Da chi, alla prima esperienza, ha bluffato con un cliente dicendo di avere già lavori alle spalle, a chi si è imbucato a un evento per fare contatti. Le vie, anche le meno ortodosse, per innescare collaborazioni e farsi notare

Il mondo del design è sempre più affollato e i giovani faticano a farsi notare dalle grandi aziende. Ma come i progettisti, oggi affermati, hanno mosso i primi passi e trovato lavoro?

“Il nodo da sciogliere più complesso a inizio carriera è come instaurare il rapporto con le aziende”, spiega il designer Alessandro Stabile, “soltanto un imprenditore su dieci risponde, quindi ci vuole una progettualità che va affinata nel tempo, anche nel modo di approcciarsi e, soprattutto, servono tanta energia e pazienza”.

C’è chi, come Elena Salmistraro, è partita con l’autoproduzione, chi, come Francesca Lanzavecchia, dopo un paio di colloqui non fortunati ha aperto il suo studio da indipendente “con grande entusiasmo ma totalmente inconsapevole della strada in salita”, e chi, come Antonio Aricò, dopo il colloquio con Eckart Maise, ex ceo di Vitra, ha intuito che, forse, la scelta più rivoluzionaria per lui sarebbe stata quella di tornare nella “sua” Calabria e progettare gli arredi con il nonno, un “back home” interpretato dalla stampa internazionale come un’ode al ritorno alle origini del design.

“Il mio consiglio per i giovani”, dice Elena Salmistraro, “è quello di essere se stessi, di continuare a fare e soprattutto a mostrare il proprio lavoro”.

“Non aver paura di bussare alle porte per cercare risposte e proporre le proprie idee”, aggiungono Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto. “Coltivare relazioni umane e interessi ad ampio spettro”, suggerisce Diego Grandi.

“Essere sfacciati con garbo, propositivi, ed essere imprenditori di se stessi”, consiglia Marco Lavit. “Sapersi raccontare”, dice Antonio Aricò: “Oggi si ha la possibilità di mostrare i propri lavori sui social a un pubblico globale. Non si tratta di imparare a usare l’algoritmo di Instagram ma saper incuriosire usando la propria personalità”.

Non arrendersi mai, conclude Alessandro Stabile: “All’inizio i no e i fallimenti, e i progetti che si perdono per strada durante lo sviluppo, sono nettamente maggiori di quelli che vanno in porto”.

Francesca Lanzavecchia

“Spesso sorrido ripensando ai pochi colloqui che ho affrontato con la speranza di essere assunta dopo il mio master in Conceptual design in context alla Design Academy di Eindhoven. Tredici anni fa, sia Giulio Iacchetti che Paola Navone non mi hanno assunta perché cercavano qualcuno da formare, mentre io, ai loro occhi, avevo già un’identità chiara come progettista, e mi hanno consigliato di aprire uno studio tutto mio.

Così ho intrapreso l’avventura da designer indipendente, con grande entusiasmo e totalmente inconsapevole della strada in salita che avrei dovuto percorrere. Comprendere come gestire uno studio senza aver mai lavorato in uno prima non è stato affatto semplice, ma sono orgogliosa di ciò che ho costruito negli anni e dei lavori realizzati.

Quale consiglio darei ai giovani? Ci ho messo molto a capirlo io stessa: bisogna sempre chiedere, con un atteggiamento umile e curioso, chiedere un consiglio, una mano, chiedere di essere messi alla prova; solo chiedendo si apriranno le porte”.

Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto

“Siamo partiti dal SaloneSatellite, nel 2013, momento fondamentale per il nostro lavoro che ha segnato la nascita del nostro studio. Prima di arrivare a questo appuntamento, ci siamo guardati intorno e abbiamo iniziato a bussare alle porte di aziende, laboratori, fornitori della nostra zona.

Stavamo lavorando alla collezione Acqua Alta e la fortuna ha voluto che una delle prima porte ad aprirsi sia stata quella di Rubelli, siamo andati da loro un pò inconsapevolmente e il loro team creativo ci ha supportati nel realizzare i tessuti che abbiamo poi esposto a Milano.

Il primo consiglio è quindi quello di non avere timori e bussare alle porte per cercare risposte e proporre le proprie idee.

Le casualità giocano poi un ruolo importante, e una di queste è che Patrizia Moroso sia passata al SaloneSatellite e si sia innamorata di quei tessuti sviluppati con Rubelli, così è nato un rapporto di collaborazione ma anche umano che l’anno scorso ha dato vita a un nuovo progetto: Mangiafuoco.

Da qui un altro consiglio: gran parte dei lavori nasce da un rapporto di fiducia, stima reciproca, dialoghi che si coltivano con il tempo.

La maggior parte dei progetti che abbiamo realizzato in questi anni sono nati da incontri che hanno poi dato vita a richieste da parte delle aziende e a lavori che sono maturati nel tempo. Difficilmente il progetto senza storia inviato via email funziona, almeno per noi.

Ultimo consiglio che per noi ha funzionato: coltivare interessi e ricerche in maniera autonoma, e con essi stimolare e destare l’attenzione di un cliente. Non aspettare quindi che l’input arrivi dalle aziende, ma proporre spunti, idee, test per lanciare delle sfide da affrontare insieme”.

