Cosa succede quando designer e aziende si trovano in stanze virtuali nel metaverso per progettare il nuovo: ne abbiamo parlato con Arturo Tedeschi

In queste stesse ore del 2020, il concetto di phygital era il candidato numero uno a diventare la chiave di volta per un futuro resiliente, in cui il design poteva continuare a crescere nonostante la pandemia, con un piede nel mondo fisico e l’altro nel digitale.

Le eccellenze dell’arredo studiavano piattaforme nuove o rinnovate, promettendo di trasformare l’esperienza d’acquisto in qualcosa di ibrido, che poteva avvenire esplorando comodamente da casa qualsiasi collezione per vincere le restrizioni dell’era pandemica.

Tre anni dopo, l’irruzione del metaverso ha fatto invecchiare di colpo le parole chiave imposte dall’emergenza sanitaria, tanto che adesso possiamo parlare di ‘metaverso del design’.

“Si tratta di qualcosa che è molto più del phygital”, spiega Gianmarco Biagi, ceo di Vection Technologies, società multinazionale in forte crescita, con base in Australia e l’anima in Italia, che aiuta le imprese a trasformare i processi produttivi sfruttando i dati 3D attraverso potenti interfacce di extended reality.

“Il phygital è stata la soluzione immediata delle aziende per uscire dall’impasse e inventare una modalità di approccio con il pubblico in remoto, che fosse un po’ inedita ma suonasse anche rassicurante.

Il metaverso professionale è invece quel sistema dedicato a tutta la catena del valore dove comunicazione e marketing sono soltanto l’ultima fase: è la stessa costruzione del prodotto, e ancora prima la fase di ricerca e sviluppo, che il digitale aiuta a implementare con un modello nuovo e totalmente scalabile per il mondo del design.

Con vantaggi certi in termini di sostenibilità, di risparmio di materiali, di abbattimento dei costi”.

Benvenuti nella (vera) realtà virtuale del design, dove qualsiasi ufficio o fabbrica sono digitalizzati e perfino un prototipo non ha bisogno di un grammo di materiale per prendere corpo.

Come funziona, in pratica, questa nuova filiera immersiva lo spiega ancora Biagi: “Il punto di partenza è la piazza virtuale generata da una semplice videocall, come già se ne fanno a milioni. Finora, però, abbiamo usato queste opportunità soprattutto per annullare le distanze fisiche: la scommessa è farne un driver dell’impresa.

Con la nostra app 3DFrame integrata nella piattaforma Webex by Cisco, per esempio, tutta la filiera diventa digitale: dal designer al capo dell’ufficio tecnico, chiunque può portare nella fabbrica virtuale il proprio avatar per disegnare o costruire in tempo reale, lavorando con colleghi connessi da ogni parte del mondo.

Non è semplicemente un risparmio di tempo, ma anche di costi e di impatto ambientale, perché un prototipo realizzato in questo modo costa infinitamente meno e riduce il margine di errore”.

Ritrovarsi a progettare in una stanza virtuale, possibilmente in team e senza dover realizzare prototipi materiali, è un’esperienza che Arturo Tedeschi, intelligenza vivace e tra i principali interpreti del design computazionale, ha vissuto più volte negli ultimi anni.

In pieno lockdown, Tedeschi ha partecipato al workshop Future Technology for Car Design di Volkswagen realizzando il prototipo della vettura Iris in soli cinque giorni nel suo studio di Milano, con hardware e software accessibili in termini di costi e di disponibilità.

“Questo approccio abbatte drasticamente i tempi che separano l’idea di massima del prodotto dalla sua visualizzazione iper realistica”, racconta, “ma l’aspetto rivoluzionario del processo è che non c’è più bisogno di realizzare un prototipo fisico, che spesso ha costi di produzione altissimi”.

