JoeVelluto celebra i 20 anni di 'design virtuoso' con una mostra e ci racconta cosa vuol dire, oggi, progettare sostenibile

Il design può cambiare il mondo? Lo studio JoeVelluto è convinto di sì, se di parte dalla “sostenibilità mentale”. E lo spiega in una mostra a Padova (fino al 1 novembre)

Tutti ormai propongono progetti ‘impegnati’ e virtuosi. Spesso si tratta di greenwashing.

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Ma siamo davvero sicuri che, anche quando parliamo di sostenibilità a proposito, ci riferiamo ad atteggiamenti concreti che possono, a partire dal design, tracciare la strada guida per un cambiamento reale? Ne abbiamo parlato con Andrea Maragno, dello studio JoeVelluto. Che, insieme alla co-fondatrice Sonia Tasca ha voluto rispondere a questa domanda con una mostra. Design in Pratica. Pratiche di Design Virtuoso (a Padova, Galleria Civica Cavour fino al 1 novembre e online su https://www.designinpratica.it).

L’esposizione, a ingresso gratuito, si articola tra 22 oggetti simbolo e 8 video orientativi: ognuno a tracciare l’inizio di un approfondimento tematico legato ai princìpi del Nobile Ottuplice Sentiero buddhista, da cui il progetto trae la principale ispirazione. La filosofia ha in effetti un ruolo importante in Design in pratica. Pratiche di design virtuoso: l’introduzione è a cura del giovane filosofo Leonardo Caffo.

Andrea Maragno, il design può davvero cambiare il mondo?

Decisamente sì. Il punto di partenza è: guardiamoci dentro, capiamo come siamo fatti e quali bisogni abbiamo. Come possiamo rispondere a queste esigenze. Non come dovere ma come atteggiamento fondamentale per il cambiamento. Molte aziende stanno diventando B Corp e si interessano sempre a tematiche impegnate, non è solo greenwashing. Lo possiamo vedere attraverso argomenti come il riutilizzo della plastica, la considerazione di questo stesso materiale per crearne di nuova, ma anche l’eccesso di energia prodotta e utilizzata poi per nuove produzioni.

La mostra celebra anche i vostri 20 anni di attività. Cosa è cambiato in 20 anni?

Da sempre diciamo di fare ‘design di senso’: ci piace approfondire tematiche riflessive che leghino al design la sostenibilità, la responsabilità, l’economia circolare. Da giovani lo facevamo con sarcasmo. Crescendo, questi spunti sono diventati sempre più importanti. A distanza di 20 anni ci siamo fermati a riflettere e ci siamo accorti che il nostro fil rouge poteva essere una voce importante in questo periodo di transizione ecologica. Ci teniamo a condividere cosa significa davvero fare sostenibilità nel 2021: per noi tutto ha inizio dalla sostenibilità mentale, da parte di chi progetta e di chi fruisce.

Un designer oggi come si dovrebbe comportare e cosa dovrebbe fare?

Non ha più senso progettare oggetti esclusivamente decorativi. Bisogna considerare in partenza anche i valori di quello che si fa, che siano orientati al riutilizzo di determinate risorse, a metodi di produzione diversi. Se non cambiamo noi come persone e come designer, non cambia la consapevolezza. Così è poi impossibile comportarci di conseguenza. Sono un praticante zen buddhista, non da un punto di vista religioso ma laico – così ho imparato e applicato anche al design gli atteggiamenti che possono influire sulla quotidianità.

La decorazione da sola non ha senso. Ma si può fare bene e bello insieme?

Quello che cerchiamo di fare e che penso sia sempre più importante fare è fare design attivo, senza tralasciare l’aspetto estetico. Le nostre progettazioni devono essere di senso e contemporaneamente dal disegno intrigante. Abbiamo superato il periodo del sostenibile = brutto. I nostri progetti sono di design impegnato ma d’avanguardia estetica. C’è tanta ricerca sull’immagine. Vedo che la tendenza per le nuove generazioni è quella di progettare in maniera naturale unendo senso e bellezza.

È capitato che vi siate sentiti in difficoltà di fronte ad aziende o clienti resistenti?

