L’idea di casa italiana secondo studio wok: luce naturale,volumi trasformabili e ambienti ibridi per dividere senza separare

Gli architetti di studio wok - Marcello Bondavalli, Nicola Brenna e Carlo Alberto Tagliabue - ricordano sempre che il verbo abitare deriva dal latino habeo. La stessa radice di avere  e di abitudine.

E ovviamente di habitat, che è il concetto chiave del loro studio: “è difficile pensare a una casa senza incorrere immediatamente nel bisogno di definire innanzitutto un habitat di qualità, che cambia e evolve intorno alle esigenze di chi lo popola”, dicono.

Qual è la vostra idea, la vostra visione, di spazio per l'abitare?

Studio Wok: “Siamo uno studio di architettura, non di interior design. Non lo dico per fare una distinzione sommaria, ma per sottolineare che il nostro interesse è rivolto principalmente alla costruzione di un habitat di qualità, a prescindere dalla funzione specifica. Nel tempo gli usi possono mutare, quello che rimane è la qualità dello spazio, l’impatto e l’emozione data dai materiali e dalla luce.”.

Dal punto di vista di chi abita la casa, come si traduce il vostro lavoro nei progetti di interior?

studio wok: “Il nostro mantra è una frase di Vico Magistretti. “Una casa deve essere semplice, qualificata dagli spazi. E deve essere generosa, cioè deve accogliere qualsiasi cosa, perché l’arredo, l’immagine della casa è un autoritratto di chi la abita. Una persona verrà sempre raccontata dalla sua casa.

L’arredo e il decoro sono temi molto specifici e individuali, intimi. È una parte che ha una vita più breve e, soprattutto, non crediamo che debba essere progettata dall’architetto.

Noi cerchiamo di definire la giusta misura del progetto, per poi fare un passo indietro e non soffocare la personalità degli esseri umani che abitano quello spazio vitale, che deve poter cambiare ed evolvere. E’ sempre una questione di equilibrio.

Ci piacciono i materiali veri e naturali, capaci di trasmettere emozioni, invecchiare e maturare col tempo. La ricerca della misura si applica anche qui, perché la superficie diventi lo sfondo del quotidiano. Immaginiamo una casa dove appendere dei quadri, dove collocare un pezzo di design o la vecchia madia di famiglia.

Come è fatta quindi la casa italiana ideale?

Studio Wok: “Dividere senza separare è una regola fondamentale. Quando entriamo in un’architettura preesistente, cerchiamo di capirne l’essenza e di instaurare un rapporto tra l’esistente e l’intervento contemporaneo.

La prima operazione è spesso planimetrica, volta alla razionalizzazione degli spazi e all’integrazione degli elementi tecnici, dell’hardware.

Cerchiamo la trasformabilità con spazi che possono essere vissuti in modo molto estremo come open space, ma all'occorrenza divisi con grandi pareti mobili. Non definiamo le funzioni, ma pensiamo a una ripartizione ibrida, che cambia a seconda delle ore della giornata. Nel grande appartamento come nel monolocale.

Il tema dell’arredo su misura è spesso fondamentale e diventa un vero e proprio dispositivo dell’abitare: gli armadi vengono interpretati come dei volumi che strutturano e dividono lo spazio e  lungo i cui lati si possono esplicitare diverse funzioni.

La priorità è sempre rivolta all’illuminazione naturale e questi elementi spesso non si appoggiano al perimetro per fare in modo che la luce possa circolare liberamente nello spazio e offrire scorci lunghi che si aprono sugli ambienti successivi”.

In che modo lo spazio abitativo dialoga con il contemporaneo?

studio wok: “Il tema va affrontato in modo lucido e poco ideologico. È importante recuperare l’architettura e farla vivere in simbiosi col territorio, sia dal punto di vista culturale che narrativo per raccontarne la storia.

Lo facciamo attraverso le tecniche costruttive e i materiali, non in modo strettamente filologico, ma per interpretare in chiave contemporanea l’elemento tradizionale. Tendiamo all’ossimoro attraverso la ricerca contemporanea dell’atemporalità.

Una delle vere sfide è creare la sensazione che un edificio esista da sempre, in quel luogo.

Negli interni preserviamo il segno storico, lo sottolineiamo. Walnut Flat, ad esempio, è un intervento su una casa del Novecento milanese. Pur seguendo un approccio radicale e demolendo interamente le pareti interne per sostituirle con elementi mobili, la preesistenza è stata rispettata nei pavimenti in parquet di rovere e nei soffitti stuccati, mantenendo una stratificazione visibile dello storico.

A nostro avviso, un approccio etico e contemporaneo della professione dovrebbe concentrarsi sulla progettazione di spazi che durino nel tempo. Se lo spazio ha una sua qualità, le giuste aperture, un corretto utilizzo dell’illuminazione naturale, qualsiasi cosa andrà lì dentro sarà bella e corretta”.

Foto di copertina: Ph. Simone Bossi Photographer