Come si esprime oggi la spinta radicale che ha reso grande il design italiano degli anni '60 e '70?

Nella seconda metà degli anni Sessanta nascevano in Italia una serie di gruppi e personalità che contestarono il sistema progettuale dell'epoca dando un nuovo impulso alla disciplina. Questo fenomeno prese il nome di Movimento Radicale.

Possiamo ritrovare anche oggi questo nuovo approccio al progetto? Cos'è rimasto e cos'è cambiato nel design post-radical?

La forma segue l'espressione

Un fondamentale principio radical è stato quello di spostare il piano di azione tradizionale. Dall'assioma per cui “la forma segue la funzione” si è passati al principio “la forma segue l'espressione”: compito primario del designer radicale non è creare prodotti funzionali, ma oggetti narrativi, capaci di raccontare storie, lanciare messaggi, esprimere visioni.

Su questo piano la storia moderna ci ha proposto moltissimi esempi di autori dichiaratamente filoradical: il design ludico di Stefano Giovannoni e Guido Venturini, la provocazione eclettica di Philippe Starck, le operazioni performative-artistiche di Ron Arad, il linguaggio colorato e multiforme inventato da Karim Rashid, il design scenografico e teatrale di Fabio Novembre e molte altre esperienze fondate più sulla forza del linguaggio che su obiettivi ergonomici o funzionali.

Questo spostamento dalla forma-funzione alla forma-messaggio è arrivato sino a noi: un esempio è la poetica infantile di Emanuele Magini, o le operazioni più riflessive vicine al mondo dei ricordi dello studio Sovrappensiero. Nel campo del design semiotico esistono però anche messaggi articolati, complessi, programmatici, spunti di riflessione sul mondo o sulla disciplina come avviene con i lavori dello studio JoeVelluto.

Dalla forma ai materiali

Il movimento radical sposta la centralità della forma portandola su altri ambiti: un esempio contemporaneo è lo studio di nuovi materiali. Un esempio è il laboratorio Corpuscoli, progettato e realizzato da Maurizio Montalti, designer che lavora sullo studio di materiali alternativi, meno inquinanti rispetto i derivati fossili e realizzati attraverso la coltivazione di funghi.

Maker

È radical l'idea che il design sia un campo incerto, adatto alla sperimentazione e all'utilizzo di nuove tecnologie. È facile ritrovare oggi questo spirito nel frastagliato mondo dei maker in cui spesso approcci progettualmente dilettantistici altre volte diventano invece straordinarie occasioni di sperimentazioni collettive: come ad esempio OpenDot, laboratorio nato dallo studio dotdotdot in cui si cerca di far interagire alto artigianato con nuove tecnologie.

Progetto collettivo

Il movimento Radical ha sempre auspicato un design dalla coscienza sociale. L’idea era quella di un design diffuso capace di dare sapere progettuale a tutta la società attraverso un lavoro collettivo. Sono varie le esperienze in questo ambito, un esempio il laboratorio Recession Design: una quarantina di designer si riuniscono e progettano oggetti o soluzioni di arredo realizzabili da tutti con materiali facilmente reperibili nei negozi di bricolage.

Critica al sistema industriale

I movimenti radical del secolo scorso si sono distinti per una forte critica nei confronti del sistema industriale. Questo sentimento è sopravvissuto sino ad oggi, anche se in forme molto differenti rispetto agli anni '60-'70.

Diversi designer contemporanei non trovano nell'industria la soluzione ai problemi, anzi sono critici sulla produzione in serie: lo fanno con sensibilità nuove, diverse, affrontando temi che un tempo erano meno pregnanti, come ad esempio la sostenibilità ambientale. In questo tipo di riflessione possiamo trovare le esperienze dello Studio Formafantasma, che ha spesso lavorato fuori dalla logica della produzione spostando il focus su progetti di ricerca. Oppure il duo Dunne & Raby che ha deciso di lavorare su un piano speculativo spesso in aperta critica alle logiche aziendali.

L'esperienza radical ha innescato una gigantesca onda lunga che è arrivata sino a noi. La disciplina è diventata così un sistema per comunicare e immaginare mondi alternativi. È grazie al movimento radical che il design si è trasformato da scienza per creare prodotti a strumento umanistico per riflettere sugli oggetti e su noi stessi.

Cover photo: Progetto “Officina Corpuscoli”, Maurizio Montalti, 2010.