Il memoir della figlia Adele racconta il pubblico e il privato dell’uomo all’origine del successo del miglior design italiano

C’è Vico Magistretti, “The Gentleman”, scaramantico come non ti aspetti, che, preoccupato dall’ipotesi di una cena di lavoro in tredici, chiede di invitare sconosciuti fuori dal ristorante per portarli al tavolo. C’è Gio Ponti, che si agita febbrile in fabbrica dispensando ordini: la Leggera ha da poco fatto il botto, ma a Ponti non basta, così il grande architetto chiede che il modello sia alleggerito ancora, con un sedile in canna d’India, ma le prove fanno rovinare a terra il responsabile del reparto falegnameria. C’è la storia di un fallimento firmato Carlo Scarpa preso per mano da Magistretti e felicemente portato a compimento. Ci sono le piccole e grandi delusioni, pubbliche e private, che dall’altalena della vita rimbalzano sulle pagine di storia del design. E, soprattutto, c’è lui: Cesare Cassina, l’uomo appartenente a quella schiatta di (pochi, pochissimi) imprenditori a cui dobbiamo il prestigio e la bellezza del nostro design.

C’è tutto questo, e molto di più, nel memoir che Adele Cassina ha appena pubblicato per Corraini, dedicato proprio ai suoi anni nell’azienda di famiglia ceduta nel 1991, quando Adele decide di intraprendere una nuova avventura con il marchio di design editoriale che ancora porta il suo nome. 

Da “tappezziere finito” a imprenditore visionario

Bisognava vederlo, Cesare Cassina. Il primo “tappezziere finito” di Meda che a 18 anni varcava la soglia della fabbrica di famiglia in qualità di socio, chiamato per quel ruolo una scommessa? Un azzardo? dal fratello. All’epoca era il 1928 la cittadina brianzola era già la capitale della sedia, ma in zona c’erano solo maestri intagliatori. Cesare era diventato il primo tappezziere completo del distretto dopo un’adolescenza vissuta da pendolare tra Meda e Milano, dove aveva imparato il mestiere dal sciur Pedretti che aveva la bottega ai Navigli. 

Le mani prima, la testa poi. Un destino segnato due volte, quello svelato da Adele in una serie di storie e particolari inediti. Il libro, edito da Corraini, s’intitola con molto understatement e un filo d’ironia Cronache minori dalla periferie del design, ed è l’occasione per ripercorrere la vita di un mito e un’epopea irripetibili, filtrati dalla sensibilità di una donna che, nel tempo, ha vissuto l’impresa di famiglia con ruoli alterni. 

Le grandi intuizioni di marketing

Cesare Cassina è l’imprenditore che agli inizi degli anni Sessanta inventa insieme ai fratelli Borsani della Tecno e ad altri imprenditori dell’arredamento quello che sarà il modello distributivo dei mobili contemporanei, affidandone la visibilità e la vendita a una rete di commercianti che sensibilizza di persona, e ai quali offre un esempio concreto con l’apertura dei negozi Cassina a Roma in via del Babuino e a Milano in via Durini. Ed è anche l’imprenditore che ha l’intuizione dell’iniziativa editoriale di Ottagono, che, da house organ delle otto aziende aderenti al progetto, diventa subito una delle riviste di settore più diffuse e significative nel mondo del design made in Italy.

“Sono gli stessi anni in cui mio padre conosce e stringe amicizia con Dino Gavina, insieme al quale dà vita alla Flos. Mio padre e Dino Gavina erano un bel caso di complementarità: Cesare riconosceva in Dino l’imprenditore illuminato del design italiano, un genio nello scouting di giovani talenti; Dino riconosceva in mio padre l’imprenditore attento ed efficace. Credo persino che i due volessero confermare la loro intesa con una joint venture ante litteram, ma la cosa non andò in porto anche perché Gavina dovette allora subire la fuga di alcuni suoi adepti che lo abbandonarono per trasferirsi alla Cassina, tra cui il grande talento commerciale Aldo Businaro, Afra e Tobia Scarpa e Gaetano Pesce”.

Nel 1966, invece, quello che Adele definisce “il dirompente successo” della C&B, insieme a Piero Busnelli. “Dopo il tentativo fallito di dar vita a un’azienda complementare alla Cassina – un’azienda cioè che potesse rispondere a un mercato più vasto con un prodotto di serie ma comunque di qualità a un prezzo medio – mio padre comprese che lui non poteva essere altro da quello che era ormai diventato e commise il paradossale ma vincente errore di riversare il suo know-how personale e quello del gruppo di designer che già lavorava per lui nella nuova avventura. E quando l’avventura volse al termine, anche per i suoi sopravvenuti sensi di colpa, lasciò e permise in piena consapevolezza a Piero Busnelli, il socio di minoranza, di rilevare la maggioranza della quota azionaria Cassina in C&B nel 1973”.

