Monumentale nell’allestimento, discreta nello sguardo fotografico, alla ‘giusta distanza’. La mostra di Raymond Depardon in Triennale ci ha incantato, vi spieghiamo perché

È un vero e proprio incontro denso e intenso quello con la visione di Raymond Depardon, che a volte commuove, altre scuote. Si sente la costante ricerca del reale intrapresa dal fotografo e cineasta francese. Una ricerca nellordinario, nei volti comuni, nelle realtà minori. Una ricerca filtrata con rara sensibilità ed estrema delicatezza. Un occhio che scruta, con rispetto e umanità, i margini, a volte gli ultimi.

Trecento foto, alcune in grandissimo formato, e 2 film su 1300 metri quadrati di spazi espositivi. È una mostra monumentale, che dialoga con le grande vetrate, la luce e il giardino del Palazzo dellArte, quella che Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain dedicano allopera di Raymond Depardon: copre differenti tempi e spazi del mondo, dalla Francia a New York passando per lItalia, attraversa città e campagne, ma anche ex manicomi, per dare la parola ai loro abitanti.

È una mostra che restituisce tutta la carica narrativa dirompente che può avere la fotografia, un certo tipo di fotografia.

Dare voce a volti e luoghi

Alla ricerca costante della giusta distanza, Depardon va incontro ai suoi soggetti con discrezione, costruendo con pazienza un rapporto con gli esseri o i luoghi, dando voce a coloro che non ne hanno, rivelando, o meglio interpretando, ogni paesaggio come il luogo di un’esperienza umana attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica o di una telecamera.

Enormi pannelli erranti alla ricerca della ‘giusta distanza’

Appositamente ideata da Raymond Depardon per Triennale Milano, La vita moderna, sotto la direzione generale di Hervé Chandès, è stata concepita con l’artista Jean-Michel Alberola, che ha dato il suo ritmo al percorso nella cornice della scenografia firmata da Théa Alberola.

Esposto fino al 10 aprile 2022, il luminoso allestimento della più grande mostra mai dedicata all’artista è scandito da enormi stampe di fotografie della serie Errance, installate su pannelli a tutta altezza, che invitano a sperimentare il rapporto con un paesaggio volutamente privo di alcuna localizzazione precisa, e a cercare la giusta distanza, fisica ed emotiva, dal soggetto.

Per ogni stanza, un colore, un capitolo, una stagione

Il percorso espositivo si dispiega in stanze, ognuna identificata da un colore diverso, caratterizzante e contrastante, che custodiscono otto capitoli delle stagioni fotografiche di Depardon – da New York a Glasgow dalla Francia rurale fino all’Italia – restituite in bianco e nero o a colori.

Dalla Francia minore a quella rurale, da New York al Piemonte

Otto serie fotografiche, diverse eppure simili, a colori e in bianco e nero, che si incrociano e contaminano per restituire la complessità di Raymond Depardon.

La France (2004-2010) di Depardon è quella ordinaria e quotidiana delle sottoprefetture, delle piazze e dei bar, degli uffici postali e delle stazioni di servizio. Un’altra Francia si rivela con la serie Rural (1990-2018) nella quale l’artista, nato in una famiglia contadina, ritorna alle origini. Communes (2020) offre invece un’immagine fuori dal tempo delle zone del sud del suo Paese.

Ci sono poi le inquadrature audaci delle fotografie della serie Manhattan Out (1980), accompagnate dal cortometraggio New York, N.Y. (1986), che evocano la solitudine urbana e l’indifferenza individualista. Cè anche il Piemonte (2001), in cui sviluppa un’arte di prossimità, sottolineando la continuità geografica e culturale transalpina.

Tra le stanze più vibranti, inaspettatamente, Glasgow

Luce metallica, povertà, periferie, desolazione. E contrasti: squarci di colori vivaci che rivelano una vita irrequieta. Tra le stanze più vibranti, la serie di fotografie a colori di Glasgow, enfatizzata da pareti blu pavone. Realizzata nel 1980 per il Sunday Times Magazine, la monocromia delle opere si accende inaspettatamente attraverso spaccati dai colori vivi, dal rosso di una vettura al verde di un prato fino al rosa di un palloncino di gomma da masticare.

Lo spaccato più duro e intenso

Emozionanti, strazianti, commoventi. Dolenti eppur traboccanti di profonda umanità. Sembrano quadri le 56 fotografie in bianco e nero della serie San Clemente, completate da un estratto dal film realizzato nel 1980, che esplorano le frontiere della malattia mentale, la sua ambiguità e complessità.

Suscitano compassione. Una compassione che non va intesa come pietà, ma partecipazione alla sofferenza dell’altro. Non un sentimento di pena dall’alto verso il basso, bensì una comunione intima, difficilissima, che se intrapresa con rispetto (la giusta distanza, appunto) porta a un’unità profonda, pura.

Il rapporto di fiducia con Franco Basaglia

Alla fine degli anni Settanta, Raymond Depardon intraprende un viaggio alla scoperta della realtà degli ospedali psichiatrici di Trieste, Napoli, Arezzo e dell’isola di San Clemente, a Venezia. Stabilisce un rapporto di fiducia e collaborazione con Franco Basaglia, pioniere della psichiatria moderna che ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di smantellamento degli istituti psichiatrici, che lo incoraggia a concepire quella che oggi è annoverata tra le testimonianze più intense sulla vita nei manicomi alla vigilia dell’adozione della Legge180 (Legge Basaglia) del 1978.

Fotografare senza importunare

Depardon si confronta con l’esigenza di fotografare senza importunare, di trovare un posto adatto, la giusta distanza, ma anche di “spostarsi davanti a tanto dolore”, “documentare la loro sofferenza” per evitare che ricada nell’oblio. Non mi sento affatto protetto dalla macchina fotografica, che assomiglia più a una pistola che a una macchina fotografica” dirà.

Il percorso della Triennale. Da visitare

La mostra dedicata a Raymond Depardon si aggiunge alle altre proposte della Triennale, tra cui la nuova, permanente, Sala Sottass, attorniata dalla prima mostra dedicata al maestro (ne abbiamo scritto qui), la doppia mostra dedicata a Gastel (ne abbiamo parlato qui), l’omaggio a Saul Steinberg e le fotografie di Giovanna Silva installate lungo la scala brutalista del Palazzo dell’Arte (entrambe trattate qui), oltre al nuovo Museo del Design Italiano, qui vi spieghiamo perché è diventato ‘parlante’.

Un percorso sfaccettato ed emozionale che abbraccia design, arte, fotografia, grafica e creatività, di disegno e di pensiero. Noi vi consigliamo di visitare il Palazzo dell’Arte, magari la mattina, quando c’è poca gente e molta luce. Sarà un percorso magico.