Un libro, di un esperto di meditazione e di un'epidemiologa, racconta la vita come un progetto: da affrontare all'insegna del rispetto per sé, gli altri e la natura

Si può progettare la vita? Cioè un modo migliore di viverla, tutti i giorni? E, se sì, come è meglio farlo?

Meditazione e modi di approcciarsi al cambiamento non sembrano, a prima vista, tematiche legate al mondo del design. Eppure lo sono, spiega La Lezione della Farfalla di Daniel Lumera (docente, scrittore, formatore e ideatore del metodo My Life Design) e Immaculata De Vivo (docente di Medicina alla Harvard Medical School e professoressa di Epidemiologia alla Harvard School of​ Public Health), libro edito da Mondadori.

La chiave di volta per riuscire nell'intento – primordiale ma proprio per questo così fondamentale – di progettare al meglio la propria esistenza sta, secondo gli autori, nell'accettazione del cambiamento e nella capacità di imparare ad abitare noi stessi e le nostre emozioni prima ancora di sapere abitare i luoghi e le situazioni. Principi alquanto ovvi ma di difficile gestione per i più.

“Esistono due modi per approcciarsi al cambiamento”, dice Daniel Lumera. “Il primo è cercare di gestirlo, di determinarlo attraverso attitudine, determinazione e volontà. L’altro è abbandonarsi e rendersi conto che è nella natura della vita. Attaccarci alle situazioni, alle relazioni e agli oggetti, prima o poi, ci creerà sofferenza. La cosa più utile che possiamo fare nel nostro progetto è cercare di regolare in maniera armonica il nostro ambiente interiore, fatto di emozioni, pensieri, situazioni, impressioni e il nostro ambiente esteriore, che è quello che viviamo. Dobbiamo fare in modo che l’uno sia il riflesso coerente dell’altro”.

Per Lumera la consapevolezza ristruttura il nostro senso di identità, cioè l’esperienza che abbiamo di noi stessi. Adattarsi al cambiamento significa abitare tutto ciò che la vita ci propone. “Il problema non è la rabbia, ma come tu la vivi”, dice, “il nostro futuro, quindi, dipende dall’intimità di ciò che sentiamo, dall’ascolto di noi stessi, deve iniziare da lì il nuovo design”, prosegue Lumera, “per farlo dobbiamo essere flessibili e aperti al cambiamento, ma serve anche l’opposto: la determinazione e la coerenza, che vuol dire sentire le proprie maree e avere il coraggio di seguirle. Dobbiamo smettere di credere di sapere chi siamo e la meditazione può aiutarci a creare un silenzio necessario”.

La consapevolezza, l’ascolto e il silenzio sono alla base del progetto di vita e appartengono al “saper essere”, come lo chiama Lumera, che oggi è stato sdoganato dalla scienza. Ma è vero che la società ha sempre privilegiato altri apprendimenti come il saper fare, il saper avere e il sapere apparire. “Chi medita coglie che non c’è nulla di scontato intorno a noi: un respiro, un passo, un rumore. Vive come se non ci fosse un domani, nello stato di costante stupore di un bambino che gioca”, dice, “non pensa che poi sarà stanco, si dà completamente”. 

La vera rivoluzione dell’abitare il mondo sta però nel passaggio dall’Io al Noi. Pandemia ed emergenza climatica ci hanno già reso chiarissimo il concetto che dobbiamo occuparci del benessere altrui: quello di noi esseri umani, ma dell’ambiente e di tutti gli esseri viventi che lo abitano. Ma abbiamo alle spalle una società patriarcale, che pompa l’individualità e ha fatto della violenza, dell’imposizione sull’altro, della forza economica e relazionale, il motore della trasformazione.