Due anni prima, Tedeschi si era cimentato in un’impresa simile: in collaborazione con la startup pugliese Mindesk, specializzata nella realtà virtuale al servizio del progetto, aveva realizzato la poltrona Oyster, che, racconta, gli era stata commissionata da un amico pianista, il quale avrebbe testato la seduta in remoto attraverso un visore, per poi averla recapitata a casa.

“Si è trattato di un processo totalmente sfidante, in cui l’abbattimento dei tempi di progettazione e dei costi di prototipazione è stato il risvolto fondamentale di una pratica di design completamente nuova.

Progettare nella realtà immersiva significa non usare più la matita e la carta, e dunque non avere più tavoli di riunione fatti di persone che ragionano e si scambiano visioni con strumenti e approcci tradizionali.

Per certi aspetti è come tornare a un’esperienza primitiva, quando l’essere umano non disegnava ma scolpiva direttamente la materia. Scompaiono i modelli 3D, spariscono i prototipi.

Il nostro era uno studio totalmente virtuale: è bastato inviare un link via email al cliente per testare la poltrona. La stessa produzione è avvenuta collegando la nostra room con la fabbrica dove un braccio robotico realizzava la seduta annullando sprechi di materiale.

Può sembrare, ed è, un processo rivoluzionario: in realtà non è che la declinazione nel mondo del design di quel fenomeno che nel giro di qualche settimana ci ha fatto spostare in remoto milioni di meeting di lavoro, quando fino a un attimo prima volavamo da una città all’altra senza farci troppe domande”.

Cose come gli esperimenti di Tedeschi e la pratica di Vection sono già realtà nel mondo del lusso, dove supercar e superyacht dal valore milionario prendono forma in digitale per essere opzionati dai futuri acquirenti sulla base di immagini virtuali avanzatissime che abbattono i costi di prototipazione, insostenibili anche per quei mercati fatti di pezzi unici.

Se però ci spostiamo dal mondo del lusso a quello più accessibile dell’arredo, la strada da fare è ancora tanta, sostiene Tedeschi: “Le nuove frontiere della progettazione si scontrano con le tecnologie di visori poco friendly, che ancora non aiutano queste avanguardie a prendere piede nella filiera del mobile.

Forse perché, quando parliamo di casa, siamo ancora in cerca di esperienze rassicuranti e perciò almeno in parte fisiche.

Probabilmente, il futuro si assesterà a metà strada in una dimensione mista di analogico e digitale, senza sfruttare appieno le potenzialità che la tecnologia immersiva offre all’acquirente”.

Più ottimista è Biagi, imprenditore e manager che somma nel suo background l’hi-tech più avanzata con il punto di vista di una filiera dove il fattore umano è centrale.

La lunga esperienza in Fendi Casa lo ha portato, infatti, a maturare quelle conoscenze che, adesso, con l’innesto delle tecnologie immersive, rappresentano la visione portata in dote alla filiera del made in Italy.

“Dalla riduzione del time-to-market (il tempo dall’ideazione di un prodotto alla sua commercializzazione effettiva) fino alla distribuzione, passando per una prototipazione che riduce il margine d’errore e lo spreco senza rinunciare alla qualità, l’intera catena del valore di un’azienda può essere ripensata con le tecnologie immersive, come stanno già sperimentando Boeing, Volkswagen e Toyota”.

Dallo scorso autunno, Vection Technologies è partner di Tricolore Design Hub, lo spazio a Milano nato dall’expertise di Ghénos Communication: assieme alla multinazionale, l’agenzia mette in scena le possibilità di una tecnologia che rappresenta uno snodo strategico, l’esempio ideale di un fenomeno che non molto tempo fa avremmo definito disruptive.

“Stiamo vivendo un passaggio epocale” spiega Biagi, “equiparabile all’arrivo del web alla fine del secolo scorso, ma con un potenziale d’impiego nel mondo della manifattura assolutamente rivoluzionario. Il metaverso del design non è il futuro: è già il presente”.