Dall’analisi dei temi dell’architettura contemporanea alla definizione di un’avanguardia non cannibalizzata dal mainstream, Cino Zucchi riflette su cosa significa fare ricerca oggi

Per parlare di ricerca Cino Zucchi passa da Ken Loach a Ėjzenštejn, dalla tecnologia all’impegno etico. Teme il rumore di fondo, gli slogan che si sostituiscono alla qualità; in questa intervista precisa gli ambiti della riflessione culturale e chiede la possibilità di riflettere, cambiare e sbagliare per poter esplorare strade nuove.

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Cosa significa fare ricerca in architettura oggi?

Cino Zucchi: “L’architettura ha sempre avuto uno status ambiguo. È stata annoverata tra le arti maggiori, la cui fruizione è tuttavia puramente estetica. Ma la nostra disciplina ha una dimensione pragmatica; essa produce manufatti di uso quotidiano che devono rispondere ai bisogni e ai desideri di molti attori diversi.

Se all’inizio dell’Ottocento si parlava ancora di “artigianato artistico” o di “arti industriali”, il termine “design” si diffonde solo dopo la grande Esposizione Universale del 1851 a Londra.

Esso abbracciando il campo esteso di un progetto contemporaneo che interseca tecnologia e ambiente, innovazione e specificità dei contesti, comunicazione e capacità di adattamento a futuri non sempre prevedibili.

La natura multipla e cangiante del nostro lavoro ci costringe a una continua verifica del rapporto tra mezzi e fini, tra pratiche consolidate e sperimentazione di nuove tecniche e linguaggi.

Come cittadino del mondo condivido con molti altri una serie di valori consolidati.

Come architetto, cerco di trasformare queste preoccupazioni in atti concreti nell'ambito della mia disciplina senza millantare eroismi o manipolare dati. Fin dalla mia esperienza universitaria all’M.I.T. – mi ero iscritto lì dopo aver letto la loro ricerca The Limits to Growth – il mio lavoro pone al centro la salvaguardia dell’ambiente e il tentativo di creare spazi ospitali e inclusivi.

Considero tuttavia questi temi così connaturati al mio mestiere da non averli mai usati in senso pubblicitario. Oggi si confonde spesso l’impegno etico individuale con l’efficacia tecnica delle nostre azioni, e ciò porta alla diffusione di menzogne o affermazioni senza alcun fondamento scientifico".

Ambiente e inclusione sono i temi del millennio, per ora. Come si affrontano?

Cino Zucchi: “Nonostante mi interessi molto la sperimentazione di nuove tecnologie green, poiché la costruzione di un edificio consuma una percentuale molto alta dell’energia totale – la cosiddetta embedded energy – credo che la durata del tempo e la capacità di adattamento di un edificio siano ancora le strategie più efficaci per la salvaguardia ambientale.

Diceva Eleonora Duncan: “se lo potessi scrivere, non lo danzerei”.

I valori non vanno solo enunciati, ma incarnati in architetture di qualità. Affermare che un film abbia un contenuto “politico” non dice ancora niente sulla sua qualità filmica: Ken Loach ha fatto bellissimi film connotati da un grande impegno sociale, ma esistono film di propaganda politica di nessun valore.

In un’epoca dove la diffusione mediatica determina il successo o insuccesso di un’opera indipendentemente dal suo valore reale, l’insistenza giornalistica sul tema del contenuto e i continui proclami degli architetti legati al sistema comunicativo rischiano di far ignorare ricerche importanti svolte in silenzio.

Per l’arte pittorica può essere più rivoluzionario un quadro di Cezanne, Morandi, Soutine o Rothko che dieci affreschi di grandi battaglie sugli scaloni dei parlamenti europei.

I colleghi che oggi ammiro e considero più impegnati nella ricerca disciplinare sono sconosciuti ai più, mentre i media sono occupati da figure appartenenti più alla storia del costume che alla storia dell’architettura, pur con tutti i distinguo fatti prima: ogni arte oggi ha i suoi Marilyn Manson, i suoi Andrea Bocelli o le sue Lady Gaga.

Cos’altro deve far parte della riflessione progettuale oggi?

Cino Zucchi: “L’innovazione tecnologica ha nell’ultimo secolo prodotto nuove forme di comunicazione e nuovi campi artistici come il cinema, il videoclip e forse oggi la realtà virtuale.

Ma se un oggetto tecnico obsoleto viene velocemente sostituito dal suo discendente dalle prestazioni migliori, l’arte e l’architettura del passato non perdono il loro valore di fronte all’evoluzione.

Per diventare arte, un nuovo mezzo deve perdere il carattere di pura novità e trovare un suo linguaggio condiviso.

È accaduto per esempio con il cinema, che ai tempi dei Fratelli Lumière era un evento da baraccone per stupire il pubblico.

Sergej Ėjzenštejn, con il suo lavoro e i suoi scritti teorici, ha dato forma a un linguaggio proprio che mischiava la sintassi del teatro con quella della fotografia e delle arti visive.

Si discute oggi molto delle possibilità e dei rischi impliciti nell'Intelligenza Artificiale; in campo artistico e architettonico Dall-E, Midjourney o Stable Diffusion aprono direzioni inesplorate, ma ci vorrà tempo e sperimentazione per capire il loro reale impatto.”

