Condividono spazi e strumenti, lavorano con gallerie e architetti di interni, snobbano l’industria: e, secondo alcuni, il loro business model è quello del futuro

“I designer americani contemporanei sono prima di tutto imprenditori”.

È tranchant la prima considerazione che fanno Odile Hainaut e Claire Pijoulat – curatrici di ICFF New York e anime di WantedDesign, showcase per emergenti ora parte integrante della fiera – davanti alla richiesta di definire l’anima del design americano contemporaneo.

“Per capire questo mondo bisogna considerare la situazione economica in cui si trovano i designer americani freschi di scuola”, spiega Hainaut.

“Hanno debiti da saldare e vivono in un paese in cui le piccole aziende che sperimentano sono pochissime. Hanno tre opzioni: lavorare per le produzioni di massa, approcciare i colossi del contract (come Knoll, Haworth, Herman Miller, Emeco) o diventare produttori di se stessi. E questa, oggi, sembra la scelta più percorribile per chi è convinto del proprio talento”.

Creare un’azienda che produce e vende, però, è un affaire complesso, anche in termini di investimenti.

“Infatti i designer americani si mettono in rete. Fisicamente”, spiegano. “Si organizzano in comunità, condividono spazi, hub, laboratori e strumenti di lavoro”.

Maker, ma non troppo

Sembra una community di maker.

“Sembra, ma non è un movimento, è un modo di fare business”, continua Pijoulat, “limitando i costi ma offrendo la sofisticatezza e personalizzazione richieste dai loro clienti: decoratori e architetti di interior che cercano pezzi unici per le case che arredano”.

Perché i designer americani sono anche curatori?

È una strategia che ripaga chi sa applicarla bene.

È emblematico, in questo senso, il caso di In Common With, uno studio di Brooklyn che per anni ha messo insieme anime artigianali e progettuali diverse e apre questo mese il suo concept store.

“Si chiama Quarters. Vi esporremo le nostre lampade, arredi e oggetti”, spiegano i titolari, Nick Ozemba e Felicia Hung. “È uno spazio dall’atmosfera domestica, in cui i nostri pezzi sono mescolati a mobili vintage, opere d’arte, libri rari. Vogliamo mostrare, attraverso una curatela appassionata, la bellezza di vivere circondati da oggetti che hanno un senso”.

Raccontare la cultura del progetto

Anche Egg Collective, uno studio tutto al femminile con base a New York che produce grazie a un network di artigiani locali, si è trasformato di recente in una galleria.

Dove, spiegano le tre fondatrici, “si organizzano mostre per illustrare, insieme ad altri artisti e designer, l’impegno della community dei designer americani nel realizzare prodotti che dureranno una vita”.

“Anche questa è una necessità di business”, spiega Hainaut. “Perché in America non è diffusa l’idea dell’arredo come investimento. Più dimestichezza sul tema della qualità e della durabilità porterebbe grandi vantaggi a chi fa design”.

Quando è iniziato tutto questo?

“Fino a 15-20 anni fa, lo scenario era molto diverso”, spiegano Dylan Davis & Jean Lee di Ladies & Gentlemen Studio di New York, citati da Hainaut e Pijoulat come rappresentanti della nouvelle vague a stelle e strisce.

“I laureati in industrial design lavoravano nelle aziende – il più delle volte in quelle mass market – oppure finivano per fare altro. Poi il concetto di design si è allargato e si è creato un mercato che dà spazio alle voci dei designer indipendenti”.

Il merito di questo cambio di passo si deve soprattutto all’interesse di alcune gallerie, a partire dai primi anni Duemila. Prima tra tutte, The Future Perfect di David Alhadeff.

David Alhadeff: "in principio, fu la luce"

“Quando ho aperto, nel 2003, pensavano fossi pazzo a investire sui creativi americani: nell’immaginario statunitense il design era italiano (o al massimo olandese o scandinavo) oppure Mid-Century Modern”, dice Alhadeff.

La rivoluzione che avrebbe dato voce ai progettisti americani contemporanei, invece, stava iniziando proprio allora, dall’illuminazione.

“I più talentuosi hanno saputo cogliere il senso dei led e sfruttarne le caratteristiche per creare lampade scultoree, di grande appeal per il pubblico. Progettiste come Lindsey Adelman, Mary Wallis, Bec Brittain hanno capito che stava cambiando il paradigma della luce: quella funzionale sarebbe diventata architetturale, quella decorativa avrebbe fatto parte dell’arredo. Un concetto che in Europa è arrivato da poco: in questo, gli Stati Uniti sono stati apripista”.

L'avanguardia del design americano di oggi è nelle piccole serie

“Non c’è dubbio, l’avanguardia del design americano oggi si trova nelle piccole serie”, conferma Jonathan Olivares, dal 2022, Senior VP Design di Knoll.

