Il privato fa bene alle città se il pubblico può utilizzare leggi per contenerlo, dice la studiosa di politiche urbane: “serve un ruolo autorevole della pubblica amministrazione”

“L’invenzione di Milano” è il titolo di un libro di Lucia Tozzi (edito da Cronopio) di cui in questi tempi si è letto moltissimo. Perché la studiosa di politiche urbane e giornalista fa una radiografia molto attuale e pertinente della città meneghina, dei suoi tic e delle sue politiche urbane, della sua amministrazione e dei suoi abitanti.

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La Milano inventata e narrata dalla sua stessa strategia della comunicazione, così efficace da diventare quasi il gergo urbano di chi la abita, viene indagata da Lucia Tozzi ai raggi x. La fotografia mette in primo piano la valorizzazione immobiliare del territorio, accanto alla retorica della partecipazione “dal basso” e il conseguente fallimento del welfare pubblico, mentre sullo sfondo ci sono la trasformazione urbanistica e la costruzione di un’ideologia per cui Milano rappresenterebbe un modello di eccellenza, che in realtà si traduce nella gentrificazione e nella resa incondizionata del pubblico e dell’associazionismo al privato.

Gli esempi di come la città si sia trasformata sono tanti ormai, tra quelli più o meno riusciti, tra quelli ostacolati e quelli partecipati.

Nel libro viene narrata fuori dalla retorica ufficiale, la Milano che si avviava all’Expo, quella degli esperimenti che hanno effettivamente cambiato il volto della città (come Porta Nuova e la Biblioteca degli alberi, territorio pubblico ormai acquisito e vissuto dai cittadini anche grazie a un programma di attività gestito da Fondazione Catella). E poi la Milano che ne è seguita, quella dei grandi progetti in atto. 
 
Ne abbiamo parlato con l’autrice, per capire se un cambio di rotta è possibile rispetto a quella indicata nel suo libro.

Ci sono zone di Milano che resistono alla cannibalizzazione delle politiche urbane dettate dal mercato immobiliare?

Lucia Tozzi: «Lambrate e in particolare la zona intorno a via Ventura rappresentano uno dei pochi tentativi falliti di gentrificazione. Ci avevano provato gli olandesi (guidati da Margriet Vollenberg, fondatrice di Ventura Projects) che avevano organizzato il distretto più cool del salone, attirando molte gallerie. Ma appena si sono spostati in centro, seguiti poco dopo dalla Galleria De Carlo, l’area si è svuotata.

Poi ha prevalso un altro fenomeno. L’Ortica è il quartiere dei murales, realizzati grazie alla locale Cooperativa Edificatrice per mano di Orticanoodles per raccontare storie edificanti degli eroi civili del quartiere.

L’obiettivo è stato dichiarato chiaramente dalle parti coinvolte: lo abbiamo fatto per rigenerare, hanno detto in un’intervista.

Tanto che Franca Caffa, storica attivista (94 anni!) per il diritto alla casa, che era stata invitata all’inaugurazione dei murales perché compariva tra i personaggi ritratti, non solo ha rifiutato di partecipare, ma ha anche chiesto di essere cancellata dal disegno.

Il motivo, ha detto, riguarda le lotte per la casa: questi murales servono ad alzare i prezzi del mercato immobiliare.

In questa area per ora l’unico intervento è un palazzone che avrebbe dovuto regalare un parco ai bambini e alla cittadinanza, ma che in realtà ha del verde all’interno all’edificio, senza proporzione con la parte pubblica.

Non troppo distante c’è il parco Lambretta che ora dovrebbe estendersi ulteriormente oltre i capannoni dell’Innocenti e poi il parco Lambro, difeso dagli abitanti del quartiere Feltre».

Milano Cortina e i lavori allo Scalo di Porta Romana. Cosa succederà?

Lucia Tozzi: «Cosa succederà dopo è difficile prevederlo. Il progetto dello Scalo di Porta Romana viene presentato come una specie di laboratorio di mutualismo finanziarizzato firmato Manfredi Catella con la sua COIMA, insieme a Prada e Covivio, che prevede il villaggio olimpico che poi verrà trasformato in studentato convenzionato; una parte residenziale, composta da case a residenza libera (a prezzi di mercato), convenzionata e sociale (le case popolari); il parco (pari al 50 percento dell’area), voluto fortemente da Prada, che si estende fino alla sua Fondazione; una parte destinata a uffici nella zona verso corso Lodi e più vicina alla metropolitana in uno sviluppo molto denso.

