Da docente di storia del design dico: rivediamo metodi, obiettivi e strumenti per parlare alla generazione che si informa sui social

La prima cosa che s’impara, insegnando la storia del design, è il bello di navigare a vista. Può sembrare un paradosso, visto che il design è progetto – ovvero darsi una meta – e che la storia dovrebbe essere magistra e illuminare la strada. E invece, quando ti ritrovi in un’aula – reale o su Meet – con trenta studenti under 25, tutti nativi digitali cresciuti a pane e social network, capisci subito che devi metterti in gioco e rivedere un po’ metodo, obiettivi, strumenti.

Partire dal tempo e dalla sua percezione

Per questo, la prima lezione che tengo da quando insegno è dedicata al tempo e alla sua percezione. Perché c’è un tempo lineare, quello in cui, per esempio, quarant’anni fa esatti arrivava Memphis a scardinare il gusto e l’estetica dominanti. E c’è un tempo puntuale, in cui Memphis sopravvive ancora: solo che non va cercata tra librerie e tavoli dai pattern audaci, ma in quelle forme di creatività che ne hanno ereditato il principio attivo sciogliendolo in nuove sfide e linguaggi radicali. E questo mentre nel feed mentale dei tuoi studenti tutto galleggia in un oceano sconfinato: Memphis chi? Con quale hashtag dobbiamo cercarlo, prof?

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Raccontare la storia per suggestioni

Il primo avvertimento che ti arriva dai colleghi più esperti è: “Vedrai, in classe ne troverai giusto un paio che sanno se viene prima la Valentine di Sottsass o lo spremiagrumi di Starck. Leggono poco e s’informano solo su Instagram”. Il che è un po’ vero, ma la sfida sta proprio nel volgere in opportunità questa attitudine a surfare. Trasformare un surfista in un sub è possibile, procedendo omeopaticamente per suggestioni, ricostruendo la scena tra un accostamento e l’altro.

Il nostro tempo orizzontale

Del resto, non siamo i primi a far pace con la cultura orizzontale (che è anche il titolo di un’indagine sull’informazione e i consumi culturali dei più giovani firmata un anno fa per Laterza da Giovanni Solimene e Giorgio Zanchini). L’ha infatti sdoganata Alessandro Baricco con The Game, edito da Einaudi nel 2018, lo stesso anno in cui il critico Marco Senaldi ci spiegava che la nostra età è quella di Instagram. Che vale a dire che viviamo in un tempo “eternato e congelato”, un universo informativo “in cui non ci si sposta veramente, dove nulla accade nel tempo, ma tutto sembra com-presenziare continuamente”.

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Quando diversi tempi si parlano

E allora perché non approfittare di questa difficoltà a trovare un prima e un poi e volgerla dalla tua parte? L’arte e la musica possono essere ottimi alleati. Per questo la prima immagine che mostro a lezione è la Sala dell’Ercole della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma che da quattro anni fa infuriare gli storici perché, nel nuovo corso della GAM, accosta in un solo spazio l’Ercole di Canova con opere di Giuseppe Penone e Pino Pascali, azzerando il senso lineare del tempo e moltiplicando, in compenso, le suggestioni, come il miglior design è capace di fare.

Un altro aiuto arriva da Retromania, il saggio di Samuel Reynolds che, indagando la dittatura della nostalgia nei consumi musicali, dice molto, pur senza volerlo, della tirannia del vintage e del rétro anche nel nostro campo. E un orizzonte di senso arriva anche da un altro testo di metà anni Novanta, Ocean of Sounds del critico e musicista inglese David Toop che, esplorando la musica del Novecento, manda all’aria ogni cronologia per estrarre un unico, meraviglioso carotaggio che mette insieme da Debussy a Miles Davis fino alla techno. Che poi è la stessa logica in base alla quale gli studenti più svegli colgono l’attualità di una poltrona di Mies o degli Eames rimanendo indifferenti alle sedicenti novità ammannite da tante riviste di interior.

Degustare il design come il vino

Domitilla Dardi, che con Vanni Pasca è autrice del fortunato Manuale di storia del design edito da Silvana Editoriale due anni fa, usa la metafora enologica: “Uno dei modi di testare il vino è la degustazione ‘verticale’, che vuol dire analizzare stesso vino e produttore, ma in annate differenti. Anche nella storia, a volte, si lavora per ‘verticali’ usando la tipologia come invariante, vedi le celebri storie e musei della sedia, per esempio”.

Del resto, se per avere un normale’ testo di storia del design a uso di scuole e accademie abbiamo dovuto aspettare il 2019, vuol dire che davvero il fattore tempo è una matassa difficile da sbrogliare. C’è voluto proprio il Manuale di Dardi e Pasca, per colmare un vuoto ingombrante. E neanche in questo caso gli autori sono riusciti a fare a meno di un doppio approccio, unendo il livello cronologico, dal Crystal Palace ai Formafantasma, a quello dei temi trasversali alle epoche, riempiendo il testo di inserti e mappe: “Ci siamo resi conto” spiega Dardi “che la metafora lineare da sola è estremamente riduttiva. D’altra parte esistono molti studi cognitivi che dimostrano come la visione del tempo sia complessa e che proceda utilizzando figure visive tra le più disparate. E poi è tipico della nostra epoca: parliamo di navigazione quando facciamo ricerche sul web e allora nella navigazione, quando non è improvvisata, usiamo regole e sistemi di orientamento precisi, punti di riferimento e mappe”.

Avviso ai naviganti: per ritrovarsi, bisogna prima perdersi.

* L’autore è docente presso La Sapienza, IED e Quasar Institute di Roma; ha insegnato a ISIA Roma.

In apertura, La Sala dell’Ercole alla Galleria d’Arte di Moderna di Roma.