Il rientro in azienda è per Cesare ancora fonte di grande entusiasmo: “Da questa vicende rimane infatti in eredità il Centro Cassina, il luogo della ricerca, la fucina in cui si provano i materiali e le nuove tecnologie, ma soprattutto il luogo in cui mio padre, circondato da un manipolo di giovani, operai e non, coordinati da Francesco Binfaré, incontra i suoi amati architetti, che allora avevano già cominciato a chiamarsi designer”.

Bauhaus andata e ritorno

Pagine di storia, ma anche pagine di un diario intimo che raccontano di timori, tremori e fallimenti. Alla fine degli anni Sessanta, Adele e Cesare partono alla volta di Darmstadt, dove nel 1961 lo storico Hans Maria Wringler aveva inaugurato il Bauhaus Archive. “Lì speravamo di trovare pezzi che avrebbero fisiologicamente sviluppato la collezione I Maestri, allora avviata con le sole opere di Le Corbusier. Raggiunta la meta, il tesoro si rivela meno ricco delle aspettative. Io e mio padre ci ritroviamo tra le mani alcuni arredi di Walter Gropius. Li guardiamo, li ponderiamo ma non ne siamo convinti. Non crediamo che reggeranno il confronto con l’iconicità e il successo della collezione LC, di cui erano stati acquisiti i diritti nel 1963”. Padre e figlia torneranno a Meda con gli scacchi di Josef Hartwig, disegnati nel 1923, e i tessuti della direttrice del dipartimento di tessitura, Gunta Stölzl, e dalle sue allieve, in particolare Anni Albers.

La casa di Carimate, da Scarpa a Magistretti

Leggendari i rapporti di Cassina con architetti e designer, su tutti Gio Ponti. Nel libro, Adele dedica ampio spazio alle vicende più private, come quella della villa di Carimate, inizialmente affidata a Carlo Scarpa: “Il papà decide di farsi la sua vera prima casa a Carimate. Tutto così reale, definito e magnifico, ma non realizzato. Lettera morta. Come mai? Nessuno potrà mai dirlo con cognizione di causa. Si sa che le motivazioni che orientano le scelte sono di natura umbratile, sfuggenti e soggettive. Ma qualche riflesso, qualche pensiero a mezza voce del papà e l’endemico suo rammarico per non aver realizzato il progetto di Scarpa li ho tenuti ben in mente. Essenzialmente la difficoltà di un uomo semplice di fronte a una sfida forse troppo grande, sicuramente molto dispendiosa oltre che in denaro in energie psichiche ed emotive

L’iter del progetto è poi segnato da un percorso a ostacoli e da qualche atmosfera ostile. Penso alla battaglia per i permessi di costruzione: alle leggi comunali si sommavano quelle non meno limitanti e conformiste del Consorzio residenziale… Al rovello che scombinava mio padre, a proposito del segno distintivo del progetto, quello cioè dell’acqua che dal tetto scorreva lungo le pareti laterali della villa. Ne era attratto e intimorito insieme. Un vero busillis tra difficoltà di realizzazione e incognite circa la manutenzione nel tempo e gli effetti insidiosi dell’azione dell’acqua. Bastava dialogare, chiedere risposte certe e modifiche mirate, penserete voi, e così penso io ora. Ma per i tempi e la forma mentis di Cesare questa via non era contemplata: l’opera di Carlo Scarpa andava colta integralmente e senza possibilità di replica”.

A raccogliere l’eredità e il fallimento di Scarpa sarà Vico The Gentleman. Progetto e realizzazione si completano in soli due anni, 1964-65, e abbracciano non solo l’architettura e il giardino ma anche molti pezzi di arredo, in parte prototipati per la casa e che verranno messi in produzione subito dopo. “In quella casa ho vissuto alcuni mesi dieci anni dopo la sua realizzazione, mentre veniva ristrutturata quella contigua dove ero andata a vivere con mio marito Rodrigo e i miei figli. Ancora ho negli occhi la bellezza della veranda tra il soggiorno e la sala da pranzo, un interno/esterno perfetto per la primavera e l’estate, accogliente e drammatico con i suoi davanzali profondissimi, quasi panche in pietra serena sospese sul giardino”. E sì, sembra quasi di vederli.

 

Foto di apertura: Cesare Cassina seduto sulle poltroncine della serie Carimate nella mostra all'Hospital de la Cruz, Barcelona, 1972 © Archivio Storico Cassina