Non sono ancora usciti i disegni definitivi di questa parte del progetto, forse sono ancora in via di definizione sicuramente è da lì che si estrarrà la parte più redditizia dell’operazione.

Quello che si vede già è quanto si sia estesa la gentrificazione che arriva fino a Brenta e alle case popolari di Corvetto: via Romilli che era una strada un po’ al limite e piuttosto inospitale, ora è la via delle gallerie d’arte (e già battezzata dal magazine Artiribune come il nuovo distretto dell’arte).

Si sta estendendo oltre, fino al Parco Sud, zona di case popolari e di quartieri problematici e si è sbloccato anche il cantiere di Santa Giulia, a conferma della rivalutazione dell’area».

Altra situazione è quella di San Siro, emblema di un accerchiamento…

Lucia Tozzi: «Il progetto Syre di San Siro, quello sull’ex trotto, le nuove terme sulle ex scuderie de Montel, sono progetti di lusso che si sviluppano intorno a una zona di case popolari (il cosiddetto Quadrilatero) che risulta una specie di “buco nero” della rendita, su cui grava un progetto di demolizione-ricostruzione che allontanerebbe gli abitanti.

Allora si sta facendo di tutto per cambiare la narrazione della zona: c’è l’OFFCampus del Politecnico e il coinvolgimento del terzo settore e dell’associazionismo che contribuiscono a dare l’impressione di non voler cacciare gli abitanti».

E poi c’è la questione dello stadio...

Lucia Tozzi: «Per me, un caso di comunicazione fallita, per fortuna. Questa volta gli attivisti e le associazioni locali non sono stati ingenui, hanno saputo leggere i progetti e hanno sempre rappresentato il dissenso, facendo vacillare le certezze sulla reale fattibilità dei lavori.

Poi la certezza si è infranta con l’intervento di Sgarbi che ha posto il vincolo.

C’è un altro luogo simbolo per quanto riguarda il successo dei comitati di quartiere, il parco bosco della Goccia in Bovisa. Il comitato composto da un numero non molto elevato di persone, cioè non dal quartiere intero, ma molto attivo nel difendere il parco bosco dal piano Koolhaas che ne prevedeva l’abbattimento totale.

Le lotte decennali del comitato sono servite a salvarlo, almeno parzialmente, rendendo consapevoli del progetto gli abitanti e facendo continui ricorsi che bloccavano e ritardavano i lavori.

Alla fine al suo posto è subentrato il progetto di Renzo Piano che per ora salva circa metà bosco. E poi, altro esempio, è quello che è successo a Piazza d’Armi: il comitato dei cittadini è riuscito a impedire che venisse raso al suolo un parco prezioso per biodiversità. Molti si sentono impotenti, ma la lotta, come si vede, spesso paga».

C’è un modo in cui pubblico e privato possono lavorare virtuosamente insieme?

Lucia Tozzi: «Non si può pensare che il privato sia il male assoluto ma nemmeno che sia un ente filantropico, sarebbe una stortura. Può fare bene se è costretto, ovvero se il pubblico è forte grazie alle leggi che può utilizzare per contenerlo».

Nello specifico, di quali strumenti avrebbe bisogno?

Lucia Tozzi: «Per cambiare rotta bisogna rigettare le politiche della rendita, cioè fare politiche anticicliche, calmierare il mercato dell'abitazione e degli affitti commerciali attraverso strumenti fiscali, porre un tetto al costo degli affitti, implementare l'edilizia pubblica e istituire dei vincoli per airbnb.

Ma soprattutto, occorre dissociare l'idea di sviluppo da quella di competizione sulla scena globale e locale. Con le altre città e territori bisogna cooperare in nome dell'interesse pubblico e dei cittadini, non strapparsi l'un l'altro investitori e flussi di studenti e turisti.

Per farlo però bisogna restituire all'amministrazione pubblica competenze, finanziamenti e norme che la pongano in una posizione decisionale più forte. La produzione legislativa degli ultimi 20-30 anni, a forza di liberalizzare e incentivare la sussidiarietà orizzontale, ha reso il pubblico impotente».

Pensa che questa seconda giunta Sala abbia perso autorevolezza rispetto alla prima, ereditata da Pisapia?

Lucia Tozzi: «Non è una una questione di autorevolezza. Sala oggi sembra meno autorevole solo perché gli eccessi impostati nella prima giunta hanno creato una situazione incontrollabile. Ma la continuità è totale».