Perché il libro ‘Di chi sono le case vuote?’, che raccoglie una selezione calibrata di testi scritti da Ettore Sottsass, è il regalo perfetto anche per chi non sa niente di design

Per inquadrare chi fosse Ettore Sottsass non basterebbe la smisurata debordante eppure meticolosa raccolta di testi, disegni, pensieri e appunti che ci ha lasciato. Il suo lavoro creativo a tutto tondo è stato scandagliato innumerevoli volte, quello che preme a noi è spiegare perché Di chi sono le case vuote? di Ettore Sottsass, l’ultimo libro pubblicato da Adelphi, sia il regalo perfetto da fare a Natale, senza motivo, sempre anche a chi non sa niente di design.

Iniziamo dal principio: Sottsass è uno scrittore uno scrittore vero e questo è un libro magico: parla di design anche quando non sembra farlo. E fa sentire che no, il design non è soltanto l’ennesima sedia di cui non si sentiva la necessità.

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Sottsass è uno scrittore, uno scrittore vero

Architetto, designer, fotografo, intellettuale ma soprattutto mente geniale, creativa e dirompente, curiosa e irriverente, ironica e audace, Sottsass è (e non è per niente un fatto scontato) uno scrittore, uno scrittore vero: un autore che si riconosce in ogni riga, e che è diverso da qualsiasi altro”, come scrive nella postfazione Matteo Codignola curatore della trilogia, composta da Per qualcuno può essere lo spazio (2017) e Molto difficile da dire (2019), che si chiude con questa preziosa raccolta.

Con una voce inconfondibile che imbastisce una scrittura cadenzata, scanzonata eppure calibrata, progettata come un’architettura, Di chi sono le case vuote? compone in una sorta di sinfonia svariate tipologie di temi e testi scritti dal prolifico e non etichettabile Sottsass tra gli anni 80, quando cofondava il collettivo Memphis, e i primi anni 2000.

Con una libertà espressiva impastata di materia, forme e colori, ci parla di architettura e di design, di storia e di famiglia, di popoli antichi e di geografie lontane, di luce e di tenebre, di Filicudi e di Austria, di natura e di montagna, di bagni e di cucine, di muri e di riti. Di vita. Questo è un libro imbevuto di vita.

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Una raccolta cucita in saggio/romanzo

Composto da testi, pensieri, aneddoti, stralci riflessivi e schegge intuitive a costruire una sorta di album (visivo, tattile, olfattivo, assolutamente analogico) dalla carica narrativa avvincente, Di chi sono le case vuote? sfugge a qualsiasi categorizzazione.

Partiamo da alcune premesse. Solitamente il saggio spiega mediante un processo logico razionale: parte da osservazioni, espone una o più tesi arriva a determinate conclusioni. La letteratura racconta, fatti vari ed eventuali, ma chiama in causa chi legge, lo esorta allazione. La letteratura scandaglia, sviscera ma cosa, come, perché lo interpreta il lettore.

Nella letteratura (in certa letteratura) si trovano pezzi di sé, che si conoscono o perlomeno si sentono echeggiare da qualche parte ma per i quali non si sono mai trovate le parole. Non quelle, non disposte in quel modo: non sfrondate e cucite con quella cura (ossessiva). Anche quando situazioni, tempi e circostanze sono lontanissimi dalla realtà personale di chi legge soprattutto, quando sono lontanissimi dalla realtà di chi legge trovare quei pezzi, quegli specchi, quei riverberi, è illuminante. E avvolgente: ci si sente più capiti, meno soli.

La saggista fa ricerca, la narrativa è ricerca. In un romanzo, nelle vicende narrate, ognuno ci legge quello che vuole/sente. È allora, solo allora, che una ‘tesi’ di cui un saggio vuole ‘convincerci’ la si sente propria. Perché la si sente, appunto.

Poi ci sono quelli bravi (pochissimi) che riescono a fare entrambe le cose. Ed è quello che fa Ettore Sottsass.

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Perché è un libro magico che parla a tutti

Partendo dalla curiosità del suo formidabile e smisurato, sornione e viscerale autore, il libro genera stupore, meraviglia. Come? Per spiegarlo riportiamo alcuni tra gli spunti che offre e che pensiamo possano coinvolgere anche chi non è un esperto di design: ci mostra, ci fa sentire, che c’è design anche dove non lo vediamo. Li riportiamo con la sua voce smagata, quella amata nellautobiografia Scritto di notte, edita da Adelphi, quella dal ritmo che culla e al tempo stesso beffa, che sembra procedere lineare per poi scartare allultimo e sorprendere, sempre.

Per come descrive la luce: del sole, della luna e delle tenebre

La luce, che bagna, acceca e brucia e i rifugi da costruire nelle tenebre, oscure e pesanti, per domarla. I rimandi a civiltà antiche e popoli lontani e alle architetture lunari, scavate oppure plasmate, che divengono balsamo fisico ma anche metafisico. Partendo da Filicudi, c’è un viaggio estatico, esoterico, indecifrabile nel testo Sulla Luce: un viaggio perturbante che vi consigliamo di intraprendere in tutta la sua poetica che da progettuale si fa sacrale.

“In realtà la luce non illumina, la luce racconta. La luce dà significati, la luce disegna metafore, la luce dà forma alla scena per la commedia generale”. E la luce diventa elemento progettuale, non solo in architettura ma nella quotidianità, quella di tutti: “il vocabolario si riempie di parole, la sintassi si riempie di frasi, le metafore si moltiplicano e l’ombra e la luce diventano materia di uso comune (…) divengano lingua parlata, inventata e reinventata”.

