Secondo il filosofo Leonardo Caffo, no. A meno che non ci sia una svolta etica e uno sguardo più realistico sul mondo da parte delle imprese

Il design? Secondo Leonardo Caffo è filosofia, che ogni tanto prende la forma di un comodino. Il suo lavoro di curatela per la mostra Design in pratica, pratiche di design virtuoso, appena conclusa a Padova, lo dimostra. Un percorso nei vent’anni di lavoro dello studio JoeVelluto strutturato sull’albero filosofico dell’ottuplice sentiero buddhista. In cui la giunzione fra l’etica e il lavoro progettuale di Joe Velluto è il salto evolutivo verso un design che esce dalla cornice del consumismo. Ma se uno studio di industrial design impronta il suo lavoro su una filosofia (etica), quanto è utile per l’industria investire nella filosofia?

L’etica può essere un drive per l’industria?

Penso che l’unico drive dell’impresa sia quello economico. Al di là del moral washing, o dell’esempio storico della Olivetti (che ormai è un cliché) molte delle istanze etiche sono tradotte in puro marketing. Non è in assoluto un male: in fondo è meglio il marketing dell’ecologia che il marketing del sessismo, che ci ha guidato per quarant’anni. Ma le ragioni non risiedono in una scelta etica dettata dalla fine del patriarcato o la crisi climatica. Sono ancora una volta i drive economici a spingere le strategie.

Eppure c’è molta ricerca e molto impegno per facilitare la transizione ecologica...

Fra i vari indicatori dell’equilibrio uomo/pianeta esiste anche quello che riguarda l’incognita dell’inquinamento provocato dai nuovi materiali: non sappiamo ancora che effetto avranno sull’ambiente. In un momento in cui stiamo affondando, bisognerebbe evitare di aggiungere materiali e non utilizzarne proprio. Il design più contemporaneo dovrebbe essere quello dello svuotamento

E se l’industria fosse invece ricettiva i temi della filosofia contemporanea, cosa potrebbe imparare?

Vediamo già cosa la filosofia ha dato al design: nelle scuole e nelle accademie si porta avanti una ricerca soprattutto speculativa. Sembra quasi che l’ultimo dei problemi sia progettare. È un ritorno alle origini: Sottsass, i suoi Scritti di notte, il manifesto La vita come giocoÈ filosofia, non progetto. Per quanto riguarda l’industria però, il problema è usarla per fare moral washing. O nella migliore delle ipotesi per riscrivere manifesti, identità, branding.

È una cosa negativa?

La parte interessante secondo me è che oggi i filosofi sono capaci di descrivere il mondo, sanno con più precisione di altri cosa sta succedendo. In fondo oggi il filosofo è una specie di direttore creativo illuminato. Ci sono esempi concreti: Roberto Casati, il direttore dell’Institut Jean Nicod all’École Normale Supérieure di Parigi, ha fatto degli studi su cosa significa fare a meno delle mappe digitali. Un’analisi che è stata molto utilizzata dalle aziende. È una trasposizione del pensiero laterale: il valore per l’industria potrebbe essere questo.

E dal punto di vista dell’ispirazione? Un’industria può essere philosophy driven?

Sarebbe bello. Ma io mi occupo dello sbilanciamento dell’antropocentrismo, della sofferenza del non umano. Con queste premesse, che per me sono fondanti, è difficile dire che quello che fa l’industria ha un senso, a meno che non si doti di un apparato morale, non estetico. Senza questo passaggio non credo che l’industria sia in grado di orientarsi e cessare, ad esempio, di causare danni al pianeta. 

 

Le foto nellarticolo fanno parte del progetto fotografico di Alexandra Lethbridge The Archive of Gesture, che si sofferma sul tema del gesto e della sua fraintendibilità, esposto in anteprima presso Other Size Gallery a Milano, dal 9 settembre al 15 ottobre 2021.