Alcune aziende sono totalmente disinteressante e altre illuminate. A mio parere oggi non si può prescindere da questi valori. È un’esigenza assolutamente primaria. Noi ci rapportiamo con diversi settori e spesso ci troviamo ad argomentare il perché delle tematiche cui teniamo e che promuoviamo. Qualche volta siamo costretti a rifiutare richieste che vanno in una direzione opposta rispetto alla nostra. Non per moralismo, ma perché si tratta di un design che non ci interessa fare.

Come si parla di design sostenibile senza cadere nel moralismo?

Si può fare parlando con le aziende in maniera oggettiva. Oggi fare sostenibilità è una necessità imprescindibile. È a tutti gli effetti normalità. Trovare un giusto compromesso tra business – che di fatto è ciò per cui le aziende producono – e risultati responsabili, può essere un buon equilibrio. In realtà, poi, proponendo prodotti utili e orientati ad un utilizzo consapevole si ottengono anche buoni profitti. Quindi, nonostante il rischio e il timore del moralismo ci sia, mantenere una visione obiettiva e contemporanea aiuta a tenersene lontano. Lungi da noi essere ‘quelli che insegnano alle persone come devono vivere’.

Oggi il design ha un ruolo di servizio?

Assolutamente sì. È veicolo di molti valori. Se pensiamo al primo principio del Nobile Ottuplice Sentiero buddhista, ovvero l’incitamento alla corretta parola e comunicazione, intendiamo anche che un oggetto debba dichiarare ciò che è, di quali materiali è fatto, come può essere utilizzato. Non può più essere qualcosa elitario. Oggi l’oggetto di design deve parlare e risolvere problemi. È ovvio che debba essere bello esteticamente, ma ormai questo è scontato. È come la medicina: non quella che cura l’effetto ma quella che lavora sulla causa del problema. Noi crediamo che la mentalità del design debba lavorare sulle cause: solo comprendere il reale significato del problema porta al cambiamento.

Design, buddismo e sostenibilità: qual è il legame?

In Italia si pensa che parlare di buddhismo significhi parlare di religione. In realtà non è altro che un modo di vivere identificato da Buddha migliaia di anni fa, per godere della vita alleggerendo la ‘sofferenza’. Per esempio uno degli otto principi base dice di rispettare le risorse di questo Pianeta, adottandole in modo misurato: la consapevolezza ci guida a progettare diversamente. Stai attento a diverse tematiche, parli con le aziende di temi particolari. Il cambiamento è determinante per noi, ogni prodotto deve incidere sul modo di vivere delle persone.

Come nascono gli 8 video che guidano il percorso espositivo?

Partendo dagli 8 principi base del buddhismo, abbiamo chiesto ai ragazzi di Fabrica di ragionare su contenuti video che raccontano in chiave comunicativa come vivere secondo un approccio differente. Come possiamo arrivare a tutti. Gli 8 video coincidono con 8 tappe della mostra, da cui partire per approfondire tematiche diverse. I video sono disponibili anche sul sito web della mostra.

In 20 anni di attività quali sono le evoluzioni e cosa è cambiato?

Tutto. 20 anni fa c’era più sperimentazione e avanguardia. Alla fine degli anni ’90 si parlava di design sperimentale, si poteva fare ricerca ed era svincolata da obiettivi di qualsiasi tipo. Oggi invece si fa design speculativo, che è molto bello e interessante, come quello di FormaFantasma. Ma sarebbe bello unire il ragionamento su realtà distopiche alla sperimentazione fine a se stessa. È quello che mi manca di più.

20 anni fa il tema della sostenibilità ancora avanguardista. Oggi dove stiamo andando?

Sempre più verso un design che risponde a esigenze di mercato. Ben venga che si parli di sostenibilità ma mi sembra che si stia un po’ spegnendo la tipica propensione verso la creatività libera. Vedo colleghi che fanno cose bellissime, il gusto si è alzato molto. Però c’è poca sperimentazione e mi spiace molto. Oggi c’è troppa paura che il mercato non recepisca, il timore di sbagliare è tanto. Ma sbagliare è bello, noi lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare. Si dice che solo così si riesca a crescere. Per noi fare design per avere successo non è l’unico obiettivo. I momenti come la nostra mostra servono proprio a questo, a tirare le somme e capire cosa abbiamo fatto, dove stiamo andando.