Anche il design ha i suoi odiatori professionisti: leoni da tastiera o sedicenti critici che si scatenano quando sentono odore di best seller. Ma prendersela con i prodotti che vendono fa bene o male al design?

Michael Graves è forse stato il primo. Una carriera encomiabile, di quelle che partono da Harvard per approdare al gruppo Memphis, chiamato da Ettore Sottsass. E poi da Alessi, per la quale disegna il bollitore 9093, per gli amici Uccellino. Un connubio sorprendente di pop art e design, un oggetto amatissimo. Tanto da diventare un long seller. E infine il grande salto: uno degli ultimi lavori, nel 1997, è una signature collection per la mega catena di convenient store Target e per Home Basic.

Per Michael Graves è probabilmente il trionfo del suo motto Design for all: economico, pop, comprensibile. Tanto che la collezione si chiama proprio così. Ed è, a denti stretti, considerata un downshifting democratico del lavoro per Alessi (che ha portato però a Target miliardo di dollari in prodotti venduti e più di 2000 pezzi disegnati). Ed è a questo punto che al design freak europeo, e ancor di più a quello italiano, viene l’orticaria. È una reazione automatica: per il connaisseur la parola best seller provoca un sentimento di diffidenza

“A un certo punto della mia carriera mi sono stancato di affrontare ogni lavoro come se dovessi creare la prossima icona” dice Luca Nichetto, altro designer di best seller. La paura della critica colta e un po’ talebana renderebbe nervoso chiunque, del resto. “Fin dall’inizio della mia carriera ho creduto che il design debba per principio essere democratico. Se disegno ma i miei prodotti non vendono e non entrano nelle case delle persone, per chi lo sto facendo?” continua Nichetto. Domanda ragionevole. 

Un lavoro come quello di Graves per Target oggi fa quasi rabbrividire per le ripercussioni ambientali dell’iperconsumismo. Ma resta l’implicita e legittima aspirazione di un design per tutti, perché il progetto non sia un idioma elitario confinato nelle case super borghesi. “Capire quale design funziona, in termini pratici e simbolici, è importante per le aziende e per le persone”, continua Nichetto. Il suo best seller più recente, la lampada da tavolo Easy Peasy per Lodes, è un oggetto leggibile che mima il gesto del macinapepe e usa un automatismo rituale per suggerire la funzione dim to warmEasy Peasy è stata presentata digitalmente in settembre ed è già stata acquistata dal 60% dei nostri clienti. È oggi disponibile in 50 Paesi” commenta Massimiliano Tosetto, ceo di Lodes.

Come molti best seller, evoca sorrisi e memorie infantili, anche Easy Peasy è colorata, a misura di mano, cavalca una bellezza semplice. È irresistibile. Così come lo era la collezione Girotondo di Alessi. Sette milioni di pezzi venduti, enorme successo aziendale e anche per i designer (studio King-Kong) che sono immediatamente passati, agli occhi dei benpensanti, da progettisti di rottura a ‘autori di cosucce commerciali’.

Perché i best seller di design hanno quindi i loro hater? Nessuno se la prende con chi ha progettato l’interfaccia dell’iPhone ma realizzare casalinghi che vendono è considerato peccato. Forse il problema è che l’universalità del linguaggio non dialoga con l’esclusività. E che, sotto sotto, i progettisti a questa esclusività ci tengono perché la leggono ancora come sinonimo di valore intellettuale. La tentazione dell’icona, infatti, c’è sempre. “Anch’io mi fisso sulla forma di una vite”, ammette Nichetto. “Poi però lascio andare. Fermarsi tre passi prima non pregiudica il valore di insieme di un progetto ma permette all’azienda di realizzarlo con costi contenuti. E, soprattutto, di essere capito dai più”. 

L’insieme a cui allude Nichetto è un equilibrio di ragionevolezza funzionale, tensione estetica e scalabilità. “Ho sempre lavorato sia con brand esordienti che con marchi già celebri e mi piace passare da un estremo all’altro”. Una tendenza al respiro ampio e al superamento dei sensi di colpa causati dal successo, economico e non. Ma il punto non è Luca Nichetto, ma la sensazione che vada protetto il design made in Italy trovando però una mediazione: tra l’onestà del linguaggio, il prezzo al pubblico e le ragioni collettive del piacere che il design deve dare, a quanta più gente possibile. Una mediazione, questa, che potrebbe anche far dialogare due schieramenti che sembrano amarsi pochissimo: i designer che vendono e quelli che vendono meno. 

 

In apertura, un pezzo della special edition di Girotondo di Alessi.