Dalla Danimarca all’Italia, cresce una generazione di progettisti che risolve serenamente la classica contrapposizione tra industria e autoproduzione. Nel nome di una specializzazione estrema

C’è un bivio particolare, nel mondo del progetto d’arredo, a cui prima o poi (quasi) tutti i designer arrivano. Chi per scommessa, chi per un antico desiderio mai sopito, molti creativi con tutti e due i piedi ben piantati nell’industria a un certo punto sentono il bisogno di misurarsi con l’autoproduzione. Un mondo da sempre controverso, per chi coltiva i legami migliori con le aziende ed è legato a filo doppio alla produzione seriale. Perché, a differenza dei progetti industriali, che si vogliono (almeno in teoria) ponderati, frutto di ricerche di mercato e di brief calibrati, l’autoproduzione è quella strada scivolosa in cui la capacità di dar vita a una nuova sedia in 3D, magari in una bioplastica avveniristica, può generare un abbaglio e trasformarsi in un flop clamoroso

Quasi due anni fa, fece sorridere la design community il post con cui Giorgio Biscaro si domandava se, nel suo nuovo sito, avrebbe per caso dovuto inserire anche i progetti di autoproduzione definendoli “onanismo industriale”. Qualche mese prima, uno dei fortunati haiku di Odo Fioravanti aveva definito il designer autoprogettista “single per scelta… degli altri”. Biscaro, in una lunga intervista, ritornò sulla sua battuta spiegando che “se il progetto non è riproducibile, se non ha possibilità di vendita, se il fatto che sia autoproducibile viene prima dal fatto che sia giustificabile, c’è un problema serio, che automaticamente deve portare alla fine dello sviluppo. Anche perché, diciamocela tutta, nel 90 per cento dei casi queste benedette autoedizioni sono progettini in legno multistrato tagliato a pantografo, metallo taglio-piega etc. etc. A quale azienda rilevante sul piano commerciale o culturale potrebbe interessare?”.

Ovviamente come lo stesso Biscaro riconosceva il restante dieci per cento del design autoprodotto è di gran valore. Un valore che, negli ultimi tempi, cresce grazie alla verticalità di saperi, capacità e competenze che i designer autoeditori più giovani hanno iniziato a iniettare nelle loro produzioni. Uno degli esempi più interessanti arriva dalla Danimarca con Ukurant, il progetto di quattro curatori con base a Copenhagen diventato una mostra a settembre. Ukurant è una selezione di giovani progettisti e delle loro collezioni nate da un approfondimento serrato su una tecnica o su un materiale, nel nome, appunto, della specializzazione. Ma anche un esperimento per avvicinare le imprese all’autoproduzione, visto che il progetto ha come partner un’azienda come Muuto.

Spiega Kamma Rosa Schytte, cofondatrice della rassegna: “Ukurant è una selezione di designer e progetti per rendere omaggio a chi si specializza, a chi padroneggia una disciplina specifica o diventa esperto in un determinato materiale o tecnica. Alla base del progetto c’è il principio secondo cui non c’è innovazione senza specializzazione. Le sfide del nostro tempo hanno bisogno di persone con conoscenze profonde. E questo vale anche per il design. Costruendo una forte comunità di designer con profili e competenze molto diversi, vogliamo che Ukurant contribuisca al riconoscimento dell’importanza della specializzazione dei giovani designer”. 

Per questo, nella selezione danese non trovano posto creazioni generiche, ma manufatti mossi da una verticalità spinta su materiali e tecniche. Ci sono per esempio i portacandele e i vasi di Maria Pita Guerriero realizzati con i funghi, le bottiglie in spugna riciclata di Margarida Lopez Pereira, i tavolini in vetro trasparente soffiato a bocca del talentuoso glassblower Alexander Kirkeby, vincitore dell’ultima edizione di Edit Napoli

In Italia, questo approccio verticale caratterizza i Finemateria. Stefano Bassan e Gianluca Sigismondi, mezzo secolo in due, usciti nel 2019 da IED Milano e subito dopo vincitori di Edit Napoli con un progetto tutto basato sul poliuretano espanso portato a vista e trasformato nell’unico materiale alla base di sedie e poltrone. “È successo un po’ per caso, entrando in una fabbrica di materassi e scoprendo le mille possibilità che si aprivano tra forme e tagli diversi di un materiale associato da sempre alle imbottiture. Approfondire quella strada è stato naturale”.

Così nel 2020 è nata Confort/Uncomfort, la sedia dove un blocco di poliuretano diventa lo schienale avvolgente che dialoga con la seduta fredda in alluminio, e l’anno scorso gli altri due progetti portati a Edit Napoli: Cutter Clouds è un divano in tre strati di poliuretano, un pezzo semplice e minimale, dove il materiale diventa forma e struttura, mentre Please Hold Up è una sedia, anch’essa in poliuretano, dove la variante UP40 del materiale, ad alta portanza, permette alla sedia di reggersi senza altra struttura, il che la rende un prodotto con un elemento di novità. 

Un modo felice, quello di Finemateria, di risolvere con l’entusiasmo degli under 30 la classica dicotomia industria/autoprogettazione: “Forse anche in questo siamo figli di un tempo che ha abituato i designer a misurarsi con realtà e approcci differenti sempre in maniera naturale. Non vediamo conflitti nel disegnare per un’azienda e fare allo stesso tempo autoprogettazione. Peraltro, questa ci sembra una contrapposizione ancora molto italiana. All’estero, soprattutto in Nord Europa, moltissime aziende fanno scouting tra i designer indipendenti e, se trovano un progetto interessante, lavorano a una conversione in cui si ritrovino tutti, il designer e l’azienda stessa. Qui da noi probabilmente siamo un po’ indietro, da questo punto di vista”.

 

Photo cover: Dk, serie di tavoli in vetro realizzati in vetro trasparente soffiato a bocca da Alexander Kirkeby, Ukurant Perspectives, Copenhagen, 16-26 settembre 2021. Il glassblower danese, con una collezione di coppe, tumbler, calici e brocche, è inoltre il vincitore del premio per il miglior inedito del 2021 sezione Seminario di Edit Napoli 2021. 

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