Il design mantiene in vita, aggiornandoli, spazi e modelli di condivisione che la pandemia rischiava di azzerare. Ecco due storie indicative

C’è ancora posto per la condivisione, nel mondo del lavoro al tempo del Covid? La risposta sembra scontata: no. Troppe le ansie che la pandemia ha seminato cambiando colore alle nostre vite e ricacciando nello smart working l’ambizione di uno spazio, mentale e fisico, in cui nutrirsi di scambi vitali.

Le apparenze, però, ingannano: “In realtà, se andiamo oltre la fase della primissima reazione all’emergenza, vediamo che il design ha già dato una risposta possibile all’esigenza di non abbandonare del tutto il modello coworking”, spiega Ilaria Marelli, architetto e designer con una lunga esperienza negli allestimenti e nella progettazione di showroom e spazi aziendali.

Fino all’inizio del 2020, il coworking era stata una formula in crescita, perché univa la possibilità di interazione tra attività complementari e la convenienza economica di un service hub completo a disposizione. Poi è arrivata la pandemia e ci siamo chiesti che ne sarebbe stato, con il distanziamento fisico, di tutte le iniziative basate sullo sharing. La risposta è che, passata la prima ondata, sono arrivate nuove opportunità: le società di servizi che pensavano di poter abbattere i costi dei grandi headquarter grazie allo smart working, hanno compreso poco dopo che non sempre il lavoro da casa full time è la soluzione migliore”. Insomma, tra ampliare gli uffici per garantire le nuove distanze e puntare tutto sul lavoro in remoto, s’è fatta largo una terza via, che passa proprio da una rivisitazione del coworking come siamo abituati a conoscerlo. Spiega Marelli: “Questa terza strada consiste nel prendere in affitto postazioni organizzate e condivise, ma diffuse nel territorio, da utilizzare anche part-time”. Una soluzione mista che non passa dal grande headquarter dove tutto resta immutabile come nell’epoca pre emergenza, né liquida la questione lavoro relegando il lavoratore a casa, ma punta su sedi aziendali decentrate, anche in provincia, da usare solo quando servono ricorrendo all’affitto se le esigenze cambiano.

Tra ampliare gli uffici per garantire le nuove distanze e puntare tutto sul lavoro in remoto, s’è fatta largo una terza via, che passa proprio da una rivisitazione del coworking come siamo abituati a conoscerlo."

È lo scenario che Marelli ha rappresentato in un catalogo per Gaber dedicato proprio alle soluzioni per il lavoro post pandemia. “Del resto” spiega la designer “l’ambito delle soluzioni ibride si sta allargando anche ad altri settori come quello dell’ospitalità: crescono infatti le catene di hotel che ospitano spazi diversi dalle grandi sale meeting, ma simili a piccoli uffici attrezzati anche per videochiamate, più efficienti delle hall degli alberghi o delle postazioni in camere spesso scomode”.

La pandemia sta cambiando anche quegli spazi ibridi – allo stesso tempo showroom, sede di uffici e location di appuntamenti culturali – attraverso cui un marchio si racconta e il design continua, tra le difficoltà del momento, ad aprirsi alla città, mischiando negli stessi luoghi gli addetti ai lavori e il pubblico variamente assortito degli eventi. Qui il nuovo standard è il progetto di Gio Tirotto per Fenix Scenario, la “casa” in Foro Bonaparte, a Milano, del marchio di materiali per l’interior design che accoglie gli altri brand della holding e l’hub creativo Musa. Uno spazio del possibile, un po’ interior design center, un po’ luogo di relazioni phygital, dove le funzioni sono in evoluzione continua.

L’intuizione di partenza, racconta Tirotto, risale al pre pandemia, poi s’è rafforzata: il Covid non ha bloccato l’idea di una trasformabilità massima degli spazi destinati a uffici, showroom, brainstorming e all’indispensabile materioteca per squadernare agli addetti ai lavori l’eccellenza del brand. “Ho pensato a quello che una volta avremmo chiamato showroom, ma che in realtà è anche un luogo di lavoro aperto fisicamente alla città, in Brera, come a una macchina scenica in continua evoluzione”. Da qui l’idea di accogliere il visitatore con la scultura Cirrus di Zaha Hadid e di spalancare uno spazio dagli elementi scenografici: strutture a soffitto che definiscono quinte flessibili, pannelli girevoli a tutta altezza che si trasformano in schermi per proiezioni e videomapping, mobili contenitori (di Lapalma) allestiti con ruote per essere spostati aumentando al massimo la versatilità. L’hub racconta fino a ogni minimo dettaglio le possibilità del made in Italy, allestito com’è con arredi d’eccellenza tra cui spicca la postazione di lavoro mobile Touch Down di Studio Klass per Unifor: pensata in tempi pre emergenza, qui brilla come il jolly nel mazzo del bravo progettista post Covid.