Mentre ancora ci affanniamo a etichettare il design come “made in”, un’ondata di creativi parla una lingua meticcia che sfuma i confini tra una zona e l’altra del pianeta

Ci sono un africano, un americano e un polacco. L’ultima evoluzione del design somiglia un po’ a quelle barzellette che giocano con gli stereotipi nazionali. Solo che, in questo caso, la battuta finale lascia il posto a un rompicapo tutto da sciogliere. Sempre più spesso, infatti, è difficile indovinare l’origine di una sedia, di un tavolo o di uno di quei pezzi di collectible design che ci rapiscono alle mostre o nelle gallerie di settore.

È il grande inganno del "made in", quell’etichetta dura a morire di chi ancora si sforza a ogni costo - magari stregato dalla poesia delle radici, che - si sa - "sono importanti" - di assegnare origine e provenienza agli autori e alle loro creazioni, mentre il Dna degli uni e la grana delle altre sfumano inevitabilmente in formule sempre più meticce e contaminate. E, dunque, inafferrabili.

Prendiamo Nifemi Marcus Bello, 33 anni, designer di Lagos con un background di studi tra l’Inghilterra e Milano, interprete di un nuovo minimalismo assolutamente funzionale che lo ha portato a distinguersi, l’anno scorso, con il progetto di un lavello trasportabile su ruote, pensato per ospedali e presidi sanitari in condizioni di emergenza.

"Ancora adesso" racconta "in molti mi dicono di non riuscire a credere che il mio design nasca a Lagos. C’è chi vorrebbe trovare nelle mie creazioni un’estetica più afrocentrica. Sono nato e cresciuto in Nigeria, ho vissuto in molte parti dell’Africa, ma sembra che a un certo pubblico interessi più che altro mantenere un’idea tutta sua di come dovrebbero essere il Continente e le sue creazioni.

C’è chi crede che i miei mobili siano scandinavi. In realtà, molto semplicemente, sono arredi funzionali, perché è la funzionalità la prima preoccupazione di chi fa design dalle mie parti. Un designer non è soltanto ciò che traspare dal suo prodotto, ma è anche il suo approccio e il suo pensiero che stanno dietro alle creazioni".

Lo stesso approccio alle radici libero e stimolante è il viatico che sta emancipando una nuova generazione di designer americani dall’impronta profondissima del Midcentury, che non è stato semplicemente uno stile e un linguaggio, ma il marchio di fabbrica di un’epopea, quella del mobile americano partorito nel Dopoguerra dai grandi maestri come Charles e Ray Eames o Eero Saarinen.

Difficile ritrovarsi di fronte a una creazione di quel tempo e non riconoscerla come americana, mentre adesso chi indovinerebbe l’origine di un mobile di Jason Mizrahi o di Farmmm? Il primo è un designer con base a Los Angeles impegnato a sfumare il confine tra mobile e scultura, il secondo lo studio di Sasha Topolnytska, nata in Ucraina e atterrata a Brooklyn dove si divide da anni tra architettura e design.

Con Farmmm, Topolnytska ha firmato una collezione di sculture in tessuto dalle palette accese e ironiche, un gioco da bambino con ambizioni da galleria. Forse, a volerne trovare uno, è proprio l’audacia delle palette il fil rouge che lega certe sperimentazioni tra la East e la West Coast. Del resto, non era stato Virgil Abloh, lo scorso settembre, a uscire fuori dagli schemi del colore Usa con la seduta Gradient?

Non è un caso che sia Mizrahi sia Farmmm siano tra i protagonisti di Design Miami. Con il piede spinto sul pedale dell’autorialità, perennemente in cerca di storie e di pezzi dalle caratteristiche uniche, le fiere di collectibile design sono da anni il carburante ideale per le macchine che centrifugano i geni dei creativi e ne restituiscono mappe sempre più meticce.

La mostra Transatlàntico alla galleria Philia di Città del Messico ha offerto un saggio, qualche settimana fa, di che cosa vuol dire partire dal design autoctono per tessere un dialogo con l’Europa. In mostra c’erano, tra le altre, le creazioni di Platalea Studio e di altre realtà centroamericane che, se da un lato sembrano arrivare dalle antiche civiltà locali, dall’altro creano micro architetture per definire un paesaggio domestico nuovo, che guarda all’altra parte dell’oceano.

Neanche il mondo vicino ai maker e attivo con la stampa 3D è estraneo al mix genetico che sfrangia i contorni geografici del design. Dal 2014, Justyna Fałdzińska e Miłosz Dąbrowski, due designer polacchi formati all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, sono Uauproject, lo studio che ha innestato le suggestioni di Memphis nella stampa digitale dando vita a collezioni coloratissime.

I pattern tridimensionali tipici della modellazione parametrica e i colori pop, fluorescenti, danno vita a una collezione di vasi, portacandele e lampade antropomorfi da toccare, smontare e rimontare come giocattoli. A un’unica condizione: vietato chiedersi da dove vengano. Del resto, un bimbo non chiederebbe mai in quale Paese è stato costruito il suo gioco.

Cover photo: Farmmm