Tre giovani studi con un approccio radicale al design: che significa non tanto scardinare le regole quanto trovare, in esse e nella collaborazione con l'industria, una via del fare più etica e consapevole

Viviamo in tempi incerti. Quest’ultimo biennio di pandemia ha indotto un comune sentire, più o meno conscio, dell’'effetto farfalla' – quella teoria elaborata dal matematico Edward Lorenz nel 1962 secondo cui un battito d’ali sarebbe sufficiente ad alterare per sempre il corso del clima – che porta a interrogarci sulle conseguenze del nostro agire sul mondo.

Così il design e soprattutto le nuove generazioni di progettisti sembrano maggiormente interessate ad assumere un approccio critico e provocatorio al progetto. Ma diverso dal design radicale di fine anni Sessanta. C’è, sì, un fare interdisciplinare che porta a una ricerca sperimentale e all’uso di nuovi strumenti, ma la visione è differente.

Meno propensa a scardinare le regole e più orientata a trovare, perfino in esse e nella collaborazione con l’industria, una via del fare più etica e consapevole. Il tema della produzione olistica, attenta all’impatto ambientale, è centrale: perseguita in modo indipendente e slegata dai canoni disciplinari.

Così come in altri, in questi tre giovani studi – Hot Wire Extensions, Monogramma e Moon is the Oldest Television, che lavorano tra l’autoproduzione, l’industria e il design da collezione – si rinviene un ‘nesting’ tra design e arte che parte dal semilavorato industriale.

Ma l’obiettivo non è la mera sperimentazione artistica, quanto la possibilità di serializzazione e l’indagine su quel tipo di linguaggio. In comune vi si ritrova un pragmatismo critico, eticamente consapevole, che, pur avvalendosi delle tecnologie, è scettico nei confronti della retorica nata intorno ad esse.

Hot Wire Extensions è una linea autoprodotta di lampade e sedute, realizzata dallo svizzero Fabio Hendry, composta principalmente da due ingredienti: plastica di nylon di scarto – un sottoprodotto della stampa 3D SLS – e sabbia. Lo studio conduce ricerche sugli aspetti geologici, ecologici e sociali legati alla sabbia: da dove e come vengono reperite ed estratte le materie; qual è l’impatto sul paesaggio dovuto al loro ampio uso nel settore edile.

Sta inoltre sviluppando miscele con sabbie raccolte in situ da fiumi o da cave locali e partnership con imprese di costruzioni per convertire materiali di scarto.

Parallelamente, grazie all’elevata capacità termica della sabbia, lo studio sta sperimentando la produzione di stufe e radiatori.

Nonostante quest’approccio pragmatico, volto alla sostenibilità, Fabio Hendry realizza oggetti poetici a cavallo tra l’arte e la produzione più seriale. "Prendo ispirazione dalla capacità della natura di adattarsi e ricostruire", precisa il designer. "In generale, mi interessa esplorare forme conosciute e non, in un dialogo tra ciò che vorrei ottenere e le forme che i materiali hanno in sé.

A volte sperimento piegando dei fili in studio; altre volte traggo spunto da occasioni banali, per esempio guardando i pezzi gettati nel cestino dell’officina oppure strutture abbandonate di qualsiasi tipo. La serie Faux Species si ispira alle linee create dalle viti mentre crescono e si avviluppano. La collezione esplora l’equilibrio tra uomo e natura, sfumando i confini tra i due per creare oggetti sia tecnologici sia naturali".

Lo studio Monogramma di Pordenone sta sviluppando una collezione di superfici tridimensionali con Cimento, azienda veneziana carbon neutral produttrice di un composto cementizio registrato, che presenta il 90% di aggregati minerali da scarti di produzione, mescolati a legante cementizio.

"Il progetto nella sua interezza cerca proprio di trovare un equilibrio tra design e arte", spiega Sabrina De Franceschi di Monogramma, "partendo dal semilavorato industriale". È un caso di contaminazione reciproca tra progettista e azienda: "Abbiamo lavorato insieme per scoprire il modo di industrializzare il prodotto preservandone il valore artigianale, utilizzando materie prime naturali e sostenibili. L’estetica, imprescindibile aspetto espressivo e poetico del prodotto, parte dall’idea di natura e viaggio.

Testimonia il bisogno di trovare un equilibrio nell’alternanza tra natura e artificio. Siamo orientati a un design che, in modo inedito e talvolta provocatorio, tragga profonda ispirazione dalla natura e meno da visioni artificiali o surreali. Non cerchiamo un processo creativo standardizzato: le suggestioni possono essere molteplici e ogni progetto è un micro-sistema che mira ad armonizzarsi con l’ambiente circostante".

Moon is the Oldest Television è il duo formato da Gregorio Gonella e Daniele Misso, di stanza rispettivamente a Milano e ad Amsterdam.

La capsule collection disegnata per la galleria Apartamento al Contemporary Cluster di Roma include un tavolo, una lampada e un servomuto. I pezzi rappresentano la quintessenza del linguaggio del duo: un lavoro antigerarchico che impiega diversi media, dal bi al tridimensionale, dall’artigianato all’automazione, e che accoglie svariate nature, dal culturale al commerciale, dallo storico allo sperimentale.

Sono artefatti dal potere evocativo, pensati per risuonare nella dimensione percettiva più che in quella razionale. "Non siamo interessati tanto alla serializzazione", spiegano Gonella e Misso, "quanto ai modi per rintracciare una personalità all’interno del ready made. Come la Toio di Flos veniva pubblicizzata con un’immagine in cui veniva sovrapposta alla sagoma di un’auto quale faro anteriore, così viviamo la fascinazione verso gli elementi meccanici e serializzati: nella volontà di reinterpretarli in maniera inattesa".

"Il ready made nella sua vastità ci fornisce le basi per esprimerci. Il nostro approccio non è molto diverso da quello di un architetto o un pittore rinascimentali che si trovavano a operare all’interno di temi già definiti: iconografie classiche, soluzioni per gli angoli di un chiostro e così via. I temi che ci ispirano sono profondamente umani come la frivolezza, la passione e l’odio, che mancano nel design contemporaneo.

Inseguiamo e abbracciamo i paradossi della pratica e i suoi aspetti più caotici ricercando elementi evocativi, con magari un senso di nostalgia o che ci fanno perdere in un’idea di futuro".

Materia ed espressività estetica, per indagare nuovi linguaggi. Che cosa significa, dunque, essere radicali oggi?

"Per me è importante che il design affronti i quesiti del proprio tempo, come le problematiche relative alle risorse, alla produzione e all’ambiente", sostiene Hendry. "I prodotti vanno considerati in una visione più olistica: dalla longevità dell’oggetto al benessere delle persone che lo realizzano. Ed è importante che esplorino nuove estetiche, affinché anche materiali di scarto possano offrire ispirazione e persino diventare preziosi in futuro".

Mentre Gonella e Misso: “Non sappiamo che cosa voglia dire essere radicali oggi, né se per definire un atteggiamento radicale valga la definizione che Germano Celant diede dell’architettura radicale. Tuttavia, è palpabile l’esigenza di riformare il design di prodotto, perché esso non è estraneo alla sensazione di decadenza dei fondamenti della società. Non può continuare a ignorare la crisi climatica, l’idea di Antropocene, le questioni dell’inclusività e i fallimenti del capitalismo. L’essere radicali rappresenta forse più una conseguenza che un obiettivo”.