La mostra Tensione e leggerezza sul lavoro di Alberto Meda, dal 6 ottobre al 7 gennaio al Museo del Design di Triennale Milano, è un affondo nella storia del buon design che restituisce valore all’oggetto tecnico

Alberto Meda non è ‘l’ingegnere gentile del design’”, dice Marco Sammicheli, rompendo il muro delle semplificazioni, “Alberto Meda è un designer straordinario”.

Al Direttore del Museo del Design Italiano sono sufficienti poche battute per introdurre Alberto Meda. Tensione e leggerezza, la mostra che andrà in scena dal 6 ottobre al 7 gennaio al Museo del Design Italiano di Triennale Milano. “Mostra che si inserisce in un palinsesto di appuntamenti che la nostra Istituzione ha deciso di dedicare ai grandi protagonisti della storia del progetto”.

Eccoci pronti a varcare l’ingresso del Palazzo dell’Arte, attraversare il piano terra punteggiato dagli oltre 300 oggetti del Museo del Design Italiano (selezionati a partire dal 1923, anno di Fondazione di Triennale Milano) e raggiungere Design Platform, lo spazio che ospita le mostre temporanee: “da qui, il lavoro di Alberto Meda, complice l’amico Riccardo Blumer, dalle due quadrerie esplode in un carosello di intuizioni sorprendenti, ingaggi emotivi e capovolgimenti creativi che imboccano lo scalone centrale per occupare il mezzanino”.

Tensione e leggerezza: il racconto

Centrali nello sviluppo del percorso espositivo sia l’esperienza della luce e della sua immaterialità sia il mondo dei materiali compositi, “che mi hanno permesso di comprendere e restituire la leggerezza fisica e visiva degli oggetti”, spiega Alberto Meda.

“Fisica nel senso che l’esperienza del progetto procede per sottrazione materica (ridurre con la tecnologia). Visiva nel senso che ho sempre tentato di mantenere un approccio discreto, mai urlato”. Obiettivo raggiunto.

“Non a caso Meda è punto di riferimento per Jasper Morrison e moltissimi giovani designer. Lui che lavora con le aziende, in Italia e in Europa, sempre nello stesso modo, unico e contemporaneo, Lui che ha firmato e firma spesso a quattro mani, con Irvine e Zanuso, con Rizzatto e il figlio Francesco, è un alfiere del disegno industriale e del Made in Italy”, e la sua storia è una storia di grandi sodalizi, “coltivati con dedizione quasi leonardesca”, tratteggia con stima Marco Sammicheli.

Come quella con Riccardo Blumer. In mostra ci sono infatti molti momenti dedicati al gioco in cui gli oggetti sono chiamati a intrattenere, esprimendo ciascuno le proprie caratteristiche tecniche: “solo Blumer poteva trasformare la poltrona Physix in uno strumento musicale”, racconta divertito Meda.

Ci vuole infatti molta fantasia per immaginare di far emettere dei suoni armonici alla poltrona per ufficio disegnata nel 2021 per Vitra, “un sublime esempio di ‘cinetismo sincrono’ che si fa xilofono”, ma così è successo.

“Mi ha sempre affascinato l’idea di fare risuonare i materiali”, confida il designer ripercorrendo i suoi intensissimi cinquant’anni di carriera, “il design è la capacità di entrare in relazione con la materia: solo se impari ad ascoltarla sei in grado di comprendere ed esprimere al meglio le sue prestazioni”.

Alberto Meda, l’esempio

Tensione e leggerezza, dunque. Ma anche rivoluzione: “Quella del pensiero che rilegge il lavoro di Meda e sovverte i luoghi comuni”, che per troppo tempo hanno costretto il progettista milanese nel ruolo di tecnico del progetto.

La fama di cui gode è tangibile: è stato in Kartell, in Alfa Romeo e con i Fratelli Gaggia; ha esplorato il prodotto in tutte le sue forme e da angolature diverse; ha collaborato con maestranze e occupato spazi ibridi.

“Dal materiale al processo, nel suo lavoro c’è l’origine del gesto sostenibile”, dice Sammicheli citando un saggio di Ezio Manzini nel catalogo, “anche se Meda quella parola, ‘sostenibilità’, non la utilizza mai”, puntualizza il direttore quasi a sottolineare che l’attenzione di Meda per l’ambiente nasce prima di tutta la retorica del greenwashing.

Alberto Meda, il processo

Chi pensa che nel processo progettuale di Alberto Meda la forma segua pedissequamente la funzione, rimarrà sconfessato vedendo la sua mostra.

È lui stesso a chiarire, per quanto possibile, come funziona il suo iter creativo. Perché anche dopo oltre cento progetti firmati, il suo modo di fare design rimane avvolto da un velo di mistero, che l’esperienza ancora stenta a svelare.

“Non ho un’immagine dell’oggetto preconcetta, talvolta mi è venuta qualche idea, ma per renderla reale ho dovuto appoggiarla alla fisicità”. Come a dire che Titania, la lampada disegnata con Paolo Rizzatto nel 1989 per Luceplan, non voleva farla così, ellittica, “ma è venuta così. Non a caso, ovviamente”, spiega la necessità di far respirare la sorgente luminosa.

“La materia ha una sua faccia, che non può essere contraddetta: se segui la coerenza di tipo costruttivo, a un certo punto la forma si svela. Spontaneamente, strada facendo”. Dal macro al micro: “C’è poi la dimensione del dettaglio: è la relazione armonica tra tutte le parti dell’oggetto a restituire il senso della dimensione organica”, che poi è l’eleganza che contraddistingue il suo segno.

“Prendiamo la sedia Frame disegnata nel 1987 per Alias: nella versione lounge è un campo di forze: la scocca flette sollecitata dal peso del corpo umano grazie a un sistema di tensione e compressione”, l’attenzione alle variabili fisiche, tecniche e materiche restituisce l’immagine di una seduta leggera, elegante.

“Avere una certa competenza aiuta”, dice alludendo alla sua laurea in ingegneria, “perché lo studio teorico è propedeutico alla comprensione delle potenzialità della materia”. Pensare è fare, è mettere in forma la materia, è verificarla sperimentalmente.

“Il design di cui è ambasciatore Alberto Meda non è mai commerciale, al contrario è un design puro, di ricerca. Che è ciò che dà valore all’oggetto”, chiude Marco Sammicheli. E il motivo per cui se ne parla oggi in Triennale.

Alberto Meda, Tensione e leggerezza. 6 ottobre/ 7 gennaio 2024, Museo del design Italiano, Triennale Milano