Dalle aule parlamentari alle strade, la politica e il design si sono spesso incrociati utilizzando l’arte come elemento di sovversione e militanza. Ne ripercorriamo la storia tra simboli diventati icone pop

California, estate del 1967. Davanti a un pubblico di studenti e proto-hippy si stanno esibendo i Seeds, gli alfieri della scena dei flower children. Il loro cantante Sky Saxon - descritto dalla stampa come un emule a stelle e strisce di Mick Jagger - alza la mano destra al sole, definendo con l’indice e il medio una V e invitando il pubblico a seguirlo.

Ecco come, almeno secondo le leggende che sempre accompagnano la California acida dei ‘60, un gesto di vittoria da sempre legato a contesti bellici viene sovvertito a simbolo della generazione anti-Vietnam, e successivamente elevato a icona universale di pace.

Saxon, a quanto pare, lo ha concepito traslando nel linguaggio del corpo (e ruotando di 180 gradi) il logo del CND, la Campaign for Nuclear Disarmament inglese. Disegnato da Gerald Holtom, grafico e ingegnere, il logo fu presentato nel febbraio del 1958 diventando simbolo della prima di molte celebri marce dal sito nucleare di Aldermaston fino a Trafalgar Square, partecipate da personalità come il filosofo Bertrand Russell e dalla futura pop star Rod Stewart.

Disegnare la controcultura

Il logo è importante perché segna uno dei primi casi in cui il design, esulando da un contesto strettamente propagandistico, si fa politico partendo dalla (contro)cultura giovanile e diventando in pochi anni simbolo anti-bellico universalmente riconosciuto.

Analogamente, la colomba portatrice di pace radicata nella tradizione Cristiana - già rivisitata da Picasso nel 1961 - viene in quegli anni arricchita da una connotazione militante e controculturale quando Arnold Skolnick la inserisce nel suo manifesto per il Festival di Woodstock del 1969.

Come non menzionare, poi, i manifesti del Maggio Francese i quali, nati in atelier autogestiti, vengono immediatamente insigniti di ufficialità artistica grazie alla lungimirante mostra Parijs Mei Juni ‘68 svoltasi presso il Fodor Museum di Amsterdam ad un anno dalla caldissima primavera parigina.

Un sodalizio, quello tra design e movimenti collettivi, tuttora prolifico, come sottolineato dall’identità grafica a firma di Goldfrog ESP per il movimento ecologista Extinction Rebellion nato nel 2018, i cui manifesti sono stati recentemente acquisiti dal Victoria & Albert Museum di Londra.

Indossare la protesta

Il simbolo del CND - definito dall'incrocio dei segnali semaforici per le lettere N e D - mette anche in luce come la protesta si possa indossare, ponendo in dialogo fashion e graphic design tra spille e slogan dipinti su indumenti. Si pensi a come, ad oltre trent’anni dalla sua nascita, il logo ritorni agli occhi del mondo fissato a bomboletta sulla t-shirt di Mark Craig, uno dei manifestanti dei riot di Los Angeles del 1992.

Un esempio caro soprattutto ai Punk che dalla fine degli anni ‘70 si fanno portavoce della moda come infrastruttura di un design militante seppur esplicitamente nichilista e anarchico. Una tradizione, in realtà, già propria delle Suffragette inglesi degli anni ‘20 che usavano i loro corpi come strumenti di militanza, spesso confezionando vestiti con frammenti di giornali e volantini inneggianti al voto in favore delle donne, come raccontato nel volume Dressing the Resistance (Princeton Architectural Press) di Camille Benda.

Dal parlamento alla strada

Le proteste di strada mettono inoltre in luce come l’influenza sul discorso mediatico e pubblico della politica, sia parlamentare che extraparlamentare, abbia contribuito a renderne i simboli delle vere e proprie icone di design. Un design che le necessità propagandistiche hanno reso applicabile a un’oggettistica spesso incredibilmente vernacolare, fatta di fiammiferi, t-shirt e carte da gioco.

