Tiziana Monterisi, cofounder di Ricehouse, racconta la collaborazione con Eni, Carlo Ratti e il compianto Italo Rota. E gli insegnamenti di Michelangelo Pistoletto
Ricehouse ha ideato una soluzione tecnologica per la lavorazione degli scarti del riso e li ha trasformati nel materiale edile costitutivo dell’installazione “sunRICE – la ricetta della felicità”, presentata da Eni nella cornice della Mostra Evento Interni Cross Vision.

Progettata da CRA - Carlo Ratti Associati e Italo Rota (1953-2024) in collaborazione con lo chef Niko Romito, è stato un percorso dedicato ai temi cardine delle economie trasformative, del benessere e della salute, delle competenze a supporto del processo di decarbonizzazione e della formazione. Ma soprattutto un esempio di gestione virtuosa e sostenibile delle risorse alimentari nonché di ciclo completo di economia circolare.

Come è nata la collaborazione tra Ricehouse ed Eni e ancor prima con Joule, la sua scuola per l’impresa?

Tiziana Monterisi: "Tutto ebbe inizio con un piccolo malinteso: quando l’allora responsabile dell'Human Knowledge Program di Joule, mi contattò nel 2020, non compresi la sua proposta poiché il requisito principale di partecipazione era l’età compresa fra i 18 e i 40 anni. Non potevamo certo rientrare fra i giovani imprenditori avendo superato l’età… L’invito riguardava invece il nostro intervento in qualità di “testimonial”!

Per raccontare la storia della nostra impresa, Joule ci propose una webserie, intitolata “The Rising Star Hotel”, che accompagnasse al percorso di apprendimento i partecipanti all’Open Program di Joule.

Insieme abbiamo trasformato i punti fondamentali della nascita di una startup in puntate nelle quali due ragazzi di nome Anna e Pietro, interpretavano me e Alessio (Alessio Colombo, geologo), fondatori di Ricehouse, nonché compagni nella vita. Ogni puntata era dedicata alla visione imprenditoriale: come nasce l'idea, come cercare i fondi, come costituire la società, come crescere.

Alla fine di questo percorso andammo tutti a Castel Gandolfo alla prima edizione del programma Human Knowledge Lab e gli studenti scoprirono che Ricehouse esisteva davvero. Ancora oggi capita che qualcuno mi fermi per chiedermi se sono Anna!"

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Cosa accomuna la sua azienda e il colosso dell’energia e in che termini una collaborazione come quella con Eni è strategica per un’azienda come Ricehouse?

Tiziana Monterisi: "A partire dalla webserie si è sviluppato un rapporto con Eni e con Joule, la sua scuola per l’impresa, sotto diversi punti di vista: oltre a convegni e workshop ai quali siamo stati invitati come relatori, abbiamo ricevuto supporto attraverso corsi mirati e si è instaurata una relazione molto stimolante soprattutto con Eni Joule. Nel 2022 abbiamo ricevuto dal Presidente Mattarella l’Eni Award, un momento molto importante e un riconoscimento sull’operato di Ricehouse non solo rispetto all'economia circolare ma anche alla sua visione.

Penso che questa relazione sia importante perché quando un “colosso” come Eni cambia da azienda petrolifera a società integrata dell’energia, il risultato è concreto e per una startup come la nostra significa maggiore credibilità e possibilità di fare progetti di alto livello, oltre che condivisione di alcuni valori.

Se una grande società italiana che guarda alle rinnovabili e all’economia circolare riesce a fare anche un piccolo passo verso la sostenibilità, il risultato a livello comunitario è veramente rilevante.

Io credo che grazie alla collaborazione tra piccole startup, che fanno tantissima ricerca, innovazione (e anche sbagli) e grandi aziende, in pochi anni l'Italia potrebbe diventare un'eccellenza.

Oggi non siamo più una start up, siamo ormai una PMI innovativa perché abbiamo più di 5 anni, ma esistono tante realtà che hanno bisogno di aziende come Eni per mettere a terra quelle idee che altrimenti avrebbero bisogno di dieci o anche venti anni per produrre risultati.

Mi piace definire Ricehouse una multi relazionale (non una multinazionale!), perché sono proprio quelle relazioni che ci permettono di crescere. E siccome sappiamo che le startup muoiono in una percentuale elevatissima, il poter dire che siamo diventati una PMI innovativa e continuiamo a lavorare sul territorio italiano anche grazie alle grandi collaborazioni, è un valore aggiunto".

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Cosa sono esattamente e come nascono i materiali edili di Ricehouse?

Tiziana Monterisi: "Nascono vent’anni fa da una mia visione di architetto alla ricerca di soluzioni costruttive per una casa sana, costruita con materiali naturali, a impatto zero. Quando in quel periodo mi trasferii a Biella - sono originaria di Lecco – ed entrai in contatto con il mondo della risaia, notai che a ottobre tutto ciò che resta nei campi, che quindi non si può mangiare, viene bruciato.

Ristrutturando antiche cascine dove trovavo la paglia, la lolla, l'argilla iniziammo a fare ricerche per capire se questo scarto, che è un materiale antico, potesse entrare nel mondo dell'edilizia e dialogare con le esigenze di cantiere.

Ricehouse è nato con l’apporto tecnico, professionale e culturale del mio compagno, che è geologo, e ha studiato come trasformare questi scarti agricoli in prodotti industriali utilizzabili in cantieri che costruiscono case a impatto zero. A partire dalla paglia e dalla lolla oggi produciamo più di 30 prodotti: mattoni, isolanti, pavimenti, finiture, facciate ventilate e siamo in grado di realizzare un edificio con materiali prodotti in Italia, ad esclusione della struttura che è in legno, acciaio o cemento. Da notare che il riso è l'unico cereale coltivato per sfamare l'uomo, è prodotto in tutti i 5 continenti e l'Italia è il primo produttore in Europa e quindi abbiamo a disposizione una materia prima rinnovabile ogni anno in quantità infinite.

