Si cresce meglio circondati da giocattoli di design o no? Difficile dirlo. Perché gli oggetti che innescano la fantasia sono quelli veramente aperti: progettati sì, ma in punta di penna…

Erano gli anni ’70 e Lego, nelle scatole dei suoi famosi mattoncini, mise un foglio. Era un’indicazione per i genitori. “L’urgenza a creare è ugualmente forte in tutti. È l’immaginazione che conta, non la capacità. È giusto che bambine e bambini costruiscano qualsiasi cosa passi loro nella testa, e nel modo che più preferiscono. È importante mettere nelle loro mani il giusto materiale e far sì che creino ciò che a loro piace di più”.

Aldilà del colosso danese, antesignano di un approccio educativo che ha sempre fatto scuola, designer e progettisti si sono arrovellati, e si arrovellano, fin dagli inizi del ‘900, con la diffusione dei metodi pedagogici di Maria Montessori utilizzati ancora oggi in tutto il mondo. Resta attuale la domanda: come progettare prodotti che sappiano unire l’utile – stimolare, educare e far crescere  al dilettevole – il gioco e non la polvere di qualche scaffale dimenticato?

Non c’è nulla di più serio del gioco, diceva Bruno Munari. E aveva ragione” dice Silvana Annicchiarico, l’architetto che nel 2017 ha curato e progettato l’edizione del Triennale Design Museum Giro Giro Tondo. Design for Children, un'esposizione e percorso storico su quello che l’Italia ha disegnato per i bambini, dai giocattoli agli arredi, dalla grafica alle architetture urbane.

“Chi liquida il gioco come attività ludica poco rilevante nella vita e nella formazione non ha capito la centralità che assume nei processi di crescita e conoscenza del mondo di un bambino” spiega Annicchiarico. “Spesso è con il gioco che il bimbo sperimenta e acquisisce le sue coordinate spazio-temporali. E lo può fare anche con un tappo di bottiglia: l’importante è far viaggiare la testa e accendere la fantasia. A volte, certi oggetti troppo disegnati, troppo chiusi, inducono a fare azioni solo mimetiche o ripetitive che non stimolano necessariamente l’immaginazione e la creatività. Un oggetto disegnato’ bene non è quello che appaga gli occhi o le attese degli adulti, ma quello che innesca la fantasia e libera la mente del bambino”.

Farlo non è facile. Lunga è infatti la lista di chi si è cimentato nella sfida del kids design. I primi a sperimentare con il tema furono Gerrit Rietveld, Alvar Aalto e gli Eames (seguiti poi da Enzo Mari, Riccardo Dalisi, Kengo Kuma, Philippe Starck, Nendo, Marc Newson, Piero Lissoni per citarne alcuni). Quanti sono riusciti veramente nell’intento?

“Certi giochi progettati da Charles e Ray Eames pensati e disegnati per i bambini fanno impazzire gli adulti, ma lasciano freddi o indifferenti i piccoli” continua Annicchiarico. “Come House of Cards, un paradiso di ordine e di razionalità in cui tutto è già progettato e al bambino non si lascia la possibilità di interagire o di rompere gli schemi. Un discorso analogo per il Plywood Elephant degli Eames, disegnato nel 1945: una delizia per gli occhi, una leggerezza formale incredibile, ma che serve più per sperimentare la produzione di oggetti complessi in compensato curvato che per accendere la fantasia”.

Fra un gioco di Munari e un pupazzo, cosa sceglierebbe un bambino?”, si chiede Italo Rota. L’architetto milanese, oltre ad aver progettato allestimenti museali, case, negozi, locali e alberghi in tutto il mondo, ha firmato a Milano il Teatro Bruno Munari, intitolato a una delle personalità più rilevanti nel mondo della progettazione per l’infanzia, autore nel 1980 dei Pre-Libri, collezione culto di librini per gli under 7.

“La progettazione per l’infanzia è nata con la ricchezza dell’Occidente, in Oriente non ci sono esempi simili” continua Rota. “Basta andare nei luoghi più disperati della terra per scoprire come i giocattoli siano sostituiti dai fucili, dal cibo, dai rifiuti. Da noi c’è la tendenza a tenere i bambini in una sorta di infanzia prolungata: sarebbe invece importante spingere i più piccoli verso una creatività asimmetrica e far vedere loro esempi costruttivi, in qualunque campo”.

Come si fa? Secondo Annicchiarico con oggetti aperti, appunto. Suggestioni regalate ai piccoli progettate in punta di penna. “Come le biglie, il Lego o l’hula hoop”.

Oggetti in grado di durare, quindi, e in grado di creare un legame di affetto con chi li usa. “Crescere giocando con un buon design vuol dire apprezzare il bello dei prodotti che crescono con noi, pozzi di comunicazione che ci aiutano ad alimentare affetto e passione per quello che ci circonda nelle nostre case”, dice Matteo Ragni, che ha realizzato insieme ad altri progettisti ToBeUs, una serie di macchinine in legno. “Le case dove ho abitato con i miei figli si sono trasformate in discariche di giocattoli usa e getta, mentre i pochi giochi che abbiamo mantenuto – come i 16 animali di Enzo Mari – sono quelli che sono stati in grado di diventare compagni di vita”.