Sì, se è mutevole quanto una scenografia teatrale, come quella labirintica, nonostante i soli 60 mq, raccontata da Veronica Raimo nel libro ‘Niente di vero’

Un padre che erige muri in mezzo alle finestre, trasformando un appartamento di 60 mq in una sorta di alveare labirintico. Una casa dinfanzia mutevole quanto una scenografia teatrale, senza serrature né privacy, che fa da cornice e persino plasma la vita perennemente in quarantena della protagonista.

Si ride molto leggendo Niente di vero, il libro di Veronica Raimo uscito di recente per Einaudi. Romanzo, autobiografia, memoir? Non è importante definirlo, è importante il modo in cui lautrice scandaglia e dipinge una famiglia disfunzionale (come ogni famiglia disfunzionale è disfunzionale a modo suo): con sferzate di ironia e stile. Una prosa spiazzante, fuori da ogni retorica, che mescola eventi esilaranti a ricordi addomesticati, a svelare la crescita di una bambina-adolescente-donna mai banale: non algida (citazione) tantomeno cinica, ma autentica e sincera, molto sincera.

Un padre che erige muri nelle stanze (puramente nominali)

All’origine della configurazione spaziale della casa dinfanzia un padre dalle ossessioni architettoniche, nonché igieniche, che impartisce ai figli svariate limitazioni quanto a giochi, sport e attività (ma anche solo a movimento), condannandoli a stare costantemente in casa a fare i conti con la noia. Quella che il padre costruisce è una casa camaleontica che cambia da mattina a sera: spostando pannelli e alzando sipari gli ambienti spariscono per far posto ad altre funzioni. Le finestre? Segate a metà da muri.

“Mio padre aveva la smania di dividere la stanze, senza alcun motivo. Semplicemente ci costruiva dentro un muro. Costruiva muri nelle stanze, non si può dire in altro modo. Vivevamo in quattro in un appartamento di sessanta metri quadri dove era riuscito a ricavare tre camere da letto, una sala, una cucina, un tinello, una veranda e due bagni, più un lungo cunicolo soppalcato (...)”.

Non esistevano porte vere e proprie, solo porte a scomparsa senza serratura. Era come vivere dentro un allestimento teatrale, le stanze erano puramente nominali, simulazioni a beneficio degli spettatori.

Una madre invasiva che non contempla la privacy

La madre Francesca è il personaggio ansioso e intrusivo centrale: motore dei racconti e presenza costante nella vita dei figli, ma anche dei loro amici, rintracciabili sempre e ovunque, e di tutto ciò che gravita intorno a loro, del quale vuole sapere e in qualche modo partecipare. La casa, va da sé, non contempla privacy.

“Quello della privacy è un concetto contro cui mia madre si è sempre battuta strenuamente. D’altra parte a casa nostra non c’era una porta che si potesse chiudere a chiave. Quando io e mio fratello parlavamo al telefono, lei si piazzava alle nostre spalle suggerendoci le risposte, abitudine che non ha perso negli anni (...)”.

Aneddoti, ricordi e divagazioni spassose

Il libro è pregno di aneddoti e ricordi, con il dubbio che siano truccati, come il gioco dei dati che la protagonista faceva da piccola ingannando (?) il fratello geniale. Tra sbalzi temporali e divagazioni spassose, la famiglia è al centro dei racconti della protagonista, dove si trovano anche l’amicizia, l’amore, il desiderio, il sesso, il sentirsi figli e non genitori, l’aborto. Ad emergere la complicità tra fratelli nell’affrontare la noia e la frustrazione durante un’infanzia passata per lo più tra i muri, o meglio le partizioni flessibili e riconfigurabili, di casa

Grazie alla ferrea educazione dei miei genitori, né io né mio fratello abbiamo mai imparato a fare quelle cose spericolate come nuotare, andare in bicicletta, pattinare. saltare alla corda (era un attimo annegare, spaccarsi il cranio, rompersi una gamba, finire impiccati). Abbiamo passato linfanzia chiusi dentro casa a romperci le palle. Era un’attività talmente intensa che presto divenne una posa esistenziale. Sapevamo annoiarci come nessun altro”.

I libri per dopare la noia

La casa labirintica diventa quindi lo spazio dove i due fratelli, Veronica e Christian Raimo che diventeranno entrambi scrittori e rinnoveranno il mutuo soccorso anche in campo editoriale, inventano modi per non soccombere al tedio, e neanche allinvidia nel vedere dalla finestra (tagliata a metà) gli altri bambini giocare spensierati all’aperto. Sempre con un tocco di sarcasmo, ma sempre con una sincerità spiazzante.

“Quando finalmente arrivò la scoperta dei libri, non fu una forma di evasione, piuttosto una rasserenante coalescenza di noia (...). Lidea stessa che leggere potesse rivelarsi un piacere era completamente fuorviante. Perché crearsi quellinutile rovello? C’era una cosa che la mia famiglia temeva più della nube tossica di Černobyl: ledonismo”.

Inquinare il raziocino della stanza e delle regole

Intenso, spigliato e spregiudicato, lo spirito del libro e della vita della sua autrice, vera o simil-vera (falsificata?), è eviscerato in questi passaggi, urticanti, schietti, veri.

E in effetti è quello che ho sempre fatto nella mia vita. Ogni volta che mi sono sentita chiusa in una cameretta, dentro un gioco con delle regole, non ho provato a fuggire ma a inquinare il raziocinio della stanza e delle regole. A immaginare cose finte, a dirle, a provocarle, fino a crederci”.

Nella mia vita non vedo mai il bicchiere mezzo pieno. Nemmeno mezzo vuoto. Lo vedo sempre sul punto di rovesciarsi. Oppure non lo vedo proprio. Non c’è nessun bicchiere. Non c’è niente. Sono di fronte a un tavolino brutto e sopra il nulla. Potrebbe sparire anche il tavolino. Anzi, è già sparito. Non mi resta l’ assenza, ma la perplessità. Scusate, non mi ricordo più. Cos’è che dovevo vedere?”.

Un libro dalle dosi esatte da leggere

Lo si evince già dal titolo, Niente di vero non è un libro da definire né da raccontare: è un libro da leggere. Compatto ma fluido, si divora e al tempo stesso si riesce a degustare. Il segreto? Le dosi esatte. Se i termini sono caustici ma calibrati, la scansione ipnotica delle costruzioni sintattiche (alla Thomas Bernhard per intenderci), persino quando ritmata dal turpiloquio, diventa incalzante ma al tempo stesso sofisticata.

Il mix degli ingredienti linguistici, cucinati con la sapienza di una scrittrice che è anche traduttrice e sceneggiatrice, restituisce una lettura decisamente piacevole: ironica sì a volte grottesca, mai retorica, sempre sagace ma intrisa di riflessioni, turbamenti e pieghe dolenti, affrontanti con pudore. E con un piglio che fa dello stile impeccabile il suo punto di forza.

 

In apertura: nella foto della serie Making Architecture di Cristina Coral il corpo è posizionato nello spazio in modo tale da divenire parte di una composizione geometrica, di conseguenza la donna ritratta diventa parte di una forma unificata. © Cristina Coral, Italy, Shortlist, Open, Creative, 2020 Sony World Photography Awards.