Craig Copeland racconta a Interni la sua relazione con la pietra e l’amicizia pluriennale con Marmomac, quest'anno in presenza dal 29 settembre al 2 ottobre a VeronaFiere

Craig Copeland è un artista, un architetto e un designer. È Principal dello studio Pelli Clarke Pelli, la sua esperienza abbraccia campi diversi, a volte anche codici molto distanti fra loro. Il ponte, l’elemento che mette in relazione tutti i suoi lavori è la passione per la pietra. Craig ha partecipato al ciclo di talk di Marmomac della primavera 2021 e con la fiera veronese ha un rapporto pluriennale di attenzione e curiosità.

Hai una personalità poliedrica. Qual è l’elemento che tiene insieme tutto?

È una domanda che mi fanno da trent’anni e ogni volta ci devo riflettere. Credo che ci siano due o tre elementi che attivano curiosità e passione nel mio lavoro. In ogni progetto, pubblico o privato, ci sono opportunità che vanno oltre alla semplice e ovvia funzione di creare un riparo. Mi piace pensare a funzioni che si moltiplicano e che esplorano possibilità capaci di aumentare il senso di benessere e gioia di un luogo. Lo si fa in modi diversi: progettando l’incontro e la relazione, ma anche tutti i contenuti che normalmente si integrano nell’architettura contemporanea. Da un punto di vista molto elementare c’èl’idea di creare luoghi che supportano la gioia di vivere.

Quando hai cominciato ad amare l’architettura e i suoi materiali?

Molto presto. Una delle prime fonti d’ispirazione è stata Leonardo Da Vinci. I suoi disegni combinano lo studio del mondo naturale e lo amplificano in ogni ambito della vita, dalla ricerca all'invenzione. In ognuno dei suoi studi c’è l'opportunità di creare qualcosa di concreto, dopo aver osservato come funziona la natura. Un’attitudine che ha messo in moto la mia curiosità e ancora la veicola in tante direzioni diverse.

Accade che la tua ricerca artistica ispiri o venga integrata nel tuo lavoro di architetto?

Capita molto spesso, per fortuna. La relazione con la pietra, con gli artigiani che abitano il suo mondo, è sempre ispirante e in qualche modo informa anche la mia ricerca in architettura. La relazione tra manualità e tecnologia ha per un certo periodo spaventato molto. Si pensava che le macchine avrebbero tolto significato al lavoro dell’uomo, sostituendolo, trascurando migliaia di anni di storia e competenze accumulate attraverso l’esperienza e le sue eredità. Invece quello che succede è molto diverso. Le possibilità aumentano, oggi più che mai si ha bisogno degli artigiani, degli escavatori, della loro esperienza nelle cave.

Mi puoi fare un esempio?

L'estrazione e la lavorazione della pietra passano per canali molto fisici. Il blocco di materiale esige la presenza fisica, il tatto, un’osservazione paziente dei pregi, dei difetti, delle venature. Me ne accorgo quanto controllo la materia prima, o quando osservo gli artigiani valutare la pietra. Nello stesso tempo però abbiamo tecnologie in grado di narrare l’andamento di una cava, di una vena, di una porzione geologica. Ci aiutano a selezionare meglio i tagli, a trovare per ogni uso le parti migliori. Così come il segno del lavoro manuale sulla pietra, una traccia del gesto dell’artista, si amplia grazie alle possibilità di nuove texture e nuovi finishing che solo le macchine sono in grado di dare.

Quali sono, se ci sono, le potenzialità inespresse in architettura per i materiali naturali?

Esistono e sono legate proprio alla tecnologia e all’opportunità di moltiplicare l’espressività della materia prima. È come per le canzoni d’amore: ogni volta credi di averle sentite tutte, ma ne esce sempre una nuova, che esprime cose diverse in modo innovativo.

Deve essere una grande responsabilità progettare e al contempo confrontarsi con l’idea di eternità che la pietra porta con sé...

Ci sono due modi per vedere la cosa. Uno è senz'altro legato a una visione storica della pietra, al suo uso massivo, permanente, immutabile. Ma c’è poi un aspetto molto nuovo, che dipende ancora una volta dalla presenza delle nuove tecnologie estrattive e delle lavorazioni. Scaviamo chirurgicamente, in modo da non sprecare materiali. Facciamo attenzione nel valutare le possibilità di scavare vicino ai luoghi di messa in opera. E quando non è possibile, frammentiamo i componenti in modo razionale per poi assemblarli. Ci sono infinite possibilità di alleggerire la presenza della pietra, sia dal punto di vista della sostenibilità, che dal punto di vista formale. In questo senso Marmomac è un luogo irrinunciabile di informazione e di aggiornamento per me, uno spazio in cui scoprire nuove possibilità.