “vincere la resistenza dell’attrito, smussare a favore di una maggiore aerodinamicità”.

Primo piccolo gesto: i documenti diventano orizzontali, per avere maggiore spazio e maggiore chiarezza strutturale. E per inserire link, riferimenti testuali, bottoni che facilitano l’orientamento istintivo nell’edificio processuale che di fatto è costruito in epoche diverse, spesso molto lontane nel tempo.

Secondo piccolo gesto: riprogettare l’architettura dell’informazione con una grafica più leggibile, con ipertesti facilmente identificabili che portano a informazioni necessarie a ricostruire la linea del tempo giuridico.

Terzo piccolo gesto: lavoro di team con WST per ricondurre a una gerarchia comprensibile dei contenuti e dei vari livelli consequenziali e chiarire la genesi delle diverse decisioni processuali.

Il test UX

Con un prototipo in mano si può scalare il mondo, secondo una facile metafora di design. Ma il primo test UX con i magistrati ha un esito scoraggiante. Alcune parti dell’interfaccia del documento digitale sono troppo complesse.

Quindi si torna a lavorare su piccoli dettagli rilevanti e il secondo prototipo funziona: è fruibile, semplice per quanto possa essere semplice un documento simile, facilita il lavoro del giudice, rende chiare le informazioni. Il progetto è finito e viene consegnato a WST nel febbraio del 2023. A settembre la sentenza: il giudice di Corte d’Appello ha ribaltato la decisione di tutti i precedenti gradi processuali.

E adesso?

Niccolò Parini lo ripete più e più volte: non c’è ragione di pensare che sarebbe andata diversamente senza l’atto interattivo. Facilitare il lavoro di analisi documentale non significa cambiare le sentenze. Ma significa senz'altro incrementare la rapidità del lavoro del tribunale e facilitarlo. Quindi Parini si augura di rendere scalabile il primo progetto di atto interattivo, di diffondere un modello perché diventi quanto meno un’alternativa al sistema tradizionale. Il design serve a questo, in fondo. A creare alternative di utilizzo e comportamento che poi, a volte, diventano abitudine. Si chiama innovazione.

Piccola nota a margine: Niccolò Parini non è un designer, o perlomeno è quello che lui afferma.

 

Cover ph: United States Courthouse, Salt Lake City ph Scott Francis