Parla Gianni Cinti, il designer che ha applicato all'ultima collezione di posate l’approccio del textile design

Gianni Cinti è un designer dall’approccio trasversale, che ama contaminare il prodotto con l’arte e la moda. Non a caso, nel suo passato c’è la militanza nel team creativo della Maison Gianfranco Ferré, che lo ha lanciato a livello internazionale. Poi, nel 2010, l’apertura del proprio studio a Milano dove è attivo tra fashion e product design, fondendo approcci e linguaggi diversi, proprio come nella collezione Jungle per Sambonet.

Come è avvenuto l’incontro con Sambonet?

Avevo già lavorato per l’azienda qualche anno fa, firmando con Serena Confalonieri la serie Kyma, creazioni in cui l’acciaio Inox incontra la ceramica finemente decorata. In quell’occasione è nata quella empatia, quell’interesse reciproco che hanno portato a Jungle. Probabilmente, in Sambonet hanno apprezzato il mio approccio ‘contaminato’ che unisce moda e prodotto e che ha anche una forte connotazione decorativa”.

Incontro è proprio la parola chiave, il tema che ha ispirato la collezione di posate Jungle. Che cosa vuol dire, concretamente?

L'incontro, in Jungle, rimanda innanzitutto alla convivialità che si crea a tavola. Ogni tavola è la storia di un incontro: di persone e, dunque, di sensibilità diverse, un po’ come nel caso mio e di Sambonet. La seconda accezione di incontro è invece legata alla storia delle posate: il mio obiettivo era imprimere su questi oggetti, che devono essere pratici e funzionali, qualcosa di apparentemente molto distante dalla loro natura, ovvero il decoro. La posata è quasi per definizione un oggetto in cui la funzionalità deve prevalere su qualsiasi altra esigenza. Dall’altra parte, però, c’è il richiamo, sempre più forte, che la decorazione esercita nel nostro tempo sul design di prodotto, anche su quello più legato alle dinamiche industriali. Questo richiamo ha finito per conquistare anche Sambonet, e io mi sono ritrovato a progettare delle posate ‘parlanti’, dai motivi impressi su ambedue i fronti e che rappresentano, anche, un invito tattile, poetico, sensuale”.

Il risultato è un oggetto in metallo che sembra un tessuto. Che cosa vuol dire portare un tema come il decoro in un’azienda dal forte radicamento come Sambonet, con centocinquant’anni di storia?

Mi piace dire che il mio lavoro per Sambonet è stato molto ‘trama e ordito’. Sono entrato nelle maglie dell’azienda, strutturando un dialogo aperto e sincero, cosa non molto frequente, vista la gran quantità di progetti che, anche quando vengono affidati a creativi dalla personalità spiccata, spesso vengono fatti cadere un po’ dall’alto. Per Jungle sono andato a ripescare echi anni Cinquanta, disegnando un pattern che voleva essere elegante, fatto di figure fitomorfe semplici. A questa suggestione di partenza è sopraggiunta l’idea di ‘scomporre’ il pattern posata per posata, in modo che ogni pezzo ne contenga una parte e che il disegno complessivo si possa ricostruire alla vista una volta a tavola, accostando forchetta, cucchiaio e coltello. In questo senso torna il tema dell’incontro, perché solo quando le posate si incontrano a tavola, il pattern diventa chiaro, evidente”.

La sensazione è quella di una collezione industriale e, insieme, artigianale.

Sì: gli stampi di Jungle sono realizzati a mano, allo stesso tempo Sambonet è una realtà industriale. Mi piace riconnettere mondi apparentemente lontani. Anche questo è incontro”.

Infine, c’è il tema della moda. Dove troviamo il “segno” del fashion designer, in Jungle?

Nello specifico, l’idea di scomporre e ricomporre il pattern deriva dall’approccio tipico del design del tessuto. Ogni volta che mi ritrovo a lavorare al decoro di un prodotto, lo faccio mutuando la logica del fashion design. Questo aspetto, in Jungle, si legge anche nelle varie versioni della collezione, pensate come dei veri e propri look: c’è l’oro, più classico e ricco, il rosa cipria di tendenza, quindi un nero quasi lava, molto rock. Insomma, una collezione che vuole essere adatta per ogni occasione, iconica e senza tempo”.