Elena Salmistraro

“Mi sono laureata nel 2008. Come tutti i giovani, non avevo contatti e non sapevo da dove partire. Decido dunque di andare al Salone del Mobile nei vari stand a chiedere l'indirizzo dell'art director, per poi tornare a casa e mandare email, soluzione che personalmente non mi ha mai portato a nulla, solo tantissimi no.

Così comincio da sola con l’autoproduzione, con ceramica e carta pesta, i materiali che conoscevo meglio, e con fatica realizzo dei vasi in terra cruda, delle lampade e un divano in carta pesta, anticipando, se vogliamo, le ultime tendenze.

Cerco un posto per esporli durante la design week e nel 2011 trovo una mostra nel Basement di Superstudio, mando le foto e vengo selezionata da Giulio Cappellini. Anche in questa occasione non faccio tanti contatti e non trovo lavoro, ma vengo notata da Andrea Branzi e Silvana Annicchiarico che stavano curando la mostra The new Italian design e mi chiedono se avessi avuto piacere a partecipare. Ovviamente accetto e in Triennale presento i miei lavori a Silvana e le parlo di me; qualche mese dopo lei mi chiede di partecipare alla mostra Animalità, del 2015, dove alcuni designer si confrontano sul tema con oggetti realizzati da Bosa.

Trascorro tutta l'estate a disegnare Khepri e Loricato, il mio vero primo passo nel mondo del design. Consiglio ai giovani di essere se stessi, di continuare a fare e soprattutto a mostrare il proprio lavoro”.

Alessandro Stabile

“Il nodo da sciogliere più complesso a inizio carriera è come instaurare il rapporto con le aziende e gli imprenditori, soltanto uno su dieci risponde, quindi ci vuole una progettualità che va affinata nel tempo anche nel modo di approcciarsi, e poi, soprattutto, servono tanta energia e pazienza.

Ho sempre pensato che l’unica arma a mia disposizione per farmi notare fossero banalmente i progetti, e grazie a quelli ho cercato di farmi largo. Ma all’inizio i no e i fallimenti, e i progetti che si perdono per strada durante lo sviluppo, sono nettamente maggiori di quelli che vanno in porto, idee che comunque dopo qualche anno potrebbero rivelarsi un successo se presentate a un’altra azienda.

Rappresentativa è la storia della Oto Chair: con Vittorio Venezia, dopo un paio di incontri in cui le aziende ci dicevano “bell’idea ma chissà se si può fare”, abbiamo deciso di farci carico noi dello sviluppo tecnico e di una prima prototipazione e di comunicare il lavoro come un progetto di ricerca industriale. D

opo alcune pubblicazioni, a fine 2020 ci chiamano cinque aziende italiane ed estere e, alla fine, abbiamo dovuto scegliere noi con chi proseguire, invertendo un po’ le parti. In realtà neanche quella scelta poi si è rivelata vincente e definitiva e solo un anno e mezzo più tardi grazie all’incontro con l’imprenditore Alex Pegoraro il progetto è decollato.

Rispetto ai miei inizi, i progetti adesso il più delle volte non nascono più in autonomia nella mia testa ma prima sviluppo un rapporto con le aziende e dal dialogo prende vita il progetto”.

Antonio Aricò

“Dopo aver studiato al Politecnico di Milano, nel 2009 comincio a lavorare per una mia professoressa in uno studio milanese. Ad un tratto però arriva la voglia di iniziare la grande avventura - quella più intima e allo stesso tempo più rivoluzionaria - di diventare un progettista indipendente, e inizio a cercare il lavoro dei miei sogni.

Un aneddoto che mi ha fatto cambiare la visione della ricerca sul lavoro? Il mio primo colloquio in Vitra, con l’allora ceo Eckart Maise, che mi dice: “Antonio tu sei molto bravo e hai un gusto sofisticato per quanto riguarda i colori, potresti lavorare nella moda. Ma sai costruire i mobili con le tue mani?”.

Io rispondo: "Io no, ma mio nonno è falegname!”. Vitra non prendeva a quel tempo designer internamente e l’aspetto dei colori era seguito da Hella Jongerius, per questo inizio a riflettere sull’idea che forse la rivoluzione più grande sarebbe stata quella di tornare in Calabria, mio Paese d’origine, a fare i mobili, anzi a fare design con mio nonno. E così è stato.

Espongo a Berlino al festival DMY dei miei pezzi incluso un annaffiatoio poi prodotto da Seletti. Nel 2012, con i miei primi guadagni dalla mia collaborazione con il gruppo Barilla, disegno e realizzo con mio nonno la collezione Back Home, interpretata dalla stampa e in particolare dall’olandese Lidewij Edelkoort come un’ode al ritorno alle origini del design.

Da giovanissimo mi imbuco alle feste della design week: a un party di Stefano Giovannoni incontro Veronique Cellier, la mia prima pr, e lo studio di Marcel Wanders. Nel 2016, in Australia, mentre insegnavo presso l’RMIT, vengo contattato dal presidente di Bialetti, che mi invita a far parte di un ambizioso progetto design driven, nel 2017 inizio a seguire la direzione artistica del marchio, disegnando anche la caffettiera La Chicca.

