Un progetto collettivo, ideato dall’artista-fotografa a Marsiglia, ha dimostrato che l’arte partecipativa porta benessere, anche nei quartieri in difficoltà

L’arte è utile per uscire dall’ordinario ed esplorare un possibile cambiamento sociale, alla ricerca di un benessere ispirato alla bellezza non ordinaria, dice Ilaria Turba. L’artista-fotografa lo sa per certo, avendo appena terminato il progetto Le désir de regarder loin, un gesto collettivo, partecipativo e interdisciplinare realizzato a Marsiglia che ha coinvolto cinquecento persone mettendo insieme LE ZEF - Scène Nationale de Marseille e i quartieri fragili del nord della città. Punto di partenza, una domanda un po’ sognante: cos’è il desiderio.

Il lavoro di Ilaria Turba è durato tre anni e ha preso molte forme: collezione di desideri, atelier di fotografia e di panificazione, camminata artistica urbana, mostra al MuCEM - Museo delle civiltà d’Europa e del Mediterraneo. Le istituzioni e la politica hanno preso parte al percorso e ne hanno ricavato un ritratto diverso di un quartiere difficile.

Com’è entrata in questo progetto e di cosa si trattava esattamente?

Nel 2018 un progetto culturale ha unito il teatro Merlan e la residenza per artisti Gare Franche in un’unica realtà. Per accompagnare questo passaggio la direttrice di LE ZEF Francesca Poloniato mi ha invitata tra gli artisti residenti.

Le désir de regarder loin è l’insieme delle azioni artistiche che ho intrapreso per sollecitare una relazione tra LE ZEF e il territorio. E valorizzare e amplificare la voce autentica di una parte di Marsiglia altrimenti esclusa non solo dal dibattito culturale, ma anche da quello cittadino.

Per queste cose servono tempo e libertà d’azione...

Francesca Poloniato mi ha dato carta bianca per scrivere un progetto locale ex novo. Il tema del desiderio di guardare lontano è nato spontaneamente, ispirato dal contesto, dal paesaggio e dalle scenografie naturali e urbane dei quartieri Nord. La vista aperta sul mare descrive la storia di Marsiglia e la sua stratificazione evidente di genti e di culture. Desiderio è una parola che significa “senza stelle”, cercando una strada nel buio.

Qual è il suo desiderio di guardare lontano?

Ho cominciato a collezionare desideri facendo delle interviste. Nel mentre raccoglievo i 'pains du désir', i 'pani dei desideri' e le immagini fotografiche create negli atelier, organizzandoli nella Cabane, il mio studio, dove le persone potevano venire, conoscermi e partecipare al progetto. Il tempo lungo è stato un fattore importantissimo.

La restituzione finale ha preso la forma di una camminata pubblica con un affichage lungo un percorso che toccava luoghi inconsueti e sconosciuti. Hanno partecipato centocinquanta persone in un evento unico, prezioso e non destinato a ripetersi, una festa.

Qual è stata la ricaduta concreta sul quartiere?

Durante gli atelier mi sono rivolta alle associazioni e alle comunità: il collettivo giovani, il club di pugilato… ho chiesto a ognuno di riflettere sul desiderio.  Sono emersi i progetti dei gruppi e si è rinsaldata la relazione con LE ZEF come luogo aperto e punto di riferimento del quartiere, perché ci siamo dati del tempo non ordinario, fuori dal quotidiano.

Un ritratto gigantesco di una delle ragazze del collettivo giovani adesso è appeso all'ingresso del teatro: è un segnale di un'identità condivisa, e del legame tra un quartiere difficile e uno spazio dove si fa cultura. Per la percezione di molti abitanti toccati dal mio progetto il teatro e la cultura prima sentiti come lontani e incomprensibili, adesso sono più accessibili e vicini.

L’arte è uno strumento sociale?

Penso che l'arte sia un mezzo per creare riflessione e comunità. Uno strumento per la società. Certamente i cambiamenti sociali passano dalla politica, ma è chiaro che un intervento del genere mette in luce delle questioni che altrimenti non emergerebbero.

Abbiamo trasformato, spostato gli immaginari di un territorio con una proposta semplice e forte. È miope pensare che l’arte non produca ricchezza. Il rapporto col bello crea benessere, ma siamo una società che tende a ignorarlo. In un mondo ideale ci vorrebbero meno SPA e più progetti e spazi artistici aperti alla cittadinanza.

Cover photo: archivio Ilaria Turba