Per la “cucinastanza-casa” dove va in scena un rituale, alchemico e sacrale

Protagonista dell’avvolgente e insieme dolente racconto è l’enorme cucina della locanda delle zio Camillo di Sottsass “in un paese affondato nelle ombre delle montagne alpine”. Limmagine, la visione potente, si forma immediatamente e si imprime nella mente del lettore: sul fondo un “fornello grandissimo come un gigantesco altare nero, coperto tutto il giorno di immense pentole in alluminio che mandavano fuori ininterrottamente nuove bianche di vapori odorosi”, al centro un imponente tavolo di legno intorno al quale si radunavano ospiti, amici e parenti. “Tutto succedeva in quella cucina immensa, in quel luogo progetto, in quella piazza di incontri, in quel caravanserraglio, in quel teatro (….)”.

La cucina per Sottsass è “il luogo dove l’infinita Enciclopedia di sostanze, di stati planetari, si raccoglie, si raduna, e poi si mette insieme, si organizza, si cataloga, si proporziona, prende forma, prende qualche senso riconoscibile, si trasforma in qualche cosa di usabile per disegnare poi quel rituale, che è il rituale quotidiano del mangiare”. La cucina, spiega, “riguarda la continua rinascita dell’esistenza e insieme la continua conferma della sua precarietà, provvisorietà”.

Per i colori (inaspettati) che ci indicano dov’è il design nella vita reale

Se il ventaglio cromatico che si associa in modo immediato a Sottsass, soprattutto legato ai progetti per Memphis, è vibrante e pop, in Colori inaspettatamente leggiamo “quando ero piccolo i colori erano le cose stesse, non erano ‘colori’ ma erano vespe, lamponi, funghi, fiori e basta”, “non esisteva un colore che fosse ‘staccato’ da qualche oggetto o animale o vegetale, non esisteva nel mio catalogo di percezioni, di scoperte, di nozioni”, “non esisteva allora e per quel che mi riguarda il colore (astratto, classificato, ‘scientifico’) non esiste neanche adesso”.

Ecco che allora i colori, come le parole, la luce, il cibo... diventano elementi di una sorta di abaco: mattoncini’ per costruire opere composite, note a comporre una partitura di lettere e immagini, ma anche odori e sapori, quelli dei boschi e delle montagne in cui Sottsass è cresciuto. Ed ecco dov’è il design, dov’è anche nella vita reale di tutti: nel metodo.

Per i racconti che spaziano dalle enciclopedie all’eros

La vasta e poliedrica attività di Sottsass ha spaziato da architettura, design, fotografia, pittura e disegno a mobili, oggetti, sculture, vetri e ceramiche fino agli scritti e persino allattività editoriale. La sua amalgama creativa, la sua formula magica, in Materia Forma Colore la spiega così “usare materie naturali o artificiali, fare forma alle materie, accostare materie diverse, usare i colori delle materie, colorare le materie, accostare colori è come scrivere racconti, è come attingere alle parole di una immensa, interminabile enciclopedia per scrivere storie”.

In Chi ha paura del merkato? esordisce con La parola design non vuol dire quasi niente, è come dire letteratura: che cosa è?” per ipotizzare “si può pensare che il progetto abbia come traguardo il progetto stesso” (un atto senza un fine produttivo) e qui il paragone audace è con l’amplesso (un atto senza un fine rigenerativo) e infine farsi poetico “è estremamente affascinante lasciarsi andare nel torrente misterioso dell’amplesso” ed “è anche estremamente affascinante camminare nello spazio buio del progetto, cercare in quel buio lampeggi di epifanie, affacciarsi su paesaggi imprevisti, ripercorrere eventi antichi dimenticati, dirigere la torcia su altri misteri, aprire porte e finestre su luci nuove”.

Perché cè un pensiero scritto a mano speciale

Di chi sono le case vuote? merita di essere letto anche solo per il lungo pensiero dedicato a Shiro Kuramata, mancato nel 1991, che restituisce la grandezza del progettista illuminato ma soprattutto della persona.

Io non sono un critico professionale, non posso dare spiegazioni esatte, io ero amico di Shiro Kuramata e lui non parlava inglese e io non parlavo giapponese, eravamo come due amanti, uno brasiliano e l’altra, o l’altro, della Nuova Guinea, comunicavamo con gli occhi, con i sorrisi o con le mani, ma soprattutto comunicavamo con i silenzi, e comprensioni magiche che passano per l’aria. Ci capivamo, forse, perché ci eravamo sempre capiti, prima ancora di comunicare. Questo sistema di comunicare per allusioni, di comunicare quasi più per qualche cosa che non c’è, piuttosto che qualche cosa che c’è (…)”.

Finisci di leggere queste pagine, quelle di un taccuino scritto a mano e così riportate sul libro, con tanto di correzioni e cancellature, e ti viene voglia di abbracciarli, entrambi, questi due poeti prestati al design. E di abbracciare il design, che no, non è soltanto l’ennesima sedia di cui non si sentiva la necessità.

In apertura e nell’articolo: alcune viste della mostra Ettore Sottsass, L’objet magique - Centre Pompidou, Parigi. 13 ottobre - 3 gennaio 2022 © Centre Pompidou, Audrey Laurans. Arredi e oggetti esposti sono posizionati al centro di uninstallazione realizzata con i pannelli decorativi Bacterio, Serpente, Rete e Spugnato disegnati da Sottsass per Abet Laminati. L’incontro tra l’eclettico progettista e la lungimirante azienda di laminati, nel lontano 1964, diede vita ad una delle più longeve e culturalmente vivaci collaborazioni della storia del design.