Secondo Emanuele Coccia, autore di Filosofia della casa, il nostro ambiente domestico è la migliore metafora per la ricerca della felicità: ecco perché

Nel suo libro La filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità (Einaudi, 2021), Emanuele Coccia esplora la domesticità come luogo morale, lo spazio dove si consuma la tensione alla felicità. Metafora dell’umano e delle sue dinamiche, secondo Emanuele Coccia la casa è l’aspirazione a trasformare il mondo perché sia ospitale per tutti gli esseri viventi. Ed è lo spazio dove immaginare un futuro post-digitale.

Emanuele Coccia, ha esplorato la casa con lo sguardo del filosofo. Perché?

Il libro nasce da un motivo molto personale: il grande numero di traslochi che ho fatto e che mi ha costretto a chiedermi ogni volta cosa significa costruire una casa e abitarla. È quando traslochi che ti accorgi che la casa non è l’involucro minerale di pareti e pavimenti, ma un mondo di oggetti e persone che viaggia con te, hai aggregato e di cui hai bisogno per essere felice. La casa è una strana connessione che cerchiamo di fare fra la dimensione psicologica o spirituale e la dimensione materiale.

La filosofia si è sempre occupata poco di casa e più di città…Come mai?

Il problema non è solo dei filosofi: anche gli architetti hanno trattato male la casa. Rem Koolhaas, Aldo Rossi… ci sono tanti libri sulla città scritti da architetti che ovviamente fanno parte di un comune bagaglio culturale. Sulla casa non c’è quasi nulla. L’investimento di pensiero ha riguardato più la città perché a partire dal Rinascimento, il lavoro viene strappato dalle mura domestiche e lì trasferito. La dimensione urbana diventa il luogo della produzione, del pensiero, del confronto, perlopiù maschile. Lo spazio cittadino viene investito di un’ideale di uguaglianza e di evoluzione collettiva.

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Qual è il ruolo del design nella costruzione della felicità che ci può venire dalla domesticità?

Traslochi e ti rendi conto che la casa è il piccolo mondo che hai bisogno di avere vicino, ma traslochi per vivere meglio. Ed è quel “meglio” che fa della casa una realtà morale. Dentro quel progetto ognuno ci mette quello che vuole. Il fatto che il meglio corrisponda a una casa ci dice che il design è una scienza della felicità, è il sapere di quel meglio, la tecnica divinatoria che ci permette di essere più felici. Negli anni d’oro del design italiano questo era chiarissimo. C’era una dimensione di scoperta giocosa, meno funzionale e più devota all’invenzione di un modo di vivere, di una possibile nuova felicità. Il punto è che il progetto dura poco, va reinventato in continuazione.
Noi non siamo naturalmente felici nel mondo. Dobbiamo cucinare la realtà e in cucina il sapore è indeducibile rispetto agli ingredienti di partenza. Il design è un corpo a corpo con lo sconosciuto che emerge per renderti la vita indimenticabile.

Cosa dovrebbe fare allora il design per guidarci verso questa continua reinvenzione?

Il malinteso del design contemporaneo è quello di voler progettare forme: negli anni Sessanta si sapeva invece che il designer progetta vite possibili. Quindi il punto adesso è capire cosa vogliamo fare del nostro rapporto coi corpi, non con le forme. Prendiamo ad esempio le questioni di genere: c’è molto fermento, un desiderio di libertà. Che però si accompagna a una forma di normativismo molto forte, un po’ contraddittoria. Bisognerebbe capire come restituire ai corpi quella specie di attenzione a cose che possono essere solo divinate, non prestabilite. L’idea del bagno, anche di quello dedicato al benessere, nasce dal pregiudizio. Se invece ci rapportiamo al corpo nuovamente come dei rabdomanti, chissà cosa potremmo scoprire. Inutile progettare la forma del bagno, inutile prendere decisioni prestabilite.

Nel suo libro suggerisce un uso più consapevole e autonomo dell’immaginazione. Perché è importante?

Se non immaginiamo, moriamo. Il problema è che per mille ragioni non sappiamo cosa vogliamo, non sappiamo cosa desiderare perché il mondo è cambiato. Ma è fisiologico. Prima ottenere un’informazione era complicato: dovevamo uscire di casa, chiedere ad altri, cercare sui libri.

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La conoscenza diffusa e immediatamente accessibile è una trasformazione immensa del mondo. Il problema è riorientarsi in questi immensi archivi digitali, che sono più grandi della realtà.

Durante la pandemia la casa ha cambiato ruolo. Cosa è successo?

La pandemia ha accelerato dei movimenti che erano già in atto. Siamo stati costretti a vivere senza città e ci siamo accorti di aver già costruito dei corridoi digitali che portavano in casa molto di quello che facevamo nei luoghi pubblici. La casa si è ampliata grazie al digitale ed è un elemento importantissimo per mille ragioni. Innanzitutto per lo spostamento secolare: sembra davvero la fine della città e, quindi, della modernità.

Nel libro si dice che dovremmo imparare a scambiarci le case come i vestiti. In che termini?

La pandemia definisce la fine della casa borghese. La nuova casa è affettiva, basata sull’amicizia e l’affinità, piuttosto che genealogica e patrimoniale. Queste nuove case sono spesso digitali, pensi a una chat di Whatsapp che è già una sorta di coabitazione anche se non fisica.
Stanno nascendo spazi di coabitazione in cui si inventa una forma di vita comune legata al piacere (non al sesso). In questo senso il mondo presente è domestico, non cittadino: non ci serve la città per fare tutto questo.

L’ intimità come luogo da raggiungere o costruire: come ci si arriva? E cosa può fare il design per aiutare?

Si è felici quando si è attraversati dalle anime altrui. Leggiamo, guardiamo opere d’arte e film per farci attraversare. L’atto di mangiare è farsi attraversare dal cibo. Entrare in relazione con un altro corpo è di nuovo un attraversamento. Tutto questo è intimità: farsi attraversare. Il design se ne deve occupare anche se è un sapere difficile, divinatorio. Non basta trasformare le cose, bisogna trasformarsi. Un’operazione alchemica che porta dall'infelicità alla felicità.

Ma cos’è, in fondo, la felicità?

Dobbiamo davvero definirla? È una metamorfosi di sé e del mondo che permette di stare meglio di prima. Ma il contenuto, l’obiettivo e gli ingredienti cambiano sempre, altrimenti non è più felicità.

Foto di copertina di Gianluca Vassallo dal libro-progetto VITE, di Foscarini (l'intera pubblicazione è scaricabile qui)