Carlotta de Bevilacqua racconta Vine Light di Artemide, la lampada a braccio orientabile nel solco di una tradizione che inizia con la Tizio di Sapper e passa attraverso la Tolomeo di De Lucchi e Fassina.

È passato quasi mezzo secolo dal giorno in cui Richard Sapper disegnò Tizio, la lampada da scrivania con braccio orientabile che sviluppava l’intuizione di Ernesto Gismondi di legare il nome di Artemide a una creazione universale, che piacesse a “Tizio, Caio e Sempronio”.

Quindici anni dopo, la Tolomeo di Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina segnava, sempre per Artemide, un’evoluzione in quel tipo di lampada destinata anch’essa a fare la storia del design. Da ultima, Vine Light di Studio Big è la tappa più recente di una storia che, come succede con il miglior design, non è soltanto una faccenda di tecnologia ed estetica, ma l’occasione per osservare in controluce come cambia il bisogno dell’uomo in casa e al lavoro.

Ne abbiamo parlato con Carlotta de Bevilacqua, alla guida di Artemide, l’azienda che queste esigenze interpreta almeno dal 1972.

“In parte il principio di Vine Light è lo stesso di Tizio e di Tolomeo, illuminare il tavolo senza occuparne la superficie di lavoro e con la flessibilità di muovere la luce dove serve. Quindi con una base che dà stabilità e bracci che portano la luce e ne permettono il movimento.

Per Tizio era un gioco di pesi e bilanciamenti dove il cavo spariva sostituito dai binari che portano i poli negativo e positivo alla prima alogena a bassissima tensione. Tolomeo aggiungeva anche la possibilità di ruotare la testa che accoglie l’evolversi della tecnologia della luce, dalla tradizionale incandescente E27 al LED. E ora Vine Light, che interpreta le nuove sfide tecnologiche e la trasversalità nel vivere gli spazi che ormai fa parte del nostro quotidiano. Lo fa riducendo tutto al minimo.

Rispetto a Tolomeo elimina uno snodo lasciando massima libertà di movimento. La forma della sua testa invita a una gestualità spontanea nell’orientare la luce e nel suo profilo integra anche un touch dimmer per regolare l’intensità. È una nuova generazione di task light, traduce i principi delle altre iconiche lampade da tavolo in soluzioni innovative come l’ottica brevettata e gli snodi elettromeccanici che scompaiono integrandosi con continuità nella sezione costante di soli 16 mm di diametro che costituisce l’intero profilo di Vine Light”.

Qual era il brief assegnato a Studio Big?

La sfida era, appunto, quella di progettare una lampada da tavolo perfetta per spazi di vita e lavoro sempre più trasversali, pensata per svilupparsi in una famiglia con diverse applicazioni e misurata secondo principi di sostenibilità che sono alla base dei nostri valori. Come già Alphabet of Light, Vine Light mostra la capacità di Big di sintetizzare al minimo, di arrivare a una forma così elementare da essere universale. Per raggiungere questo obiettivo, c’è stato un dialogo molto intenso e aperto, una profonda collaborazione grazie a cui il know how aziendale, la ricerca e l’innovazione tecnologica sono stati tradotti in un risultato sorprendente: una semplicità che invita alla relazione e restituisce grande qualità e funzionalità.

Perché dunque Vine Light è un prodotto rilevante e che cosa aggiunge alla storia delle lampade da tavolo?

Toglie un punto di snodo, toglie peso, complessità e materiali, riduce tutto all’essenziale e, facendo questo, aggiunge libertà, sostenibilità, qualità a uno spazio di luce personale che può essere trasversale e interpretabile.

Buona parte dell'evoluzione delle lampade da tavolo passa proprio dalla storia di Artemide: è inevitabile avvertire questa responsabilità, ogni volta che si progetta un modello di questo genere?

In ogni progetto la responsabilità è pensare a un’alternativa migliore a ciò che già esiste. Le icone che hanno fatto la storia del design della luce ci dimostrano come il progetto non è una questione formale, ma una convergenza di ricerca e cultura, di limiti e opportunità tecnologiche che esprime una visione e dei valori: è un lash up in cui la bellezza è il risultato finale, non il punto di partenza. La responsabilità che abbiamo quando affrontiamo un nuovo progetto è interpretare il futuro nel presente e produrre prodotti capaci di durare nel tempo.

Cover photo:
Carlotta de Bevilacqua fotografata da Pierpaolo Ferrari (fotografia orizzontale)
Carlotta de Bevilacqua fotografata da Lea Anouchinsky (fotografia verticale)