Intervista a Ezio Manzini, autore di un libro sull’idea rivoluzionaria che si è fatta largo negli ultimi due anni

Si scrive prossimità, si legge cura. C’è qualcosa a cui Ezio Manzini, teorico del design, dell’innovazione e della sostenibilità sociale, professore onorario al Politecnico di Milano e autore di saggi apprezzati tradotti in tutto il mondo, tiene moltissimo quando si parla di un concetto ormai di dominio pubblico come quello di “città dei 15 minuti”.

“Il concetto è semplice: prossimità non deve voler dire, semplicemente, la possibilità di svolgere qualsiasi tipo di attività nell’arco di poco tempo e senza dover, per esempio, impiegare mezzi inquinanti. Questo è il punto di partenza. Prossimità vuol dire aumentare le connessioni, le possibilità di incontro, le relazioni umane. Ecco, questa visione, nella definizione di città dei 15 minuti credo si perda un po’”.

A questi concetti, e all’idea rivoluzionaria che ha iniziato a farsi strada due anni fa, quando le teorie del professore franco-colombiano Carlos Moreno su una città più libera e umana, a dimensione di pedoni e ciclisti, sono state adottate dalla prima cittadina di Parigi, Anne Hidalgo, Manzini ha dedicato un libro, Abitare la prossimità (Egea Editore), che è insieme il punto di sintesi e di partenza di un sogno, già sostanziato in numerose esperienze concrete in giro per il mondo, dalla stessa Parigi alle ormai celebri Superilles di Barcellona, i macro-isolati a vocazione prevalentemente pedonale che concepiscono le strade come spazio pubblico e non più come infrastrutture per la mobilità.

Professore Manzini, che cosa è dunque la città dei 15 minuti?

È innanzitutto un claim molto potente, come dimostra la sua penetrazione negli ultimi due anni. Una definizione forte, che arriva alle persone. Nella sostanza, è fatta di una serie di iniziative che avevano già in parte una storia e una teorizzazione. Penso, per esempio, a Jane Jacobs, che cinquant’anni fa iniziò a guardare alla città vissuta (la Cité) e non più a quella costruita (la Ville), osservando come la qualità urbana dipendesse dalla combinazione di diversità: di persone, di eventi, di forme sociali. Già da tempo ci sono persone e comunità di luogo che hanno organizzato la resistenza alla città della distanza. Barcellona, per esempio, che è una delle città con Milano di cui più parlo nel libro perché conosco bene, ha una lunga tradizione nel reinventare l’urbanistica in chiave sociale

Il cuore del suo saggio è che questo modello urbano di prossimità non può risolversi nell’accorciare le distanze con i servizi, ma deve coincidere con quello di cura. Che cosa vuol dire esattamente?

La cura, innanzitutto, è una serie di pratiche, è la responsabilità di sostenere, riparare e mantenere la vita nell’ecosistema più ampio di cui facciamo parte. Per questo, è qualcosa che non può dipendere dal singolo, ma deve essere generata collettivamente da più entità interdipendenti. C’è un bellissimo proverbio africano che dice che per educare un bambino ci vuole un intero villaggio. È chiaro che le nostre città non sono e non saranno più un villaggio, quello che però la città della prossimità aiuta a recuperare è la forza collettiva diffusa. Per cura non intendo l’azione di qualcuno verso qualcun altro o qualcosa in un momento specifico: tutti siamo stati bambini, come nel proverbio africano, tutti diventeremo vecchi, molti di noi avranno dei figli e tutti avremo delle malattie.

Tutti abbiamo e avremo bisogno di cura. Tutti, quando agiamo con empatia verso gli altri, mettiamo in atto relazioni di cura. I bambini un tempo giocavano nelle strade in autonomia, senza che nessuno li controllasse, quando in realtà esisteva una rete spontanea (negozianti, pensionati, persone alla finestra) che lo faceva. L’arrivo delle auto, il progresso, ha cancellato tutto questo, ma è anche vero che anche laddove non ci sono auto i bambini non giocano più da soli in strada, perché è venuto meno quel sistema di relazioni e di fiducia che lo permetteva. Prossimità e cura vuol dire riattivare quella fiducia, e non ci si arriva semplicemente chiudendo le strade alle auto. 

Però questo modello di città che cura non è più attualizzabile, potrebbe mai tornare? 

La città che cura come curava in passato non può più tornare. La cura del futuro non può prescindere da come le cose sono evolute: dalla tecnologia, per esempio, e da come ci ha cambiati nel bene o nel male. Io credo che bisogna riprendere e contestualizzare quell’idea, partendo da un’idea aggiornata di servizio. Oggi per noi i servizi sono qualcosa di cui fruiamo passivamente: il negozio sotto casa o l’ipermercato, i taxi o i treni, la badante o il servizio sanitario nazionale. I servizi su cui dovremmo puntare sono invece quelli collaborativi, quelli che rompono la polarità tra chi lo eroga e chi lo usufruisce, tra chi è attivo e chi no, tra chi è esperto e chi no.

Qualche esempio? 

I circoli di cura in cui gruppi di cittadini che condividono lo stesso problema di salute si supportano reciprocamente con l’aiuto di esperti. L’abitare collettivo, in cui i condomini condividono e gestiscono insieme spazi comuni. I giardini di comunità, coltivati da associazioni di quartiere e aperte al quartiere stesso. Sono tutti esempi che producono fiducia, empatia e capacità di dialogo, ovvero le risorse che sono la trama e l’ordito di ogni tessuto sociale.

A Barcellona, per citare un altro caso, le Superilles, che avevano già trasformato le strade da infrastrutture per la mobilità a spazi sociali, si stanno evolvendo in Superilles Sociali, ovvero una nuova forma di territorializzazione dell’assistenza domiciliare, attraverso una riorganizzazione degli operatori e del loro lavoro a livello di quartiere. Questo è un esempio in cui il claim della città dei 15 minuti diventa anche un caso perfetto di prossimità e cura

In che misura deve essere il settore pubblico e in quale lo spontaneismo dei privati a tradurre in pratica questi concetti? 

Non esiste una ricetta precisa, semmai una direzione che prevede il contributo di ambedue le entità. A Milano, per esempio, a differenza di Barcellona, la prossimità è più un fatto di iniziative spontanee, successivamente sposate o incoraggiate dalla municipalità. Diciamo che gli interventi privati vanno incoraggiati evitando che possano prendere pieghe negative, generando per esempio quei fenomeni di gentrificazione che accompagnano spesso la riqualificazione di certi quartieri come Nolo. Dall’altro lato, non può essere solo il Comune a guidare la trasformazione, tutte e due le componenti sono essenziali. Il municipio deve essere come un buon giardiniere che prepara il terreno, ma non si prende la scena.

Ci sono segnali concreti, in arrivo da leggi o dal settore pubblico, che la lasciano ben sperare sullo sviluppo della città della cura?

Nella Missione numero 6 del Pnrr sulla salute si parla anche di territorializzazione del sistema sanitario, di case di comunità. Il Covid ci ha fatto capire quanto sia importante sviluppare questa dimensione territoriale, qualcosa su cui avremmo potuto e dovuto puntare ben prima.