Il Pritzker Prize 2022 Francis Kéré si racconta: l’architettura africana ha molto da dire al mondo (e lo farà anche dalla 23sima Triennale a Milano)

Il 15 marzo scorso Diébédo Francis Kéré è stato insignito del Pritzker Price 2022, il Nobel dell’architettura. Un riconoscimento che, dal 1979, è stato assegnato ai più grandi nomi dell’architettura contemporanea: Renzo Piano, Oscar Niemeyer, Alejandro Aravena, Jean Nouvel, Richard Rogers e Alvaro Siza.

Nato 57 anni fa a Gando, un villaggio poverissimo di 3000 anime nel cuore del Burkina Faso (un Paese dove il 45% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà e il tasso di analfabetismo supera l’80%) Francis Kéré è riuscito a diventare uno dei protagonisti di un nuovo modo di fare architettura in contesti difficili.

A maggio sarà a Milano per curare l’allestimento e partecipare alla 23ma Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Lo raggiungiamo a Berlino dove, dal 2005, ha sede il suo studio di architettura.

Perché ha vinto il Pritzker, secondo lei?

Ogni mio progetto parte da un desiderio e vuole creare desideri: ecco perché ho lavorato soprattutto a edifici scolastici e comunitari. La motivazione di questo premio parte da lì, e dall’attenzione che metto nel processo: mi interessa la strada che percorro per realizzare un edificio, più che l’edificio; i materiali che scelgo e il modo in cui li utilizzo, l’attenzione ai comportamenti ecologici, che rispettano l’ambiente e non sprecano risorse.

In architettura oggi è diventato importantissimo fare attenzione a tutti questi aspetti. In Burkina Faso non avevo a disposizione materiali sofisticati, così ho usato l’argilla mescolata al cemento, il legno, la terracotta, materiali locali e naturali che hanno permesso di contenere i costi e impiegare manodopera del posto, esportando conoscenza ed educazione. E il risultato è stato una scuola bella, confortevole, protetta in modo naturale dal caldo e dal sole.

Quale dovrebbe essere dunque il ruolo dell’architettura oggi?

Le città sono un concentrato di architettura e assorbono risorse e denaro. Un architetto oggi deve porsi domande come quali risorse utilizzare, come progettare senza una dipendenza del carbone… In questo l’architettura africana può avere un ruolo guida perché da sempre si confronta con contesti e ambienti difficili, conosce i problemi climatici e quelli legati all’estrema scarsità di acqua (un altro tema decisivo).

L’architettura è uno strumento capace di innescare dinamiche positive molto potenti. Se porti una scuola in un villaggio, e la costruisci bene, presto ci sarà bisogno di una biblioteca, e poi di dormitori per i professori, poi di nuove aule. E avrai cambiato un villaggio. L’architettura non è un fatto individuale, un compito privato, ma un dovere verso la comunità, per migliorare la vita delle persone.

Cosa vedremo alla 23sima Triennale: Yesterday's Tomorrow?

Tutti ci chiediamo “cosa faremo domani? Come sarà il futuro?”, ne siamo ossessionati, ma non possiamo trovare una risposta a questa domanda se ci dimentichiamo del passato: dobbiamo imparare dalla storia di ieri per costruire quella di domani, riuscire a far convivere la tecnologia più sofisticata con i paradigmi del passato. Ecco perché «ieri è domani»: senza passato non può esserci futuro.

A Milano porterò il risultato di un lavoro corale, nel quale sono coinvolti alcuni studenti del Politecnico e alcuni rappresentanti della comunità Burkinabé che vive in Italia. Useremo mattoni di argilla per realizzare all’esterno una grande arcata, un passaggio obbligato che guiderà i visitatori nello spazio che ho chiamato degli “Unknown Unknowns”, delle incognite sconosciute che non sappiamo di non conoscere.

Tutt’attorno, un muro dipinto con i motivi tradizionali dell’architettura del Burkina Faso, portando così nel futuro una pratica tradizionale che ha lo scopo di proteggere gli abitanti di una casa, ma anche una scultura aperta che accoglie i visitatori e che può essere toccata, utilizzata, modificata con la propria presenza, e che si conclude in un’area riparata dove sostare, sedersi. E immergersi in questo materiale antico come il mondo.

Cover photo: LÇo Doctors' Housing @ Francis Kéré