Cos’è e com’è nata la community di creativi italiani di base a New York: in conversazione con l'illustratore e artista Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi è forse il più noto illustratore italiano contemporaneo e dall'anno passato ha scelto New York per vivere e lavorare.

Come dimostrano i suoi tanti progetti, quelli appena presentati e quelli in programma per i prossimi mesi, la sua attività spazia in diversi ambiti disciplinari – dalla scrittura alla pittura, dalla scultura alle installazioni – che ne fanno un artista a 360 gradi.

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“Fino al 2011”, spiega, “mi sono occupato solo di illustrazione, concentrandomi sulla costruzione di una credibilità in un settore artistico che ai tempi in Italia era poco codificato. Nonostante questo, le mie frequentazioni hanno da subito spaziato in altri settori: ho sempre avuto amici scrittori e questo mi ha portato con naturalezza a scrivere libri; un’importante influenza l’hanno avuta anche gli amici designer, primo fra tutti Fabio Novembre, che nel 2009 mi chiese di illustrare il catalogo della sua mostra in Triennale “Il Fiore di Novembre”.

Grazie ai legami con persone che facevano cose differenti dalle mie, ho capito che i miei interessi andavano oltre il disegno. Si è innescata così, in modo molto spontaneo e disinvolto, un’evoluzione che ha riguardato tanto la mia persona quanto la mia professione”.

Dall’anno passato Emiliano Ponzi vive stabilmente a New York, una città che è un punto di riferimento per le arti visive perché qui “si consuma e si produce tanto” e anche la case editrici, così come le company, hanno molto da offrire. Il suo studio si trova a Brooklyn, ma è molto più di un semplice studio.

Si chiama infatti Salotto NY perché oltre a essere lo spazio di lavoro di diversi creativi, tutti italiani, si propone come luogo di incontro per i molti talenti di origine nostrana − e non solo − che hanno scelto di vivere nella Grande Mela. E per quelli che, in vari modi, fanno da ponte tra la cultura italiana e quella americana.

Cosa ti dà New York che l’Italia non può darti?

Emiliano Ponzi: "Premetto: io amo l’Italia, dove ho sempre vissuto e lavorato molto bene. E in Italia penso di tornare quando sarò in ‘pensione’. Vivere a New York richiede un’enorme quantità di energia. E per affrontare questa fatica bisogna essere giovani.

Detto questo, penso che New York permetta di ‘sprovincializzarsi’ e di fare una grande operazione di umiltà: se in Italia ci sono dieci persone capaci di fare bene una cosa, qui ne trovi almeno 500. Questo ti obbliga a mettere da parte il tuo lato più narcisista e a intraprendere un processo di crescita personale.

Stando qui assumi una visione diversa: il confronto con il lavoro di altre persone ti porta ad esaltare le differenze, non a dire che una cosa è meglio di un’altra".

Com’è l’Italia vista dall’America? In particolare il mondo del design italiano, così tanto autoriferito...

Emiliano Ponzi: "Questo è un aspetto innegabile del design italiano, ma è anche vero che la concentrazione dell’eccellenza che contraddistingue il progetto italiano, nel prodotto così come nell’architettura, qui non esiste.

Non so individuare esattamente le ragioni di questo divario: una è legata sicuramente alla scuola e alla forma mentis che questa plasma nelle persone, da cui deriva la qualità delle cose che vengono poi prodotte".

La forma mentis all’italiana ti ha agevolato nella tua affermazione professionale?

Emiliano Ponzi: "Sicuramente. Soprattutto mi ha aiutato non avere frequentato scuole artistiche ma avere fatto il liceo classico in una forma sperimentale improntata sulla filosofia, la psicologia e la psicopedagogia.

Lì ho acquisito un metodo deduttivo di pensare, di conoscere e di affrontare le cose. E questo è stato molto più importante e utile che non apprendere una tecnica.

Io non sono pignolo con gli altri, ma nell’approccio ai progetti pretendo da me stesso una grande pulizia mentale: tutto deve essere sempre giustificato e mai lasciato al caso. Forse perché nella macchina tritatutto americana regna, in un certo senso, una diffusa superficialità: ciò che oggi appare meraviglioso domani risulta superato. Tutto viene consumato molto in fretta e proprio per questo c’è il bisogno e la possibilità di fare tanto".