“Gallerie come Marta a Los Angeles, Volume a Chicago e Friedman Benda a New York hanno creato piattaforme con un focus curatoriale forte e ridato vita all’atmosfera che un tempo si trovava nei design store come The Conran Shop (quando era gestito da Sir Terence Conran), Luminaire (quando era una realtà indipendente) o Moss (che ora ha chiuso)”.

L’ipermatericità al centro della ricerca

L’avanguardia di cui parlano Olivares e Alhadeff è sempre fortemente legata ai temi dell’artigianato e del saper fare, ma – indirizzandosi al pubblico estremamente sofisticato, colto e affluente delle gallerie – può spingersi molto più in là rispetto a quella dei designer brand.

La ricerca oggi mette al centro i materiali e gli strumenti per lavorarli: stampanti 3D, sistemi a 5 assi, CNC, laser cutter”, continua Alhadeff.

“Tutti sanno usarli. Ma la differenza la fa la capacità di ottenere risultati sorprendenti, di rivisitare tecniche indigene attualizzandole, di far risuonare una voce personale attraverso il lavoro artigianale. Il tutto senza mai cadere nella nostalgia”.

Tra i nomi di punta, secondo Alhadeff, ci sono Karl Zahn, che sviluppa nuove fonti di illuminazione per le sue lampade scultoree, e Chris Walston con i suoi mobili in terracotta, primitivi.

Siamo lontanissimi dagli interior caldi, emozionali, welcoming dei designer-falegnami che collaborano con gli architetti di interni. Gli arredi che arrivano nelle gallerie sono presenze ruvide, quasi stridule nel contesto domestico, decisamente spericolate in termini di forme e riferimenti estetici.

Arredi come inospitali presenze

Per Jonathan Olivares – che guarda con attenzione anche ai mondi dello skateboarding e del writing – l’avanguardia americana contemporanea è rappresentata dagli oggetti disobbedienti (e anti-funzione) di Dozie Kanu o dagli arredi di Jonathan Muecke, realizzati in materiali compositi e ridotti a un’inospitale ma affascinante essenza.

Mentre per ritrovare la sofisticata ricerca degli store di design di un tempo, il Senior VP di Knoll guarda a Bi-Rite, il negozio creato nel 2016 dalla designer Cat Snodgrass.

I suoi arredi e oggetti iper-minimalisti ma anche carichi di iperboli estetiche funzionano molto bene con i Millennial. Perché, dice lei, “negli ultimi dieci anni c’è stato un rinascimento in termini di cultura degli interior e un rinnovato interesse per il postmodernismo e per il lavoro artigianale sperimentale, che dà voce alla fantasia”.

 

Citare il digitale, senza essere high tech

Di questo rinascimento approfittano anche Justin Donnelly e Monling Lee di Jumbo (è loro la foto di copertina), che sono riusciti a creare un linguaggio nuovo, ispirato al digitale, ma rigorosamente analogico.

“Ci piace che ogni nostro oggetto riconosca il ruolo che la tecnologia ha nel quotidiano: cerchiamo quindi di avvicinare le cose ai loro equivalenti virtuali. Lo facciamo utilizzando materiali inorganici, scegliendo finiture glossy o specchiate, imprimendo in ogni progetto un elemento sorprendente che invita a toccarlo, usarlo”, spiegano.

Il design europeo assomiglierà a quello americano?

Lo scenario del design americano di oggi – così incentrato sui materiali e le loro lavorazioni – assomiglia dunque ancora molto a quello dei grandi maestri a stelle e strisce del passato, come gli Eames.

Anche se, purtroppo, manca quasi totalmente dell’antico drive verso una produzione accessibile.

Sempre di più, però, si arricchisce di speculazioni e ricerche che lo avvicinano al design europeo.

Si sta creando un panorama globale, in cui i diversi approcci si mescolano senza soluzione di continuità?

Due universi che si avvicinano?

“Con l’ondata di acquisizioni di piccoli marchi da parte di grandi gruppi, il design industriale in Europa sembra diventare sempre più simile a quello americano, legato a un contesto più commerciale che culturale e ai grandi progetti architetturali piuttosto che al residenziale”, dice Jonathan Olivares.

Le parti potrebbero invertirsi – con l’Europa che si ispira agli USA – anche secondo David Alhadeff.

“15 anni fa i designer americani si sono lasciati alle spalle il modello europeo, legato all’industria e alle royalty, che era per loro inaccessibile”, conclude il gallerista. “E ora che anche in Europa questo modello vacilla, con i marchi del design più corporate-oriented e indirizzati verso il contract, i giovani designer del Vecchio Continente stanno sviluppando una mentalità da piccoli imprenditori sperimentali, agganciando il modello delle gallerie”.

Se un business model del genere possa funzionare in Europa è però tutto da vedere.