Un focus group al XXII Seminario Estivo di Fondazione Symbola ha raccontato il nuovo design italiano: che progetta nei mondi dell'educazione, dell'alimentazione, dell'agricoltura, della moda sostenibile e dell'AI, inventando modelli inediti di ricerca e produzione

È un ritratto realistico dei giovani designer italiani quello che è emerso durante il focus group 35 designer under 35 al XXII Seminario Estivo di Fondazione Symbola.

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Descrive una generazione di giovani designer che fanno un mestiere che ha molte identità e che, soprattutto, lavora in ampiezza e in profondità su progetti che riescono davvero a valicare le frontiere della transizione sociale ed ecologica.

Il focus group 35 designer under 35 è stata l’occasione per dare un volto, una voce e, soprattutto, un racconto delle esperienze professionali di un gruppo di professionisti selezionati in collaborazione con l’ADI.

Per i giovani designer (e non solo) il progetto non è solo arredamento

Domenico Sturabotti spiega: “Il design non si limita più solo all'arredamento, ma si estende a molteplici ambiti, tra cui l'organizzazione aziendale, il management, la creazione di nuove imprese e l'impatto sociale, legale, digitale e scientifico.

Tuttavia, c'è ancora una mancanza di consapevolezza e comunicazione sulle sue potenzialità, anche economiche: solo il 4% delle imprese italiane lo utilizza e molte non ne comprendono appieno le ricadute economiche”.

Le aziende design centered valgono il 10% in più

I dati che emergono dalla ricerca annuale di Symbola sul tema Design Economy, invece parlano chiaro.

Le imprese design centered fatturano il 10% in più, in media. Per questa ragione Symbola, in collaborazione con ADI, ha promosso un lavoro di comunicazione.

Una ricognizione di giovani designer under 35 disseminati sul territorio italiano, in settori diversissimi fra loro.

“L’obiettivo è di farne conoscere i visi, le competenze, le esperienze, per supportare l’integrazione di un patrimonio professionale e disciplinare di alto livello ma poco sfruttato, soprattutto in ampiezza. Un primo passo è stata la creazione di una rubrica sulla piattaforma digitale della Fondazione, seguita dall’incontro durante il XXII Seminario Estivo”.

I nuovi designer: alla ricerca di modelli inediti di ricerca e produzione

Domenico Sturabotti ha voluto riunire una parte del gruppo dei 35 giovani designer selezionati per “farci raccontare come è il presente e quale sarà il futuro della relazione fra imprenditoria e progetto”.

Un focus di due ore e mezza in cui si è parlato di transizione sociale e climatica, di impresa, di formazione.

Ne è emerso un racconto corale di esperienze che puntano inequivocabilmente a modelli inediti di ricerca e produzione, con un parterre di giovani professionisti competenti, al contempo saggi e curiosi, prudenti e appassionati.

I nuovi mestieri del design

Alcuni sono designer autoriali, legati come da tradizione al mondo dell’arredamento. Paolo Stefano Gentile e Francesco Forcellini, Cono Studio ad esempio.

Altri sono neo imprenditori o consulenti di prodotto e sviluppo nei settori dei nuovi business: educazione, branding, comunicazione strategica, team managing, alimentazione, agricoltura, moda sostenibile e AI. Altri ancora lavorano per aziende impegnate nello sviluppo spin off e start up.

Questi giovani designer si occupano di agricoltura rigenerativa e arte (Tidal Garden), di privacy nei tempi dell’AI (Capable Design), di gestire la spin-off di Dainese per tecnologie per la sicurezza indossabili (Alberto Piovesan). O ancora di strumenti e metodologie per la design education (Michele Giacopuzzi), di design sistemico per l’agricoltura (Caterina Lenzi), di ricerca sul microbioma femminile (Giulia Tomasello).

A tutti è stato chiesto di rispondere a tre domande

  • Che cos’è il design?

Tentando di dare una risposta collettiva si può riassumere così: per gli Under 35 il design è uno strumento che ha come funzione la ricerca di senso. È un’affermazione pragmatica e discreta, il tentativo di definire un modus operandi all’interno di un contesto complesso e ad alto tasso di costante evoluzione.

La realtà è che il design è sempre meno una disciplina e sempre di più un modo per porsi le domande più corrette davanti a un problema. Non è detto che poi esista una risposta giusta. Non è detto che l’obiettivo sia cercare una soluzione, ma una strada equamente divisa fra ricerca e nuovi modelli di produzione, di lavoro, di educazione. E, a tratti sembra, anche di vita.

  • Qual è la responsabilità del design nell’affrontare le crisi sociali e ambientali?

A domanda impossibile una risposta è serenamente pragmatica, ed è una delle “bellezze” di questa nuova generazione di professionisti. C’è chi dice di fare un lavoro che rende felici, perché migliora il benessere, la sicurezza, le economie, l’ambiente di tutti. C’è chi, con un pensiero ancora più ecumenico e saggiamente aperto, aspira a una maggiore collaborazione intergenerazionale, allo scambio di competenze e di esperienze.

E infine chi sottolinea con franchezza di soffrire della Sindrome dell’impostore, quella tenace ossessione irrazionale di essere approdato a fare progetto in un ambito inaspettato, con strumenti nuovi e sperimentali, per accorgersi che inaspettatamente funzionano contro ogni possibile dubbio.

  • Siete soddisfatti dei percorsi formativi, dell’università e delle scuole che avete frequentato?

C’è un desiderio comune che serpeggia nelle esperienze dei giovani: vorremmo imparare a imparare. Non è una polemica, ma una richiesta razionale: un mondo che sta cambiando richiede competenze e informazioni sempre nuove, anch’esse in evoluzione.

La metodologia progettuale quindi si deve poter applicare all’immancabile domanda di flessibilità e di capacità di ricerca. Per fortuna, sottolineano gli Under 35, i percorsi di scuole e politecnici sono utili anche per scoprire, ancora e ancora, che tutti i maestri del design raccomandano a una sola voce: curiosità.

Sete di sapere, di cercare, di provare. L’attitudine che ha funzionato da forza propulsiva per quella generazione del Dopoguerra che si è raffigurata un nuovo presente, in modo non dissimile da quanto richiede il contemporaneo.