Agli inizi, quando si cerca la propria strada, è difficile mettere subito a fuoco la propria identità, il proprio posto nel mondo è la meta di un lungo viaggio, c’è chi ci arriva prima chi dopo. L’importante è essere avventurosi, non scoraggiarsi e seguire la propria evoluzione, con ambizione e voracità ma a volte fermandosi per prendere il tempo di osservarsi con calma.

Io mi sono lanciato subito da giovane curioso ed entusiasta, le mie insicurezze di un tempo oggi lasciano spazio a una visione più sicura, ma il viaggio di un creativo è sempre in moto e caratterizzato dai cambiamenti.

Un esempio è il mio iniziale ritorno alle origini per poi tornare a lavorare con grandi marchi, oggi faccio proprio di questi mondi così lontani il mio punto di forza: da un lato l’universo spontaneo genuino e “artigianale” del territorio in cui sono cresciuto, dall’altro il panorama iper sofisticato di Milano e del design industriale. Il mio posto nel mondo lo sto ancora costruendo, ma l’ho trovato: si chiama Campicello, è un triangolo verde che si affaccia sul mar Ionio sotto il cielo di fronte l’Etna, ma continuo a viaggiare e collaborare con realtà internazionali.

Il mio consiglio per i giovani è quello di studiare il passato ma comunicare nel e con il presente, sapersi raccontare, oggi si ha la possibilità di mostrare i propri lavori sui social a un pubblico globale. Non si tratta di imparare a usare l’algoritmo di Instagram ma saper incuriosire usando la propria personalità. Io sono riuscito a incuriosire il pensiero di Stefano Seletti, Alberto Alessi, Domenico Dolce e tanti altri, oggi vengo richiesto principalmente come autore e non come professionista, ed è quello che auguro a chi ha la vera passione per questo lavoro”.

Diego Grandi

“Dopo la laurea in architettura, nel 1999 al Politecnico di Milano, comincio prima come stagista, poi come collaboratore da Sergio Calatroni, studio multidisciplinare poliedrico e illuminato che aveva tra i vari committenti alcuni brand della moda. Contestualmente porto avanti, nel tempo libero, la mia ricerca sulle superfici e alcuni piccoli lavori di allestimento per presentazioni interne e press preview per Brunello Cucinelli.

Nel 2001 incontro personalmente Brunello che, avendo apprezzato il lavoro svolto, mi propone di progettare lo showroom del suo brand, uno spazio di centinaia di metri quadrati. All’epoca non avevo uno studio e neanche collaboratori, chiamo Fabio Calvi, mio caro amico, anche lui allora praticante da un altro noto progettista milanese, e gli propongo una collaborazione.

In pochi giorni disegniamo il nostro logo e ci presentiamo al primo incontro con Cucinelli consegnando il nostro biglietto da visita che riporta l’indirizzo di uno spazio condiviso in via De Amicis.

A settembre 2002 inauguriamo lo showroom e l’anno successivo apro il mio primo studio.
Nonostante le piattaforme di incontro siano cambiate, coltivare relazioni umane e interessi ad ampio spettro penso sia fondamentale sia nella crescita personale che professionale. E come diceva Castiglioni: se non siete curiosi lasciate perdere”.

Marco Lavit

“Nel 2015 a una cena a Parigi, città dove mi sono trasferito a 18 anni, incontro due ragazzi che si erano lanciati nel business delle capanne sull’albero. Mi propongono di lavorare insieme. Allora ero laureato in architettura ma non ero ancora iscritto all’ordine, non avevo uno studio registrato né un portfolio, ma per non perdere il lavoro bluffo e gli propongo uno schizzo.

Il progetto va in porto: nel 2017 presentiamo Origin, un nido sospeso a dodici metri dal suolo nello Château de Raray, un meraviglioso castello vicino Parigi, un progetto pubblicato dalla stampa internazionale. A distanza di quasi dieci anni la collaborazione continua, abbiamo realizzato una ventina di lodges immersi nella natura e capanne galleggianti sui laghi e adesso stiamo ultimando un eco-hotel in Piemonte.

Sul versante del design, dopo varie esperienze con le gallerie, la mia prima collaborazione importante è del 2020 con Living Divani: un anno prima, nel 2019, Carola Bestetti, CEO del marchio, aveva notato i miei lavori con Nilufar e ne aveva parlato su una rivista tedesca.

Ho colto al volo l’occasione e mi sono presentato in azienda non per un semplice incontro conoscitivo, come forse si aspettava Carola, ma con i prototipi già pronti e finiti, realizzati con gli artigiani, della poltroncina Lemni, prodotta appunto nel 2020, e della lampada Ad Astra, presentata quest’anno al Salone del mobile. Bisogna essere sfacciati con garbo, propositivi, non aspettare che l’input arrivi dall’azienda ma mettersi in gioco senza paura di sentirsi fuori posto, ed essere imprenditori di se stessi”.