Il nostro obiettivo è poter efficientare gli edifici esistenti con cappotti in paglia in lolla di riso, costruire a energia zero edifici nuovi esclusivamente con materiali che a fine vita non sono rifiuti speciali, non hanno provocato malattie, hanno sequestrato CO₂e a fine vita, non saranno un rifiuto ma anzi, una nuova opportunità".

Qual è stato il ruolo di Ricehouse nello sviluppo dell’installazione all’Orto Botanico di Eni?

Tiziana Monterisi: "Abbiamo realizzato gli elementi di SunRICE su disegno di Carlo Ratti e Italo Rota. Il materiale utilizzato per l’installazione è nuovo perché è sì lolla di riso, cioè la pelle del chicco macinata, ma con un legante particolare che è un geopolimero derivato da leganti minerali che lo rendono ignifugo, strutturalmente più prestante di un cemento.

L'installazione è il risultato di una continua ricerca con gli ingegneri che hanno collaborato con lo studio di Carlo Ratti di Italo Rota consentendoci di rendere strutturale quel materiale. Un passo avanti che ha fatto di un'installazione apparentemente solo artistica un progetto di ricerca e innovazione da cui è nato un materiale che ci auguriamo possa a breve entrare nel mercato".

Quindi questa collaborazione ha dato una spinta ulteriore allo sviluppo del vostro prodotto?

Esisteva già, ma era prodotto artigianalmente in laboratorio e la commessa da parte di Eni ci ha permesso di acquistare attrezzature per realizzare 250 pezzi da quasi 1 metro quadro l'uno. Quindi, se prima stampavamo poche centinaia di chili abbiamo stampato 8 tonnellate di materiale, a dimostrazione che il Salone del Mobile non è effimera estetica e apparenza".

Alle volte le installazioni sono realizzate con tempi strettissimi: com’è andata?

Tiziana Monterisi: "In effetti Carlo Ratti è arrivato da noi quasi fuori tempo massimo perché questo materiale naturale, non ha bisogno di energia né di acqua per essere prodotto, ma di 28 giorni per poter seccare e maturare. Alla fine, abbiamo fatto tutto in 10 giorni (in realtà dopo 7 giorni la maturazione raggiunge il 95%) e il progetto è stato rivisto con la collaborazione di tutti, Eni compresa, per adattarsi alle nuove esigenze.

Quindi sì, abbiamo subìto la classica fretta da Salone, alla quale siamo sempre stati abituati, ma anche l’occasione di testarci e di alzare l'asticella.

In tanti anni che lavoro anche col Salone so che non sempre il committente accetta cambiamenti, invece lo sperimentare una startup innovativa con un progetto così spinto significava accogliere modifiche e compromessi dell'ultimo minuto, in nome di un obiettivo comune: sperimentare un materiale innovativo".

Come si è sviluppata la collaborazione con Carlo Ratti?

Tiziana Monterisi: "Carlo Ratti ha ricevuto l’indicazione da Eni e da Italo Rota, che avevamo conosciuto quando era nella giuria della seconda edizione del Premio Speciale Repower per l’Innovazione nell’ambito del Premio Marzotto 2019. Da lì in più occasioni propose i nostri materiali a Carlo Ratti ed è davvero incredibile perché siamo riusciti a fare questo progetto pochi giorni dopo che lui mancasse. Per me è quindi una grande emozione averlo realizzato.

Torniamo alla casa che lei definisce “organismo vivente”. Cosa intende?

Tiziana Monterisi: "Per me la casa è sempre stata la 'terza pelle', dove la prima è l'epidermide che protegge i nostri organi e la seconda sono i vestiti che proteggono il nostro corpo con fibre naturali o sintetiche (che producono due comfort diversi). Ebbene, quando ho cominciato a fare la progettista mi sono posta l’obiettivo di progettare una 'terza pelle' (la casa come organismo vivente, appunto, in equilibrio con la natura), ispirata dagli oltre 10 anni di lavoro con il Maestro Michelangelo Pistoletto e dalla sua visione artistica di 'Terzo Paradiso'.

Sempre vent'anni avanti agli altri, lui che tra pochi giorni ne compie 91, è stato per me un grandissimo stimolo in termini di creatività e di visione del futuro.

Il mio obiettivo non è tornare alla capanna e alla tenda tuareg, ma è trovare un equilibrio attraverso l'uso di materiali naturali messi a disposizione dalle tecnologie".

Obiettivi futuri?

Tiziana Monterisi: "L'Italia comincia a darci grandi soddisfazioni. Abbiamo colto l’opportunità di lavorare allo sviluppo di rigenerazione sociale e urbana di quattro torri di proprietà di Aler a sud di Milano (le Torri RISORSA in zona Famagosta), dove grazie a cappotti completamente prefabbricati, abbiamo reso l'edificio in classe A.

Un progetto partecipato con gli inquilini i cui tetti sono stati trasformati in 3500 metri quadrati di orti sociali e giardini pensili e le facciate sono realizzate con gli scarti di riso.

Un impatto ambientale diretto sugli inquilini, che possono usufruire del giardino, e su tutto il quartiere, perché col Politecnico di Milano faremo due anni di monitoraggio per studiare la biodiversità di questo 'organismo vivente'".