“Non esiste un’architettura ecologica, intelligente o sostenibile ma solo una buona architettura”, ha detto Souto de Moura. Eppure la tutela dell’ambiente è spesso un corollario e non la sua essenza

* Luca Compri, fondatore di LCA Architetti

Capire cosa sia l’architettura – una materia che a scuola non viene quasi mai insegnata – è un percorso lento, complesso, a volte addirittura inaccessibile. Per farlo, ci vogliono impegno, pazienza e una grande capacità di dialogare. Come architetti, infatti, abbiamo l’obbligo di accompagnare i nostri committenti, e qualche volta forzarli, alla scoperta di un mondo che pensano di conoscere – l’edilizia è sotto gli occhi di tutti – ma di cui sfiorano solo la superficie. Perché farlo? Perché il mondo ha bisogno di architettura buona, non di semplice edilizia. Di un’architettura che considera lo spazio e la luce, le relazioni tra le persone, il contesto, e ovviamente l’ambiente: tutto insieme, senza che l’attenzione su uno di questi fattori discrimini gli altri. Perché, come disse Eduardo Souto de Moura, “non esiste un’architettura ecologica, intelligente o sostenibile ma solo una buona architettura”.

Il dialogo con la committenza è il primo passo per realizzare una buona architettura. Capire quali corde toccare per soddisfare le esigenze funzionali del committente ma soprattutto per cogliere la sua anima emotiva è infatti fondamentale per averlo dalla nostra parte. Quando l’affinità elettiva si è instaurata arriva il momento di introdurre la proposta di soluzioni architettoniche diverse da quelle che tradizionalmente ci si aspetta: sui temi fondamentali dello spazio, della luce, del contesto, e necessariamente dell’ambiente e della sostenibilità più in generale. E, se si è riusciti a lavorare bene, il processo di sensibilizzazione del cliente può essere più avanzato di quanto non ci si aspetti: tutto dipende, chiaramente, da chi si ha davanti.

Nell'ambito della sostenibilità, il dialogo ci ha permesso di arrivare per esempio a costruire una casa utilizzando solo materiali di riciclo e di riuso. L’utilizzo di blocchi cannettati in cemento provenienti dalla dismissione di edifici industriali e lastre di marmo travertino di scarto ci ha permesso di realizzare un’architettura all’avanguardia da un punto di vista costruttivo ma classica nelle forme, con richiami alle tessiture dei muri antichi e conci che fungevano da architrave o da pietra angolare.

Oppure a far virare il cliente sull’utilizzo di materiali 100% naturali per la costruzione. È stato dialogando con la committenza che siamo riusciti a trasformare quella che si voleva essere una classica residenza dell’interland milanese in una dimora che utilizza il legno per la struttura primaria, la paglia di riso quale isolante principale e il sughero come coibente esterno. Il risultato è una casa che ha un legame fortissimo con la natura e il paesaggio circostanti, primitiva nella forma ma sperimentale nella tecnologia costruttiva e articolata nei dettagli. Costruita con materiali naturali provenienti da fonti rinnovabili, autosufficiente da un punto di vista energetico e riciclabile nella sua quasi totalità.

Possiamo dire che l’architetto è anche un po psicologo? Forse. Certamente la sua prima, e forse più importante dote, è quella di saper capire non solo tecniche costruttive e materiali ma soprattutto persone, contesti e paesaggi. Oggi, nell’era della grande sfida ambientale, più che mai.