Dare il giusto posto allo smartphone. Trasformare un tappeto in un modo di vivere la casa. Ecco chi progetta gli arredi ispirati a usi e comportamenti che fino a dieci anni fa non esistevano

La storia del design è anche la storia di un amore non sempre corrisposto, quello tra il corpo e la tecnica. Il primo ha le sue ragioni che spesso la seconda non comprende, pur avendole ben chiare sotto gli occhi. 

Prendiamo il caso delle scarpe. “Pochi di noi sanno che il contorno di un piede non deformato deve essere asimmetrico. È chiaramente più piccolo da un lato. Guardiamolo con attenzione: l’alluce si protende da due a cinque centimetri oltre il quinto dito. Non solo, le dita si allargano come un ventaglio. Invece, a guardare la forma della scarpa, ci si aspetterebbe che le dita convergessero sulla punta e non verso il tallone. È quindi ovvio, anche per l’osservatore più distratto, che per conformarsi alla linea di una scarpa l’alluce dovrebbe essere al posto del terzo dito, cioè al centro”.

È la celebre intemerata di Bernard Rudofsky contro l’industria calzaturiera e contro i designer stessi, rea la prima – e complici i secondi – del delitto di piegare a forme fittizie, e allo stile, la forma del piede: “L’idea stessa di scarpa moderna non ammette soluzioni intelligenti: non è fatta per conformarsi a un piede umano, ma a una sagoma di legno la cui forma viene decisa dai capricci del ‘designer’. Mentre il sarto tien conto del fatto che il suo cliente non ha le spalle e le braccia uguali, e l’ottico prescrive lenti diverse per l’occhio destro e per il sinistro, noi compriamo scarpe di misura e dimensioni identiche per entrambi i piedi, dimenticando – o ignorando – che non hanno la stessa larghezza o lunghezza”. 

Sappiamo come è andata a finire: dalla metà degli anni Quaranta, Rudofsky prende a disegnare i famosi sandali Bernardo (quelli indossati da Jane Birkin e fotografati da Helmut Newton) portando la pace tra il corpo e l’industria. Ma la relazione tra questi due resta tormentata. 

È tra un litigio e l’altro che arriva il buon design e tiene a battesimo creature mai viste prima: poltrone e ottomane che disegnano un nuovo modo di sedere, lampade grandi come lampadari da trasportare con una mano. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i grandi maestri progettano tutto quello che serve all’uomo del loro tempo, dando l’illusione di lasciare alle generazioni future un mondo in cui nulla resta da inventare e tutto, al massimo, può soltanto essere reinterpretato. Ci vuole la tecnologia digitale con la pervasività di uno smartphone che ti entra in tasca e non ti lascia più, per spingere l’ultima generazione di progettisti a misurarsi con un nuovo vocabolario di gesti

Vincenzo Castellana, art director di Orografie, e la storica e curatrice Domitilla Dardi chiamano questo nuovo design anfibio’, perché parla alla natura ormai doppia dell’essere umano, metà analogica e metà digitale. “Il design non può eludere il rapporto che l’uomo contemporaneo ha con il cellulare” spiega Castellana. Per questo, nella prima collezione del marchio catanese città anfibia come poche altre, che scivola dal vulcano al mare ben tre oggetti nascono proprio per interpretare questa relazione e i gesti che la mettono in scena.

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Così, se Francesco Faccin ha innalzato per lo smartphone un’asta in legno e ci ha agganciato in cima il device con una calamita per tenerlo fermo o portarlo in giro durante una telefonata o una videoriunione, Andrea Branciforti ha nobilitato l’apparecchio dandogli un posto di riguardo dentro un centrotavola in ceramica, mentre Davide Frattini Frilli lo ha incastonato in una cornice di vetro che permette di guardarsi mentre parliamo: non per vanità, ma perché specchiarsi è anche una misura di ordine e compostezza, e dunque di rispetto per chi ci vede e ci ascolta. 

Se questi con il marchio di Orografie sono oggetti che non avrebbero potuto vedere la luce soltanto dieci anni fa, c’è un’indagine sul gesto che rimane nell’ambito analogico ma approfondisce comunque la relazione tra l’uomo e la casa.

È quella che ha portato Maddalena Selvini a realizzare in un materiale antico come il feltro  a lungo negletto dal design un tappeto domestico che può trasformare in un prato qualsiasi angolo di casa. Feel Felt nasce dall’osservazione del modo fluido di vivere il relax: “Il materiale è già accogliente di per sé, e l’imbottitura rende il tutto più confortevole. L’idea è venuta in maniera molto spontanea ispirandomi a quei momenti in cui si è sdraiati all’aperto e basta uno zaino o qualsiasi oggetto morbido per alzare un po’ la schiena e la testa e sentirsi comodi”. Un’idea per vivere lo spazio naturalmente. E che forse, per questo, sarebbe piaciuta a Rudofsky.