Cosa occorre perché l’innovazione tecnologica si manifesti come un salto evolutivo?

Cino Zucchi: "La tecnologia è un semplice mezzo, che diventa significativo solo dove diventi capace di innescare, od ospitare nuovi sensi o comportamenti.

Il progetto di Renzo Piano e Richard Rogers per il Centre Pompidou a Parigi utilizza la tecnologia dell’acciaio rivoltando un edificio come un guanto, trasformando un vertebrato in un radiolario ed esibendo il suo sistema circolatorio di griglie e tubi.

Ma non fa solo questo: esso inaugura un modello di museo completamente nuovo, un luogo culturale aperto, popolare e scenografico, dove il pubblico che sale sulle scale mobili diventa sia spettatore che spettacolo.

Ma non tutte le rivoluzioni si esprimono in forme “futuribili”; spesso - come nel Rinascimento - esse riusano figure e linguaggi del passato reinventandone grammatica e senso.

In questo senso, non mi considero un “tradizionalista” né ho alcuna “superstizione del nuovo”.

Le grandi innovazioni non sono necessariamente spettacolari né sempre“out of the box”.

Douglas Hofstadter - un pioniere dell’intelligenza artificiale con cui ho avuto la fortuna di studiare - ha scritto un saggio che incarna tutto quello che penso debba essere la ricerca; esso si intitola “Variations on a Theme as the Crux of Creativity”, dove esorta a perseguire con coerenza mutazioni inserite ad arte dentro processi conosciuti fino ad aprire strade del tutto inaspettate.”

Succede la stessa cosa nel design?

Cino Zucchi: "Gigi Caccia Dominioni e Vico Magistretti rappresentano forse il livello più sofisticato della cultura della Milano del secondo Dopoguerra e invidiataci oggi da tutto il mondo.

Ambedue erano persone che padroneggiavano i codici sociali allora in voga, confermandoli e trasgredendoli allo stesso tempo con un atteggiamento da veri dandy.

Ma quando Magistretti nel 1966 disegna per Artemide la Selene - una sedia ricavata da un unico foglio di materiale plastico da 3 mm - egli abbandona ogni riferimento alla tradizione e inventa per la gamba un’inedita sezione a S che le dona la rigidità necessaria.

Voltaire diceva: “ho studiato tutti i Padri della Chiesa, ma me la pagheranno”.

Questo misto di sperimentalismo e coscienza dei codici è forse il contributo più interessante dei designer italiani del secolo scorso. Oggi è l’epoca dell’informazione e delle sue necessarie interfacce con utenti diversi. Ci vorrebbe forse l’Ėjzenštejn del interaction design”.

Cosa serve per fare ricerca in modo serio?

Cino Zucchi. “Il tempo, il silenzio, l’errore: è quello di cui abbiamo bisogno oggi, anche se sono tre fattori non ammessi da un mercato che ci vuole sicuri, veloci e performanti.

Nell’era del just-in-time vorrei un’architettura just-out-of-time, prodotta in una temporanea interruzione della comunicazione, dei proclami, degli slogan; anche perché l’architettura spesso sopravvive di molto le circostanze che l’avevano generata, e oggi si può forse abitare e lavorare in un Villa del Palladio in comunicazione con il mondo intero attraverso il nostro laptop.

Molte “futurologie” del passato hanno fallito le previsioni proprio per il carattere imprevedibile degli eventi storici, e la “generosità” di un progetto si misura anche dalla sua capacità di adattamento.

Quante utopie finite nella discarica, e quanti edifici storici o di archeologia industriale che hanno invece mostrato una “seconda giovinezza”!

In questo caso, piuttosto che ripetere il mantra funzionalista “la Forma segue la Funzione” si potrebbe dire piuttosto che una forma ben riuscita “abbraccia” il suo contenuto; lo ospita e lo protegge, lo lascia libero di svilupparsi e spesso ne rappresenta e amplifica il senso.

Un suo progetto che nasce da questi presupposti benefici?

Cino Zucchi: “L’intervento di restauro e rigenerazione della Cavallerizza Reale di Torino nasce da una serie di circostanze che hanno plasmato la forma e il senso di un progetto molto importante per la città. Abbiamo avuto la fortuna di vincere un concorso tra concorrenti che non erano le solite “archistar” ma alcuni degli studi più sofisticati della scena europea.

La posizione centrale degli edifici storici e degli spazi aperti contrastava visibilmente con lo stato di abbandono in cui si trovavano da decenni. Il progetto di uno hub culturale, della nuova sede della Fondazione della Compagnia di San Paolo e degli spazi pubblici che li fronteggiano vuole reinterpretare e donare una vita e un uso contemporaneo a edifici storici di grande valore architettonico.

Il concetto di spazio urbano come luogo dello scambio e della convivenza tra culture diverse fonda un intervento estremamente sensibile alle questioni ambientali, in un dialogo continuo tra persone di ruoli e competenze diverse animate da valori condivisi, tutti alla ricerca di quel “Common Ground” che rende ricca la nostra esperienza di abitanti di un pianeta meraviglioso.”