Il vintage è ormai un cliché. Che continua a imporsi un po’ per la nostra paura del futuro, un po’ perché è lo status symbol di chi ha possibilità di spendere. Ma una chiave per usarlo in maniera costruttiva c’è: la sostenibilità

In una scena diventata celebre di Mad Men, la serie tv che racconta l’America degli anni Sessanta attraverso le vicende di un’agenzia pubblicitaria, il team di copywriter e grafici guidato dal fascinoso Don Draper è riunito per mostrare al capo il bozzetto per la réclame della prima bomboletta spray di schiuma da barba. Pensando di interpretare al meglio il brief, e l’emozione trasmessa da un oggetto che, per l’epoca, guardava al futuro, la squadra di creativi ha messo in mano la bomboletta a un astronauta, ma la risposta che ottiene dal capo è sferzante: “Non lo sapete che la gente ha paura, quando sente parlare di futuro? Mettete un cowboy al posto dell’astronauta”. 

Il futuro spaventa, il passato rassicura. Forse è tutta qui la risposta alla domanda perché, attraversato un quinto abbondante del Ventunesimo secolo, continuiamo ad arredare le nostre case con una quantità a volte spiazzante di mobili e di oggetti pescati da quel passato non troppo lontano per essere antiquariato ma sufficientemente distante per evocare un mondo ‘altro’, il mondo vintage. E forse è anche qui la risposta al perché, ciclicamente, intere epopee come quella degli anni Cinquanta tornano a imporre i propri codici morbidi, avvolgenti, rassicuranti anche nella produzione di inediti.

Nei ricordi e dunque nel vintage c’e la vita, ma dei ricordi si può anche rimanere prigionieri. Che è un po’ la sensazione che proviamo entrando in certi locali che mostrano fiere le lampadine con il filamento Edison o vecchie biciclette appese al muro (perché poi una bicicletta dovrebbe restare appesa a un muro?). Alessandro Baricco, in The Game (Einaudi), cita un po’ causticamente i locali ispirati alle vecchie latterie (e chi non ne ha mai visto uno, tra Milano e Roma), per segnalare la nostra paura del futuro.

Insomma, il passo tra abbrivio creativo e gabbia, tra emozione e fake è sottilissimo: “Non dimenticherò mai quella volta in cui una cliente mi ha chiesto di disegnarle ‘qualcosa di vintage’ da far realizzare (ex novo) a un artigiano”, racconta Daniele Giorgi, interior designer e architetto, coordinatore del Master universitario in Interior design di Quasar Institute for Advanced Design a Roma. “Ecco, situazioni di questo tipo ci fanno capire che qualcosa è sfuggito di mano; che la scelta etica e/o di opportunità è stata sostituita dallo stile, dalla moda. Il miglior vintage, dico sempre ai miei clienti, è quello che si ha già in casa”.

“Un oggetto vintage ha più senso se racconta una storia che è la storia di chi lo possiede; se ne racconta i valori e l’etica” continua Giorgi. “Da questo punto di vista temo che oggi si stia facendo sul vintage la stessa operazione che si fece sull’antiquariato negli anni Ottanta quando un esercito di nuovi ricchi riempiva le proprie case di oggetti antichi senza conoscerli e riconoscerli, privandoli della loro storia e delle corrette contestualizzazioni, solo per simulare uno status che il denaro (ma questo lo si è capito molti anni dopo) non poteva comprare”.

E dunque il vintage, se lo si assume come tema progettuale, “va affrontato con intelligenza come tutti i temi progettuali. Non bisogna mai dimenticare che la progettazione, il design, è la ricerca di soluzioni ad hoc per problemi specifici. Quando una soluzione diventa troppo ricorrente o ripetitiva, qualcosa sta cambiando e il design si sta trasformando in stile. Oggi, come progettista, faccio rientrare il vintage tra le soluzioni sostenibili dal punto di vista ambientale”.

“Tra comprare qualcosa di nuovo e riusare qualcosa di esistente tendo il più possibile a riusare” conclude Giorgi. “L’obiettivo è ridurre l’impatto dei rifiuti prodotti dalla mia attività professionale e dai miei gesti creativi e contenere il ricorso a prodotti ‘nuovi’. In questa ottica, dunque, non c’è spazio per il vintage come stile, moda o cliché ma lo si riporta sulla via della scelta etica. Alla base di ogni scelta ci deve essere la consapevolezza”.

In apertura e nell'articolo, un'ex chiesa di campagna ristrutturata e trasformata in abitazione nei Paesi Baschi su progetto dello studio Garmendia Cordero Arquitectos.