L’agente inquinante più potente del pianeta è la mente umana. Non sono la plastica e il petrolio, ma le idee che li generano in un'ottica di sfruttamento e ricerca del guadagno. Abbiamo costruito una società sull’idea di essere individui separati, gli ego sapiens, ma è una follia che a livello biologico non esiste, occuparsi del bene altrui è un investimento per la qualità della nostra vita, ne va della sopravvivenza della specie. Il nostro sistema nervoso è stato creato per occuparci dell’altro”, dice Lumera, “quindi tutti i comportamenti pro sociali, come la gentilezza e il perdono sono medicine naturali e strumenti di progettualità imprescindibili. Abbiamo perso la capacità di sentire l’altro perché siamo stranieri a noi stessi. A scuola ci vorrebbero l’ora di perdono, l’ora di felicità e quella di consapevolezza”.

Dalla pandemia abbiamo imparato che siamo tutti interconnessi, e oltre a metterci in gioco a livello individuale ci ha fatto rileggere il tema della salute in una dimensione collettiva. Dal design dell’individuo e delle relazioni, adesso urge passare a un progetto globale. “Per noi scienziati è il momento di tirare fuori il meglio dalla prospettiva più allargata che ci ha mostrato il Covid”, dice la co-autrice del libro, Immaculata De Vivo.

“Se la prima cosa che abbiamo notato è che alcune persone che hanno preso il virus ne sono uscite meglio di altre, quello che è apparso evidente ovunque è che marginalizzati, poveri e vulnerabili, hanno sempre avuto la peggio. Così ad Harvard abbiamo studiato i modi per contrastare le disparità. Non puoi avere una società sana e sostenibile se tagli fuori intere popolazioni dal tuo disegno, cadrà rovinosamente”.

La discriminazione è un problema di salute pubblica, non è solo un problema sociale. E dovrebbe essere un progetto di design globale, accessibile a tutti. “Il mio contributo scientifico per riprogettare la salute si basa sullo studio dei telomeri (piccole porzioni di dna che si trovano alla fine di ogni cromosoma, ndr) che sono l’orologio biologico del nostro organismo e mostrano come le persone marginalizzate abbiano un sistema immunitario più debole, disagi psichici, depressione, ansia, e come non abbiano motivazione e speranza. Dobbiamo equipaggiarle al meglio, con un sistema sanitario migliore, stili di vita più sani e più integrazione nella società”, dice De Vivo, “molto del lavoro che ho svolto negli anni con i miei collaboratori è per dimostrare come la discriminazione e il razzismo abbiano un impatto sul dna”.

Tutti noi nasciamo con un certo numero di telomeri e ne perdiamo un po’ ogni anno”, prosegue, “ma il punto è che alcuni stili di vita e alcune malattie causano una perdita più rapida di quanto previsto. La norma è di 25 all’anno, ma chi mangia male, è stressato o ammalato può arrivare a perderne 100. All’anagrafe una donna può avere 40 anni, ma se la vita che ha vissuto è stata dura, se ha subito violenze o ha fumato, biologicamente potrebbe averne 80. Così lavoriamo per proteggere le persone dall’accorciamento rapido dei telomeri. Che si può contrastare con l’attività fisica, il buon sonno, i cibi sani e la meditazione. Chi protegge sé stesso, mettendo in atto pratiche virtuose, aiuta anche la comunità”.

Tra le competenze da riprogettare c’è il perdono, anche come società. Per sopravvivere come specie dobbiamo essere gentili, dobbiamo perdonare, un altro tema di salute pubblica. “Molte delle nostre ricerche dimostrano che il perdono fa bene alla salute. Chi non ne è capace ha un alto livello di stress e di ansia”, afferma De Vivo, “non è che non si debba essere responsabili delle proprie azioni, ma dobbiamo emanciparci dal rancore. Il dna è il libro della nostra vita, se lo guardo al microscopio posso sapere con quanta gioia hai vissuto”.

 

Gli scatti che illustrano questo articolo fanno parte di Aphasìa, progetto fotografico di Francesco Sambati che esplora il tema l’incomunicabilità. Tramite la piattaforma SelfSelf è in corso una campagna di crowdfunding per la realizzazione del libro dedicato; si può contribuire e acquistare il volume a questo link.