Un caso eccellente è l'identità visiva, anche tra i candidati al Compasso D’Oro 1984, concepita da Ettore Vitale per il Partito Socialista Italiano tra il 1978 e 1979. Essa ha rappresentato un unicum, anche perchè fuoriuscendo dal solo contesto grafico è stata applicata all’arte della scenografia, attraverso la progettazione di palchi per comizi capaci di suggellare il nesso tra il rampante edonismo incarnato dal partito di Bettino Craxi e quello delle discoteche della Milano da Bere.

Diversamente, nelle strade, è l’editoria indipendente a fare da collante tra politica e design, attraverso una produzione prolifica di giornali, fumetti e ciclostili che dall’Europa arriva all’America. Ci sono le testate delle Black Panthers e quelle dei Provo olandesi (raccolte nell’esaustivo volume Yes Yes Yes Alternative Press 1966 - 1977, From Provo to Punk edito da A&M Bookstore), come quelle che si diffondono in Italia durante gli Anni di Piombo. Ne è simbolo, tra gli altri, il logo pensato nel 1969 da Roberto Zamarin (anche padre del fumetto dell’operaio Gasparazzo) per Lotta Continua, capace di coniugare la militanza extraparlamentare con gli stilemi della cultura psichedelica del tempo.

Similmente, nelle curve degli stadi italiani degli anni ‘80 si assiste all’inclusione dell’iconografia politica - dalla croce celtica al volto di Che Guevara - negli adesivi e striscioni autoprodotti dagli ultras, simbolo di un legame strettissimo e oggi perduto tra fandom sportivo, design e coinvolgimento politico dei più giovani.

L’appropriazione apolitica del design

La natura di res publica della politica comporta che i suoi simboli siano così integrati nella quotidianità da prestarsi a ribaltamenti e sovversioni semantiche, come secondo la scuola del rip-off design e del meme-dernismo. Il termine, che fonde il concetto di meme e quello di modernismo, è stato usato dal docente, grafico e curatore del progetto Logo In Real Life Michele Galluzzo per descrivere la trasformazione, influenzata da nostalgia e retromania, di corporate identity ufficiali in simboli capaci di esulare dal loro contesto originario.

È il caso, per esempio, dell’appropriazione da parte del colosso del fashion Balenciaga del logo per la campagna presidenziale del 2016 di Bernie Sanders. O ancora, dell’ibridazione tra musica pop italiana del passato e simboli istituzionali fatta dalla club night torinese Ciao. Discoteca Italiana, il cui logo è a sua volta una distorsione di quello anti-nuclearista originariamente disegnato nel 1975 dai danesi Anne Lundberg e Søren Lisberg.

Se la militanza diventa arte

La stessa transizione da militanza a cultura pop nostalgica e post-ideologica sembra oggi coinvolgere anche l’opera di artisti come Franco Angeli ed Enzo Mari, la cui installazione Falce e Martello del 1973 presso la Galleria Milano di Carla Pellegrini era stata inizialmente concepita come un contributo dell’arte alla lotta di classe.

Un fil rouge che lega la politica ad altri celebri artisti del tempo, come Mario Schifano e la sua tela filo-Maoista Festa Cinese commissionata per il salotto romano della casa di Gianni Agnelli che, reputandola inopportuna, se ne disfò, facendola arrivare nell’ufficio RAI di Leone Piccioni, figlio dell’onorevole democristiano Attilio e fratello del celebre compositore Piero.

Oggi, dunque, design e politica continuano a dialogare proficuamente, in un continuo equilibrio tra citazionismo postmoderno e autentica ribellione.

Nella stagione di attivismo (Fridays For Future, BLM, MeToo) a cui stiamo assistendo, forse solamente paragonabile a quella a cavallo tra ‘60 e ‘70, il design rimane uno strumento fondamentale per l’affermazione di diritti sociali, rafforzato nel suo messaggio dall’enfasi sulla comunicazione visiva offerta dai social media.

Cover photo: cartolina con due Provo Olandesi con il simbolo della protesta ecologista delle Biciclette Bianche verniciato sul retro dei loro indumenti. Foto: Fred Heydes. Fonte: Archivio Ragazzi di Strada