In un'intervista che arriva in un momento di svolta del suo percorso professionale, Antonio Citterio fa il punto sulla sua visione del design: il legame con l’architettura, lo studio del comportamento, l’idea di sostenibilità

Per ogni designer c’è una categoria di prodotto che lo rappresenta meglio di altre. Per Antonio Citterio è sicuramente il divano, un tema in cui il progettista milanese vanta un’esperienza quasi unica, fatta di tanti successi ma soprattutto di importanti innovazioni che hanno cambiato i riferimenti tipologici del settore. Non è quindi un caso che la presentazione di Noonu, il nuovo – ma anche l’ultimo – sistema di imbottiti sviluppato con B&B Italia, diventi l’occasione per parlare più in generale della sua visione del design. E per tracciare una sorta di bilancio personale su un lungo e fortunato percorso che, giunto a un punto di svolta, intende lasciare un’eredità di valori e concretezza a chi lo proseguirà.

Un’urgenza espressa da Citterio in varie occasioni: “Quando penso al design e a quello che oggi rappresenta, mi viene in mente il concetto di una nuova modernità che potremmo riassumere, in estrema sintesi, come ‘lasciare un’eredità’. È un’espressione alla quale recentemente faccio ricorso quando cerco di spiegare il mio approccio al progetto contemporaneo. Si tratta di operare pensando che si stia creando qualcosa che sarà un lascito per qualcuno: un oggetto che dura nel tempo riesce a produrre ‘memoria’, così come un edificio concepito per un orizzonte temporale non effimero può essere in grado di rafforzare l’identità di un luogo”.

Passando al racconto del divano, il progettista mette a fuoco i principi che sottendono la sua idea di design. Che è quella di una disciplina fortemente integrata al processo industriale e alle logiche produttive dei marchi con cui collabora (Flexform, Maxalto, Arclinea, Azucena, Technogym, per citare i principali), per cui, non a caso, svolge il ruolo di consulente strategico se non quello di art director.

Prima di disegnare un oggetto, ci deve essere una motivazione: questa è la base del lavoro di un designer. Da sempre il mio lavoro è legato all’analisi del comportamento."

“Ho iniziato a disegnare divani nel 1983”, spiega. “In realtà non li disegno, li racconto. Nel senso che inizio a fare schizzi sul modo in cui si compongono, si assemblano per arrivare a definire delle isole domestiche, dopodiché il progetto si sviluppa e prende una forma concreta nel continuo dialogo con l’azienda con cui mi rapporto e con la sua expertise tecnica. I miei sono sempre divani ‘normali’, non sono mai ‘over designed’, perché penso che un divano debba semplicemente essere comodo e funzionare bene. Tutte le volte che ho cercato di connotare i miei prodotti con un segno più marcato il risultato è sempre stato ‘troppo’; le cose devono nascere spontaneamente e svilupparsi in un lavoro di team”. Così è stato anche per Noonu, un divano che prosegue e completa il percorso avviato nel 2018 con B&B Atoll. Utilizza infatti la stessa piattaforma produttiva, ma elimina i piedini grazie a una struttura portante che scompare alla vista, creando isole che appaiono quasi sospese da terra e sembrano fluttuare. Non è un caso che questo progetto sia nato durante una vacanza di Citterio alle Maldive, su un atollo chiamato Noonu: l’idea è proprio quella di definire un ‘arcipelago’ di proposte da comporre secondo le più diverse esigenze, ciascuna dotata però di una sua precisa identità.

“Il tema delle isole e delle penisole”, precisa il progettista, “è nato a metà degli anni ‘80, quando con la linea Sity ci siamo inventati delle nuove tipologie. Questi termini, che ai tempi erano inusuali, oggi sono entrati nel lessico comune. Già ai tempi avevo notato che il divano non svolgeva più solamente la funzione di seduta: sul divano ci si sdraiava, si dormiva, si mangiava, si lavorava. Da qui l’introduzione di nuovi elementi che ne ampliavano e ne variavano il concept compositivo e che in Noonu ritornano con una citazione dichiarata”.

Sono i cosiddetti elementi ‘a pianoforte’ e ‘a vela’ che, a tutti gli effetti, fanno del nuovo sistema la versione contemporanea dell’iconico Sity. Basta osservare un’immagine zenitale di Noonu per capire quanto sia esplicito il riferimento morfologico. Sono poi i dettagli a esprimere una visione progettuale e tecnica dell’imbottito che si è ovviamente evoluta: se ai tempi era un’intuizione pionieristica, adesso si è trasformata in una conoscenza organica.

Quando penso al design e a quello che oggi rappresenta, mi viene in mente il concetto di una nuova modernità che potremmo riassumere, in estrema sintesi, come ‘lasciare un’eredità’."

“Prima di disegnare un oggetto”, prosegue Citterio, “ci deve essere una motivazione: questa è la base del lavoro di un designer. Da sempre il mio lavoro è legato all’analisi del comportamento; negli anni Ottanta ho cominciato a fare imbottiti di una certa profondità, proprio perché mi ero accorto che le persone non si sedevano sui divani solo per fare conversazione. Così come nel mondo delle cucine, ho disegnato modelli che non erano costituiti solo da una base e un pensile ma erano anche il luogo dove si mangiava. Quasi sempre il mio design è legato al comportamento, al modo in cui le persone vivono e interagiscono con gli oggetti. Ho sempre lavorato in questo modo, anche nell’architettura accade la stessa cosa: quando progettiamo, ci immaginiamo sempre le persone, come arrivano, come entrano, come si muovono all’interno dello spazio, cosa faranno. In sostanza, il modo in cui le persone si relazionano con lo spazio diventa uno degli elementi guida del progetto”.

La visione del design di Antonio Citterio ha sempre avuto una stretta relazione con il suo fare architettura. A dimostrarlo è l’approccio sistemico seguito nel progetto di tanti elementi d’arredo, improntato alla costruzione dell’habitat, alla sua dimensione funzionale e spaziale, piuttosto che alla caratterizzazione segnica dei singoli pezzi.

“Architettura e design”, conclude il progettista, “sono di fatto due anime che in me convivono. Sono mosso sia dall’approccio concettuale dell’architetto che dalla creatività del designer. Questa duplicità si riflette nel mio lavoro: tendo a disegnare famiglie di oggetti compatibili tra loro e con una propria specifica funzione. Ed è proprio questo approccio che deriva dal mio essere architetto: ho sempre un’idea chiara di quelle che sono le esigenze di ammobiliare uno spazio, sia esso un ufficio, un’abitazione o un negozio”.