Per alcuni designer tra i 30 e i 40 anni l’uso delle mani ha la valenza di un riscatto etico, sociale e politico. Antonio De Marco è uno di loro

“Sono un munariano convinto”. Parte da un credo Antonio De Marco, uno dei designer per i quali il passaggio dal modello artigianale al prodotto industriale è (di nuovo) un processo naturale. Progettavano così i designer storici. Progettano così anche nell’era del 3D e di Rhino molti bravi designer. Ma per i professionisti della generazione di De Marco l’uso delle mani ha la valenza di un riscatto etico, sociale e politico. Intorno al lavoro manuale una parte della leva Millennial trova un senso nuovo all’azione progettuale.

La comunicazione con le aziende, con le loro maestranze diventa nutrimento per una creatività sensata e seria. Spiega De Marco: “Quando vado in fabbrica sto comodo come accanto alla placenta di mia madre: la sento mia perchè è il luogo dove la materia diventa oggetto”. Sul frigorifero di casa De Marco campeggia una citazione di Zygmunt Bauman: “Le emozioni passano, bisogna coltivare i sentimenti”. Un invito a riflettere sull’effetto wow di un certo tipo di design.

Capire facendo

Capire facendo, una delle basi della dottrina munariana, oggi è un credo esotico. Eppure l’immaterialità che caratterizza gli under 40, la disaffezione al possesso e la passione per i beni di servizio, si riscatta con il fare. “Ho in studio una sedia di Molteni destinata alla discarica. L’ho smontata e l’ho rifatta per capire come si costruisce. Se cuci il cuoio, assembli le parti in legno, capisci quali sono le accortezze e i segreti di un oggetto. È così che poi ho la certezza di fare un pezzo intelligente e utile”.

Antonio De Marco è intransigente, critico, rigoroso. Il mestiere del design passa per un atteggiamento serio, che nella pratica comincia con la comprensione profonda della materia e delle lavorazioni mentre si costruisce un oggetto. La sua collaborazione con il brand di complementi Pinetti, ad esempio, nasce dalla passione per la pelle e per il cuoio, con cui a volte realizza minuscole serie di borse.

Tra industrial designer e maker: la terza via

Ma se chiami 'maker' un designer che lavora così la reazione non è detto che sia delle migliori. "Non sono un maker e non sono un designer industriale puro. Cerco una terza via, la soglia fra produzione e artigianato, dove le mani sono al servizio della testa". Che è esattamente il luogo abitato dalla maggior parte delle aziende italiane del settore arredo. Che devono fama e prestigio a intuizioni intelligenti e, soprattutto, alla grande competenza nelle lavorazioni. Insomma, chi conta sono gli artigiani, gli operai.

"Io spero sempre che chi produce concretamente i miei progetti possa dire che sta facendo una cosa che gli piace, che dà soddisfazione e che tiene conto dei gesti di chi lavora". Un atteggiamento che ricorda Enzo Mari. E che alla luce attuale non ha quasi nulla di politico e molto invece di umano.

Capire la produzione per immaginare il possibile

“Ho bisogno di partire dalle mani per studiare, per affinare il pensiero. E cerco sempre di conoscere bene gli specialisti, i terzisti che si dedicano a lavorazioni uniche”. Focalizzarsi sulle tecniche produttive significa capire cosa si può davvero fare. Antonio De Marco non fa schizzi sui tovaglioli di carta mentre pranza, perché non è un atteggiamento serio. I designer che parlano con le maestranze, che cercano il dialogo diretto con le persone e le aziende, non hanno vita facilissima.

Faticano a trovare interlocutori adatti. Strano a dirsi, in un contesto che sostanzialmente vede i prodotti nascere da lunghe conversazioni con gli imprenditori. Ma non tutti si chiamano Eugenio Perazza o Giuliano Mosconi (i patron di Magis e Zanotta). Ci vuole un senso dell’impresa audace, grandi investimenti di tempo e denaro. E una certa fiducia nel rischio.

Il riscatto del design: quello vero

“Mi sembra che le aziende siano confuse, abbagliate dalla cacofonia dei social. Ma io non voglio disegnare like su Instagram”. Forse ha ragione Antonio De Marco. O forse occorre cercare una quarta via che non ignora la contemporaneità e il suo rumore mediatico e, nel mentre, si impegna a rispettare le radici culturali del proprio mestiere. E a riscattarle da un’errata comunicazione del progetto e, soprattutto, della parola design.

Del resto quando entrando in un’azienda italiana lo si capisce subito: è una questione di lavoro, di fatica fisica e di un’intelligenza del fare che passa dal corpo. L’atteggiamento creativo, il progetto immediato che fa faville sui social, il prodotto che nasce dall’intuizione del momento, non sono quello di cui c’è bisogno ora. “Io voglio avere accanto qualcuno che lavori a testa bassa. Non mando schizzi alle aziende, mando disegni tecnici e  il giorno dopo sono in officina. Il disegno parla delle tue competenze, è la base. Poi c’è sempre una sovrastruttura che metti nei progetti che racconta molto altro, ovviamente”.