La città circolare è il volto sostenibile della smart city e sfrutta la tecnologia in nome della sostenibilità ambientale e dell'inclusione sociale oltre che della competitività economica

Sono la naturale conseguenza delle smart city, anche se, a dirla tutta, fare una netta distinzione è cosa difficile. Le circular city sono già state etichettate come le città del futuro e traducono la visione delle città intelligenti (focalizzata principalmente sulle nuove tecnologie e sui vantaggi che possono offrire), in una in cui le tecnologie continuano ad avere un ruolo importante ma inserite in una prospettiva olistica in cui gli obiettivi sono di competitività economica, sostenibilità ambientale e inclusione sociale.

Si è parlato tanto, di recente, delle 15 minutes cities, le “città da 15 minuti”, teorizzata dal direttore scientifico della Sorbona di Parigi, Carlos Moreno: è il perimetro urbano immaginato perché tutti i servizi siano a disposizione dei cittadini a una distanza massima di 15 minuti in bicicletta o a piedi. Con diversi evidenti benefici, sicuramente da un punto di vista ambientale con una netta riduzione dell’inquinamento, ma anche in termini di qualità della vita e tempo guadagnato. Oltre che perché questa prossimità darebbe la possibilità di creare legami più forti fra le persone e di ridare un senso alle periferie.

Ma le città circolari sono un passo oltre e il frutto dell’intersezione di diversi indicatori che puntano a misurare la circolarità dei centri urbani.

Facciamo un passo indietro per cercare di capire come si è arrivati a definire e a tendere verso le circular city. La spiegazione migliore arriva dai dati: secondo la Fondazione Ellen MacArthur (leggi qui), nel 2009 il numero di persone che vive nei centri urbani ha sorpassato quello di chi vive nelle aree rurali, oggi il 55% della popolazione mondiale vive in città e si prevede che nel 2050 si arriverà al 68%. La pandemia avrà sicuramente un impatto su queste previsioni ma con buona probabilità la tendenza all’urbanizzazione si manterrà salda. Le città, dunque, sono diventate fondamentali per le nostre vite e in futuro lo saranno anche di più. Ma come la mettiamo con il fatto che sono responsabili del 75% del consumo di risorse naturali, del 50% della produzione di rifiuti, e di cifre che si aggirano tra il 60% e l’80% del totale delle emissioni di gas serra? Un modello non esattamente sostenibile. Ed è quello delle cosiddette economie lineari, proprie di ancora molte città, che prendono-usano-gettano. Il futuro però guarda a economie efficienti, in grado di ottimizzare le risorse terrestri e alleggerire l’impronta dell’uomo sul Pianeta. E qui arriviamo alle 3 R dell’economia circolare: reduce-reuse-recycle.

Sarà dunque questo l’imperativo delle città circolari, ridurre-riutilizzare-riciclare. A livello europeo c’è chi l’ha già recepito: nel 2015 Parigi ha iniziato un vero e proprio processo di trasformazione del proprio sistema economico, attuando l’incorporamento di modelli economici circolari nel proprio ecosistema urbano. A Londra, è stato istituito il London Waste and Recycling Board, lanciato recentemente dal piano strategico circolare della città inglese, invitando settori come il tessile, l’edile e ristorazione, a mettere in atto soluzioni che offrano valore aggiunto alla dimensione circolare che si vuole acquisire. C’è poi Amsterdam, da tempo leader attiva nel passaggio dall’economia lineare a quella circolare, che è ora impegnata nello sviluppo di soluzioni sulla circolarità urbana, capaci di tramutarsi in progetti pilota come per esempio il Buiksloterham, che è stato trasformato da headquarter di alcune tra le industrie più inquinanti della città, in un’area sperimentale, dove vengono studiati e sviluppati progetti sostenibili, con l’obiettivo di creare entro i prossimi 10 anni un distretto in cui vivere e lavorare secondo i principi dell’economia circolare. 

In Italia, il Centro Studi in Economia e Regolazione dei Servizi, dell’Industria e del Settore Pubblico dell’Università  Bicocca ha di recente pubblicato una ricerca (leggi qui) intesa a individuare alcuni strumenti per misurare la circolarità nei centri urbani, ricavandone una classifica italiana delle città più circolari. L’indice di circolarità urbana è stato ricavato incrociando cinque indicatori: input sostenibili, condivisione sociale, uso di beni come servizi, end of life, uso efficiente delle risorse.

Con input sostenibili si intendono l’utilizzo di energia rinnovabile da fotovoltaico o solare termico nel settore pubblico; la percentuale di auto elettriche sul totale di veicoli immatricolati; la percentuale di spostamenti a emissioni zero sul totale degli spostamenti in città; la disponibilità di verde urbano; il numero di alberi per 100 abitanti. Condivisione sociale include la spesa comunale annuale per i disabili e per gli anziani; il numero di strutture residenziali per stranieri; la presenza sul territorio di istituzioni non profit in relazione al numero di abitanti; il livello di soddisfazione dei cittadini. Per la misurazione dell’uso efficiente dei servizi e dei beni lo studio prende in considerazione il numero annuale di viaggi su trasporto pubblico di ogni abitante; il numero di vetture disponibili in sharing; i chilometri di piste ciclabili di diverso tipo; l’offerta di trasporto pubblico; le auto in circolazione in percentuale agli abitanti; il livello di congestione del traffico. 

Con end of life, invece, si intendono quegli indicatori che misurano l’efficacia nelle politiche per la riduzione delle esternalità ambientali, come la quantità di rifiuti urbani prodotti; la diffusione tra i cittadini della pratica della raccolta differenziata; la percentuale di cittadini raggiunti dal servizio di porta a porta; la percentuale di depurazione dell’acqua; i consumi idrici giornalieri per abitante; la concentrazione di PM10 nell’aria. Infine, tra gli indicatori per misurare l’uso efficiente delle risorse ci sono le dispersioni della rete idrica; la percentuale di uso efficiente del suolo, dato dal consumo di suolo pro capite e dai cambiamenti del territorio in rapporto ai residenti; la quantità di eco-brevetti depositati; le assunzioni nell’ambito dei green jobs; le imprese che investono nei settori green; la percentuale di imprese green sul totale di quelle operanti su base provinciale.

La più circolare è risultata essere Milano mentre in fondo alla classifica troviamo Catania. In generale si notano notevoli differenze tra Nord e Sud, con tutte le città settentrionali nelle prime 10 posizioni e una prevalenza di città meridionali nelle ultime. Certo è che di strada ce n’è ancora da fare, siamo solo all’inizio di un percorso che ha bisogno di tempo e deve tenere conto di tanti fattori. Le politiche europee vanno nella giusta direzione e il Green Deal è un primo grande passo verso modelli concretamente circolari.