Scenografia, costumi e luci narrano alla perfezione i sentimenti di Priscilla Presley nel film intimo e doloroso di Sofia Coppola, al cinema dal 27 marzo

Dio è nei dettagli, diceva Mies Van Der Rohe. E lo dice anche Sofia Coppola che in Priscilla racconta le memorie di Priscilla Presley, a partire dal libro che la moglie del re del rock aveva dato alle stampe nel 1985 con il titolo Elvis and Me. Una storia delicata, profonda, silenziosa.

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Baby I love you cantata dai Ramones irrompe alle prime scene del film per condurre i visitatori nel mondo di Elvis Presley visto dagli occhi di Priscilla Beaulieu, la ragazzina appena quattordicenne che diventerà sua moglie qualche anno dopo.

La canzone è perfetta nel suo non essere sincronica con l’epoca dei fatti narrati: incisa dalle Ronettes nel 1963 è stata ripresa dai Ramones nel 1980. Ma Sofia Coppola ha scelto una colonna sonora suggestiva ed evocativa, capace di agganciare il pubblico e di trasformare il film in un libro dei ricordi: la memoria si attiva lungo meccanismi talvolta imperscrutabili, certamente personali. E spesso ha a che fare con le fiabe.

E qui interviene Tamara Deverell, già scenografa per Guillermo del Toro, nonché sacerdotessa del dettaglio, ministra di culto della divinazione da particolare.

Prima di tutto perché sa rendere visibili le parole delle favole, poi perché è in grado di ricreare perfettamente non solo un’epoca storica, ma l’atmosfera esatta di una casa (o forse è più corretto dire di un modo di vivere) e di narrare un mondo.

La dicotomia vissuta da una ragazzina appena quattordicenne che si trova all’improvviso corteggiata nientemeno che da Elvis Presley è il filo conduttore di una scenografia su una palette di grigi e marroni con cui si identifica la vita della famiglia Beaulieu in Germania, nella base americana di Wiesbaden, a contrasto con i toni crema, caldi e luminosi di Graceland a Memphis.

Non ci è mai stata Tamara Deverell nella casa di Elvis ed è stato un bene, come ha dichiarato in diverse interviste, perché avrebbe troppo condizionato il suo sguardo su un periodo diverso da quello in cui si svolgono i fatti del film di cui nell'attuale casa non è rimasto quasi niente.

Così ha ricostruito Graceland in Ontario, dove il film è stato girato in soli 30 giorni, in una minuziosa opera di precisione attenta. Deverell ha ricreato lo stile dell’epoca alla perfezione (un esempio su tutti: i tappeti sopra la moquette alta e soffice, in cui i piedini di Priscilla sprofondano), per poi occuparsi di proporzioni.

Ha alzato i soffitti rispetto a quelli della Graceland reale: Jacob Elordi - Elvis Presley è molto alto, ma soprattutto questa modifica serviva a caricare il senso di piccolezza di Cailee Spaeny - Priscilla Beaulieu. Sembra una bambola al suo primo arrivo in quella villa, soprattutto quando si muove tra le stanze chiare, con i tendaggi sontuosi e quella luce sospesa.

Il direttore della fotografia Philippe Le Sourd l’ha scelta proprio per dare corpo visivo allo stupore di una ragazzina, creando una luce nebulosa, come fosse un'ora magica perpetua con particelle di polvere che vagano nell’aria.

Tornando alla scenografia, Deverell ha poi alzato il divano, rifatto su misura e fedele a quello che c’era all’epoca in casa, ma pensato, anche questo, per accentuare il contrasto tra Elvis e Priscilla (che, seduta lì sopra, non tocca terra).

E poi c’è la camera da letto, un luogo scuro, molto maschile, sul blu, sul nero e sull’oro, colori regali, in cui risaltano oggetti strampalati, tra cui una tigre in ceramica (che a Priscilla sembrerà di accarezzare durante un trip a base di LSD).

Lei ed Elvis vivono parecchio questo spazio quando sono insieme, ma è il luogo di lui. A ben vedere tutta la casa è di Elvis, che se la costruisce sartorialmente su misura, come il look della moglie: capelli neri e più trucco sugli occhi, le dice, per risaltarne l’azzurro.

Niente fantasie colorate né abiti marroni: gli ricordano la tristezza tedesca… E lei, giovane donna dal cuore sensibile, carico d’amore, si aggira in un castello incantato che in fondo non le apparterrà mai.

I costumi di Stacey Battat completano l’opera, anche questi lungo il filo rosso di un’attenzione puntualissima ai dettagli, per raccontare la giovane età di Priscilla fino a quella adulta, attraverso modelli, colori e fantasie da indossare, insieme alle acconciature e al make up che diventerà il tratto distintivo della signora Presley, ma anche l’emblema della moda e dello stile di quegli anni.

Un lavoro da non sottovalutare è poi quello di grafica: riviste, locandine dei concerti, copertine di dischi sono stati tutti ridisegnati con il volto di Jacob Elordi per evitare incongruenze tra l’Elvis originale (e ritratto sui giornali del tempo) e il personaggio del film. È proprio vero, Dio è nei dettagli.

E Sofia Coppola lo sa bene. Se tutti i suoi film sono accomunati da questa attenzione, in Priscilla diventa essenziale alla narrazione di una storia al femminile singolare, portata in scena con grande empatia.

La trama coincide con la vita di Priscilla Beaulieu da quando incontra Elvis a quando decide, mamma da qualche anno, di separarsi e abbandonare Graceland.

Sarà la canzone I Will Always Love You di Dolly Parton ad accompagnarla fuori dai cancelli (ricostruiti filologicamente come i primi, con le note musicali a decorarli) e trovare il suo spazio, quello dove potrà esistere come donna. In mezzo succede di tutto, dalla frequentazione della scuola cattolica dove prenderà il diploma alle serate scintillanti con Elvis, dalla solitudine estrema nella casa di Memphis all’intimità con l’uomo che ama, dal matrimonio alla nascita della figlia, dalla fiducia totale ai tradimenti, dalla fiaba alla realtà.

Il tutto affidato a una splendida Cailee Spaeny che veste con grande bravura i panni di Priscilla in tutte le età. Un nuovo capolavoro di Coppola, indagatrice minuziosa dell’animo umano (e di quello femminile in particolare).

In sala dal 27 marzo.