Hai infatti affermato che l’America ti permette di fare ciò che vuoi, ma in un certo senso ti costringe a farlo con gli altri...

Emiliano Ponzi: "Quello che ho capito stando qui è che puoi essere anche il più bravo professionista del tuo settore, ma per fare tante cose hai bisogno degli altri, da solo non basti. Ho compreso che fare parte di una community è un punto di forza, perché ti permette di condividere abilità diverse e di contaminare saperi diversi, con un inevitabile arricchimento personale".

A proposito di condivisione, veniamo al progetto di Salotto NY. Come è nata questa idea?

Emiliano Ponzi: "Condividevo già lo studio con altri ragazzi. Quando è sorta la necessità di cambiarlo, abbiamo pensato che non avesse senso trovare un semplice spazio di lavoro: volevamo che fosse anche un luogo di incontro per chi, come noi, si occupa di arte e creatività e anche per tanti italiani di talento che vivono a New York.

Una parte dello studio è infatti dedicata agli eventi organizzati sotto il nome di Salotto NY, che in pochi mesi hanno coinvolto personaggi come Stefano Nazzi, numero uno nella produzione dei podcast, la scrittrice Jhumpa Lahiri, che vive tra Roma e New York, il conduttore Alessandro Cattelan, il direttore de Il Post Luca Sofri, oltre a professionisti più legati al design come Marta Bernstein, Alexander Tochilovsky, Angelina Lippert, Mauro Porcini.

Possiamo dire che Salotto ha una duplice natura: generare sinergie creative al proprio interno, sviluppando collaborazioni tra i vari membri che compongono il collettivo, e fare da calamita per altri talenti che in qualche modo hanno un legame forte con l’Italia e l’industria creativa americana. Continuiamo ad essere professionisti autonomi che si aggregano per progetti speciali sotto il cappello di Salotto".

Quali sono gli studi e le competenze riunite sotto il nome di Salotto NY?

Emiliano Ponzi: "Il collettivo è composto da tante diverse expertise. Ci sono io, Gabriele Rossi di Accurat, Gabriel Zangari di DGI, Vittorio Perotti di Yohoho, il graphic designer Lorenzo Fanton, l’illustratrice e graphic designer Giulia Zoavo; il documentarista e regista Alfredo Chiarappa; il filmmaker/motion designer Marco Rosella, l’art director Fabio Tridenti.

Quando il Salone del Mobile mi ha chiesto di occuparmi di un’installazione sul tema dell’acqua, per me è stato naturale pensare a un progetto condiviso che mettesse assieme più competenze e che fornisse un servizio chiavi in mano. In Italia non sarebbe stato facile fare la stessa cosa".

Dopo Under the Surface e l’installazione da te ideata per Glo nell’ambito del FuoriSalone 2024, quali altri progetti ti aspettano nei prossimi mesi?

Emiliano Ponzi: "Un appuntamento a cui tengo molto è una mostra personale che presenterò a inizio novembre presso la galleria di Philippe Labaune a Chelsea, che è il punto di riferimento a New York per illustratori e fumettisti. Per questa occasione sto realizzando dei lavori ad hoc che sperimentano un approccio narrativo tutto nuovo e raccontano attraverso i quadri una storia d’amore. Ma prima, a settembre, parteciperò a Open File a Shanghai, che è la più grande esposizione asiatica dedicata all’illustrazione. Quest’anno verrà ospitata da un’istituzione di rilievo quale è il West Bund Art Center".

Questo vuol dire che l’illustrazione sta guadagnando un ruolo più importante tra le arti visive?

Emiliano Ponzi: "Sicuramente. Personalmente ti posso dire che un quadro e un’illustrazione digitale comportano lo stesso impegno da un punto di vista mentale: entrambi nascono da un atto di comunicazione, dalla volontà di veicolare un messaggio.

La grande differenza risiede nelle caratteristiche fisiche dell’opera: un quadro invecchia, rivela l’errore, mentre l’illustrazione ha un carattere più effimero e perciò viene ritenuta una figlia minore delle arti visive.

Questo il motivo per cui la definizione di illustratore oggi mi sta un po’ stretta: non contiene più le tante sfaccettature del lavoro che svolgo. Forse sarebbe più indicata quella di artista visivo o artista multidisciplinare".