CHEAP e Guerrilla Girls: due pratiche di arte pubblica con approccio transfemminista a confronto, tra riappropriazione dello spazio e autodeterminazione

Per arte pubblica si intende una forma d’arte che entra nel tessuto sociale e urbano, creando una stretta relazione con la città e i suoi cittadini e cittadine. In questi interventi non c’è uno scopo decorativo: l’arte è lo strumento con cui entrare in relazione, esporsi ed esporre temi urgenti.

L’arte pubblica non vuole rendere più bella la città, non entra nella retorica della riqualificazione. Essa, al contrario, combatte le forme monumentali, i piedistalli, i toni celebrativi per mettersi alla pari con chi attraversa e abita i luoghi dove si situa.

Tra i numerosi esempi, percorriamo il lavoro di due progetti che fanno dell’arte uno strumento di riappropriazione femminista di spazio e parola nel contesto cittadino: CHEAP in Italia e le Guerrilla Girls negli Stati Uniti.

Le Guerrilla Girls negli Stati Uniti

Le Guerrilla Girls sono un gruppo di artiste e attiviste anonime in attività dal 1984. Credono in un femminismo intersezionale che lotta per i diritti di tutte le persone ed espongono i pregiudizi di genere ed etnici nel mondo dell’arte, della cultura cinematografica e della politica attraverso statistiche micidiali, immagini oltraggiose e titoli dirompenti.

Sul loro sito, raccontano il loro esordio così: "Il 14 giugno 1984 siamo andati a una protesta davanti al MoMA dove c’era una retrospettiva di 169 artisti, con solo 13 donne e ancor meno artiste di colore. Siamo rimaste scioccate: nessuno dei visitatori del museo sembrava interessarsene!

Questo è stato il 'AHA! Moment'. Ci doveva essere un modo migliore – più contemporaneo, creativo – di sfondare la credenza popolare che non c’era alcuna discriminazione nel mondo dell’arte. Abbiamo avuto l’idea di fare i manifesti di strada. Quei primi manifesti hanno dato avvio a una discussione pubblica che è ancora in corso. Il nostro tipo di attivismo pazzo (usando fatti e umorismo) è diventato un modello per centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo che vogliono usare la loro creatività per combattere per le questioni a cui tengono".

Come vere e proprie performer, durante i loro interventi le Guerrilla Girls indossano maschere da gorilla per rimanere nell’anonimato, e nelle interviste si appropriano dei nomi delle artiste del passato: da Kathe Kollowitz a Georgia O’Kieffe, da Frida Kahlo a Sofonisba Anguissola.

La pratica di CHEAP, tra arte e attivismo

"CHEAP nasce dalla determinazione di sei donne dalle provenienze diverse ma simili - racconta una delle fondatrici. L’idea è usare uno strumento evanescente come la carta per iniziare, con la tecnica del paste up, un’indagine nella città, attraversandola e indagando il suo corpo mobile e i flussi che creano il tessuto urbano!

Attiva dal 2013 CHEAP ha un passato come festival per poi trasformarsi in un progetto non soggetto a temporalità determinate e libero di muoversi, in equilibrio tra pratica curatoriale e attivismo.

"La nostra pratica transfemminista - spiega CHEAP - nasce dalla riflessione di come lo spazio pubblico sia progettato intorno a delle linee di esclusione in base al genere, alla razza e alla classe. Da questo punto di partenza, ci muoviamo per rioccupare semanticamente i muri e provando a fare uno sgambetto all’interno del discorso pubblico e portare una forte carica di apertura e dialogo intorno al tema della riappropriazione del desiderio e del diritto attorno al corpo delle donne e delle soggettività non binarie e queer."

All’approccio transfemminista si unisce uno sguardo intersezionale finalizzato a indagare come le nostre multiple identità possano essere oggetto di esclusione o di privilegio e ad affrontare temi urgenti e strettamente connessi alla contemporaneità: il cambiamento climatico, il diritto di cittadinanza, lo stigma della sieropositività, la violenza di genere, il male gaze e il corpo politico delle donne.

"L'intersezionalità è un paradigma in continua evoluzione", spiegano da CHEAP. "Per noi c'è l'esigenza curatoriale di strutturare processi che siano realmente intersezionali, sperimentando nuovi strumenti di partecipazione, di presa di parola, di riappropriazione dello spazio così come del discorso pubblico.

Sentiamo la necessità di trovare soluzioni formali per esprimere la polifonia che ogni conversazione femminista porta con sé: in questo senso, pensiamo che nella realizzazione di un wall ad opera di artistə diversə che lavorano con media diversi risuoni l'idea di un femminismo plurale".

Due interventi visibili a Bologna

Le ultime due affissioni di CHEAP - tuttora visibili per le vie di Bologna - portano avanti queste riflessioni. In TACI, anzi PARLIAMO - installazione di manifesti realizzati da Bruna Alcantara, Camila Rosa, Cartel de Caracas, Coco Guzmán, Diana Ejaita, Giulia Mazza, Mafreshou, Marta Iorio, Muna Mussie e Yele - la chiave di lettura è lineare e incentrata sull'empowerment femminista, per rivendicare piena cittadinanza, autodeterminazione dei corpi e dei futuri, diritto alla città e un'idea femminista progettuale e politica di spazio urbano.

Ecofemminismo o barbarie, progetto artistico esposto in occasione del Festival della Partecipazione su invito di ActionAid Italia, si incrocia l’approccio radicale all’ecologia, indivisibile dalla giustizia sociale. Realizzati dall’illustratrice brasiliana Camila Rosa e diffusi per il centro di Bologna, il set di manifesti pone all'interno del discorso ecologista la presa di parola femminista insinuando un'idea di giustizia che possa coniugarsi sia in ambito sociale che ambientale, unitamente.

Le riflessioni si mescolano ai movimenti indigeni e alle orme tracciate da Donna Haraway, Masanobu Fukuoka, Gilles Deleuze e Laura Pulido. È da questo compost che CHEAP procede con la direzione artistica: sul doppio binario della curatela della immagini e della realizzazione di claim, all’interno dei quali far contaminare comportamenti umani e strategie non umane.

Per CHEAP e Guerrilla Girls l’arte agisce come detonatore, non vuole compiacere nè sembrare carina: vuole scuotere, far sorgere domande, attivare immaginazione e dare voce a chi è ai margini delle rotte del privilegio.

Soprattutto, vuole sorprendere le nostre traiettorie quotidiane, interrompere una telefonata, provocare una reazione. È una pratica artistica che non ha paura di far emergere conflitti anche perchè, parafrasando Leslie Kern, non può esserci cambiamento sociale senza qualcuno, qualcuna, qualcunə che lotti per esso.