Le sperimentazioni di design che tengono conto dei corpi grassi si contano sulla punta delle dita. Manca, soprattutto in Italia, un dibattito e una presa di coscienza di cosa vuol dire progettare in modo inclusivo

Vi è mai successo di stare scomodi perché il sedile del treno è troppo stretto? Di sentirvi a disagio a una mostra dove gli spazi sono stretti? Avete mai dovuto chiedere una prolunga per la cintura in aereo? O dovuto ricorrere allo shopping online perché la vostra taglia in negozio non si trova?

Se non avete mai provato nessuna di queste sensazioni o, leggendole, avete pensato che “basterebbe mettersi a dieta” è perché la mentalità grassofobica è interiorizzata nella maggior parte di noi: nessuno e nessuna ne è immune.

Se queste cose invece vi sono accadute è perché il vostro corpo non rispecchia le linee predominanti ed è quindi invisibile alla progettazione. La brutta notizia è che non si tratta di invisibilità dovuta a ingenuità ma a un giudizio morale sul grasso e a una precisa scelta economica. Perchè, guarda caso, le misure standard permettono una produzione in serie e un'ottimizzazione massima degli spazi.

Perché è importante scardinare questa mentalità?

Perché, se lasciamo al design il compito di ricondurre il gusto all’estetica dominante, gli togliamo quelle caratteristiche progettuali - come dimostrano le tante ricerche curate da Paola Antonelli - che lo rendono uno degli strumenti più adatti ad empatizzare, indagare situazioni non stereotipate e includere.

Da dove iniziare per cambiare prospettiva e mentalità?

Ci siamo confrontati con l’antropologa e divulgatrice Giulia Paganelli che, su Instagram, parla di grassofobia sul suo canale @Evastaizitta.

Progettare per corpi non conformi, qual è il primo passo?

Occorre smantellare l’innesco della progettazione: ammettere che la conformità è uno stereotipo. Tutto ciò che esiste è misurato su corpi conformi, dalle sedie agli spazi dei bagni. Ciò che noi vediamo o usiamo è il risultato finale di una filiera ma, essendo il design un prodotto culturale, occorre disinnescare l’imprinting della normatività. Inizia a esserci una conversazione e sperimentazione sull'accessibilità dei corpi disabili ma sui corpi grassi non è ancora abbastanza potente da incidere su queste dinamiche.

In Italia siamo indietro ma altrove?

I fat studies hanno più longevità in campo americano, innescandosi dalla matrice femminista e dai primi gender studies. Che posto occupiamo nel mondo come corpi? La revisione di tanto sapere tramandato, lo smantellamento di alcune basi di pensiero ha portato alla creazione di movimenti di fat liberation: pretendendo che il corpo grasso riacquisti identità, voce e, ironicamente, spazio. Ovviamente il corpo grasso occupa spazio fisicamente, mentre, a livello culturale e politico, viene marginalizzato. In Italia, iniziamo a lavorarci ora, anche se spesso resta una marginalizzazione silenziosa, dimenticata dalle militanze stesse anche se la grassofobia è la cosa più intersezionale che esiste: perché tutti i corpi possono essere grassi.

Cosa vuol dire progettare avendo a cuore la non conformità dei corpi?

Significa distruggere le linee su cui si disegnano le cose. Mettere in discussione il retaggio culturale della proporzione e bellezza classica, la convinzione che il bello sia proporzionato. Significa ripensare gli spazi, non solo mettendo delle toppe dove c’è una barriera ma pensando che ogni corpo meriti di abitare quel luogo o di essere comodo con quell’oggetto. Significa andare oltre alle misure standard.

Cosa vuol dire 'standard' in una dimensione in cui non esiste conformità?

Non più un unico oggetto per tutti ma permettere a tutti di avere lo stesso oggetto che però può variare nella forma e nelle dimensioni.

Se però abbiamo stabilito che la misura rispecchia lo standard del corpo conforme allora decidiamo di escludere una parte di persone. Standard e moltitudine sono dicotomie.

Occorre togliersi l’ossessione di cercare un perimetro di ciò che si sta creando. Siamo abituati ad avere una cornice dentro cui far stare le cose. Quella cornice è decisa a priori, arbitrariamente. Nel disegnare oggetti o spazi che devono essere adeguati e utilizzati da corpi diversi il concetto di perimetro va dimenticato: altrimenti ci sarà sempre qualcosa che sta fuori e qualcosa che sta dentro.

Perché facciamo così fatica ad accettare i corpi grassi?

È chiaro che il corpo grasso vive dentro un sistema stigmatizzante che proietta colpe ataviche senza prendere in considerazione che è un corpo multifattoriale. Il corpo grasso non deve essere risolto, ha dignità di esistere. Il corpo grasso diventa totalizzante sul valore che diamo alla persona. La grassofobia, la paura del corpo grasso, sfocia in marginalizzazione, mancanza accessibilità e questo perché il corpo grasso non è corpo altro da te ma è una possibilità anche per il tuo di corpo. È il te stesso allo specchio che non vuoi guardare.

Da qui anche la negazione alla comodità.

Il corpo grasso non merita sforzi progettuali, non merita che qualcuno pensi alla sua comodità, che si guadagni meno soldi per fare sedili più ampi. Chissà se Foucault immaginava che il suo libro Sorvegliare e punire sarebbe stata una perfetta descrizione della condizione dei corpi. La pubblica gogna ha doppio valore: punisce corpo non conforme e educa corpo conforme a stare nella sua conformità.

Che società verrebbe fuori se progettassimo in senso anti-conformità?

Una società più inclusiva, soprattutto nel processo di smantellamento della centralità del corpo e riposizionamento al centro della persona. Dove, per inclusione, intendo non far sentire mai ospiti indesiderati. Una società anti-patriarcale dove non occorre chiedere il permesso di esistere.

Il tema è ampio, come per ogni discorso che prevede di allargare il proprio orizzonte e i propri punti di riferimento. L’invito che molte attiviste e attivisti ci rivolgono è di costruire processi aperti, guidati più da punti di domanda che da linee nette. Un processo in cui il design può fare la differenza ed essere la chiave per non lasciar fuori nessunə, scritto appositamente con la schwa.