In mostra all’ADI Design Museum i 14 numeri della rivista Imago usciti fra il 1960 e il 1971. Un’occasione per ragionare sull’editoria contemporanea

Fino al 13 febbraio una mostra dell’ADI Design Museum di Milano raccoglie immagini e documenti su un'esperienza tra le più raffinate e innovative della grafica italiana degli anni Sessanta: la rivista Imago, house organ della Bassoli Fotoincisioni. Giorgio Camuffo, che ha curato la mostra, sostiene che non è facile incontrare casualmente un numero di Imago.

Vedere in una volta sola tutti i numeri è un’occasione rara. Imago nasce come un progetto in cui grafica e stampa “mostrano i muscoli” per far vedere di cosa sono capaci, mettendo in scena tutte le possibilità dell’editoria. E in questo momento sembra che una rivista come quella inventata da Michele Bassoli e Raffaele Provinciali interroghi il mondo dell’editoria cartacea in modo provocatorio.

Abbiamo nostalgia della carta

L’ossessione di creare un dialogo filologico fra contenuto e contenitore fa di Imago un progetto con pochi termini di paragone, contemporanei o storici. Raffaele Provinciali e Michele Bassoli hanno accese discussioni, a ogni numero, su come deve essere costruita la rivista dal punto di vista cartotecnico. Imago è racchiusa in una busta fatta a mano che racchiude una cartella, che a sua volta contiene le pagine della rivista. Non c'è un formato preciso: i fogli cambiano di misura, spessore, qualità.

Ma esiste una logica costruttiva: la rivista sta nella cartella e nella busta solo se ricomposta nel giusto ordine. L’intelligenza richiesta per maneggiarla è data per scontata e non è un tema di discussione. Non c’è nulla di facile nel contenuto e nel contenitore, ma è tutto estremamente chiaro. E soprattutto non ammette distrazioni. I contenuti si scoprono in un’esperienza di “unpacking” istintiva.

Oggi sarebbe un fantastico video per TikTok o Youtube. Questo fa di noi dei nostalgici della carta? Non proprio. Forse ci fa rimpiangere un'intelligenza istintiva e leggera, che non pensa ma fa.

Imago è soprattutto un progetto di ricerca editoriale.

Imago, oggi, fa domande scomode

Innanzi tutto c’è il tema dell’industriale “illuminato”, che in parole povere è qualcuno disposto a pagare per progetti apparentemente non convenienti. Michele Bassoli, titolare della Bassoli Fotoincisioni, è uno di loro. Salvo rari casi come Foscarini con Inventario, la ricerca fine a se stessa latita.  Non per mancanza di buona volontà, ma perché impegnata altrove. La contemporaneità è minacciosa e guarda con bonarietà le sperimentazioni degli anni Sessanta. E c’è la crisi inequivocabile dell’industria editoriale che si è fatta “pesante” soprattutto dal punto di vista economico. L’editoria cartacea non paga ed è destinata a diventare, sempre più, una fonte di guai finanziari e ecologici, più che un ring di sperimentazione. Ma siamo sicuri di voler rinunciare alla carta?

Una scatola delle meraviglie intelligente e giocosa

Viene il dubbio, guardando Imago, che molte delle urgenze odierne troverebbero sollievo se non soluzione, in un’attitudine più giocosa che non rinuncia alla profondità. Le energie messe in un progetto editoriale di ricerca, su carta, danno un significato diverso all’oggetto “rivista” e al suo contenuto. Anche solo per la sua fisicità.

Rivista fatta assemblando contenuti e materiali senza un programma o un’intenzione, Imago è soprattutto una scatola delle meraviglie tecniche della stampa, della fotoincisione, della cartotecnica. Tutti settori considerati oggi secondari, di nicchia, destinati agli appassionati. Non è un caso che sia proprio Corraini a editare il catalogo della mostra dell’ADI Design Museum e di Giorgio Camuffo.

Imago è ricerca pura, di cuore

“Sarebbe una condizione avversa al cuore pensante, se io potessi offrirvi parole espresse con propositi di chiarezza. Purtroppo non posso farlo essendo io stesso un uomo di metafore, evocativo con forti venature di fabulazione (...) dinanzi alla vostra attesa di un messaggio, che seppur traslato, non è per nulla facile”. È così che Michele Provinciali si rivolge a una platea di studenti, a Barcellona nel 1995.

Il pensiero di un uomo che ha fatto molto, ha lavorato e progettato. E che si concedeva però il piacere di imbarcarsi in 14 numeri di una rivista fatta esclusivamente per fare buona pratica della cultura grafica e editoriale.

Max Huber, A G Fronzoni, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Dino Buzzati, Giuseppe Pontiggia, Mario Soldati sono solo alcuni dei grafici e degli scrittori coinvolti fra il 1960 e il 1971. Come sarebbe Imago oggi?