Il nuovo direttore del Museo per l’Arte Contemporanea di Rivoli ha un piano: rendere il Castello uno spazio aperto a un pubblico sempre più eterogeneo. Il segreto? Molteplicità di linguaggi

Osservando il Castello di Rivoli in una rigida e limpida mattina di fine inverno – in occasione dell’insediamento del nuovo direttore Francesco Manacorda – viene da chiedersi come ha potuto, nei lontani anni Ottanta, candidarsi come il primo autorevole museo italiano per l’arte contemporanea. Un castello, ex fortezza, che da allora ospita la più importante collezione di arte contemporanea italiana.

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Il Castello di Rivoli: una breve storia

Che sia stata la sua ubicazione? Distante quanto basta dalla città di Torino, posizionato in cima a una collina, in un luogo piuttosto isolato, certo non è raggiungibile con grande facilità, il che potrebbe anche essere stata la sua forza.

O forse è la ragione sta nella sua severa bellezza? Il castello fu voluto (tra i molti) dai Savoia, la nobile casata militare di originaria del Sud della Francia, che nel 1734 affidò il progetto a Filippo Juvarra: ma i lavori si interruppero a fine '700 e il Castello restò per lungo tempo un unfinished building.

Vivere o morire? La scelta fu di farlo rinascere, tant’è che nella seconda metà del '900 la regione Piemonte decise di ristrutturare Rivoli affidando il progetto all’architetto Andrea Bruno, maestro nel mantenere intatta l’identità delle costruzioni storiche pur conferendo ai suoi lavori un carattere contemporaneo. E così, nel 1984, esattamente quarant’anni fa, il Castello divenne quello che è ancora oggi: un luogo con una doppia anima, contemporanea e barocca.

Ricordiamo che in quegli anni il Paese era piuttosto digiuno di arte contemporanea, a parte le Biennali di Venezia e una serie di pioneristiche gallerie attive dagli anni ’70, c’era davvero poco.

La Regione Piemonte, ben consigliata, operò quindi una scelta coraggiosa che portò i suoi frutti: Rivoli ha dato il ‘là’ al contemporaneo nel Belpaese, ponendosi come punto di riferimento per artisti e curatori italiani e internazionali che, soprattutto nei primi anni, amavano raggiungere il Castello per realizzare opere Site Specific.

Il nuovo corso, con il direttore Francesco Manacorda

Il primo di gennaio, quarant’anni dalla sua inaugurazione, si è insediato il nuovo direttore del museo Francesco Manacorda, torinese doc, già direttore del V.A.C. di Mosca (2017-2022), da cui si è dimesso pochi giorni dopo lo scoppio del conflitto con l’Ucraina, della Tate di Liverpool (2012-2017), di Artissima (2010-2012), della Barbican Art Gallery (2007-2009). Succede a Carolyn Christov-Bakargiev direttore dal 2016.

Quale sarà il contributo di Manacorda?

“Certamente”, ha raccontato in occasione della conferenza stampa di presentazione “c’è la volontà di far ripartire il museo in una direzione di maggior apertura a quelli che possiamo definire ‘i nuovi fruitori dell’arte’: Rivoli è apprezzato e conosciuto a livello internazionale, ma forse ancora troppo chiuso nel suo essere spazio destinato al pubblico torinese e piemontese”.

L'inaccessibilità (fisica e concettuale) è un problema?

Una ‘inaccessibilità’ (più concettuale che fisica) che è stata molto apprezzata da artisti come Beuys e Kounellis, giusto per fare citare due grandi nomi, ma che risulta poco gradita a un pubblico di non addetti ai lavori?

“Certamente Rivoli ha un problema di accesso", dice Francesco Manacorda. "Dista 30 minuti da Torino, per cui anche chi arriva in città per visitarla, spesso non lo inserisce nel programma del proprio tour: ma stiamo lavorando nella direzione di una maggior fruibilità del Castello, rivedendo gli orari e creando connessioni pubbliche più agevoli”.

Uno spazio a tutto campo

L'intenzione di Francesco Manacorda, “è rendere Rivoli uno spazio da usufruire a tutto campo: mostre tematiche sull’arte contemporanea, retrospettive, approfondimenti, dibattiti, ma anche apertura a nuovi linguaggi, sostenibilità in pool position, e attività collaterali”.

Non va dimenticato che negli anni il Castello si è dotato di un archivio, di una biblioteca di 1000 metri quadri, è nato il CRRI (Centro di Ricerca Castello di Rivoli), e si sono fatte operazioni anche estranee al contemporaneo, come l’acquisizione della Collezione Cerruti (lascito di Francesco Federico Cerruti, collezionista di arte del '900 ndr) una residenza distante pochi minuti a piedi dal museo, che custodisce una ricca raccolta di quasi trecento opere scultoree e pittoriche dal medioevo al contemporaneo, libri antichi con legature pregiate e oltre trecento mobili e arredi con tappeti e scrittoi di celebri ebanisti.

Poi c’è il problema del loisir e dell’ospitalità: prima della pandemia a Rivoli c’erano un ristorante stellato e una caffetteria attrezzata.

“Rivoli ha la fortuna di avere degli spazi importanti, e di essere inserito in un bellissimo contesto: questo va sfruttato anche ripristinando o creando nuove aree destinate a ristorazione e relax: si potrà venire a museo per le collezioni e le mostre, ma anche per stare bene in un bellissimo luogo, per fare degli incontri, bere un caffè, gustarsi il panorama”.

Continua Malacorda: "Ricordo i primi anni di apertura del museo, quegli anni Ottanta il cui direttore era Rudy Fuchs: la destinazione era il Castello e Torino certo non era così ricca e propositiva quanto lo è oggi.

Si salivano le scalinate con la certezza che si andava a vedere qualcosa di unico e meraviglioso. E in parte era proprio così.

Ma oggi quest’idea di luogo elitario per fortuna è stato sovvertito: non elitario, non di massa. Rivoli è uno spazio a sé: una destinazione unica nel suo genere da assaporare con la dovuta lentezza".