Autocoscienza, rivoluzione femminista, ribellione alle norme sociali: tutto parte dalle mura di casa secondo tante artiste che hanno lavorato sulla domesticità dagli anni 70 a oggi

Il 26 marzo scorso si è conclusa la mostra Domesticanx presso il Museo del Barrio di New York, dedicato all’arte del centro e del sud America.

Il progetto espositivo riuniva sette artisti intergenerazionali sotto il tema del rapporto individuo-spazio domestico ispirandosi al concetto di 'domesticana', teorizzato dall'artista e studiosa Amalia Mesa-Bains negli anni '90 in contrapposizione al 'rasquachismo"'dominato dagli uomini.

Derivante dal termine 'rasquache', che nella cultura latina e chicana – dei messicani immigrati negli Stati Uniti - viene usato per descrivere un comportamento emblematico di una classe inferiore, questo concetto descrive una pratica artistica tipica della classe operaia che prevede il riutilizzo di vecchi oggetti per creare manufatti artistici di fortuna.

Quando adottata dalle donne, questa pratica assume il nome di 'domesticana', diventando uno strumento identitario ed emancipatorio dello spazio rappresentativo femminile. Quello domestico, appunto.

Ampliando l'originale teoria chicana e femminista attraverso la nuova sensibilità intersezionale latina, la curatrice Susanna V. Temkin ha accostato ad artiste affermate come Nitza Tufiño e Maria Brito, artisti emergenti di età, genere, orientamento sessuale e background differenti che hanno proposto le loro personali interpretazioni della sfera privata in un’ottica di sovvertimento degli antichi retaggi imposti dalle strutture di potere patriarcali e coloniali.

Seppur con un formato inedito e dando spazio anche ad altre minoranze, Domesticanx ha nuovamente imposto all’attenzione del pubblico un tema tanto complesso quanto affascinante: la spinosa dicotomia che da sempre caratterizza l’ambiente domestico, per tante donne luogo di cura e protezione, ma anche di costrizione e oppressione.

Nel corso della storia dell’arte, e soprattutto con la nascita dei più recenti movimenti femministi (come il femminismo radicale statunitense), moltissime artiste si sono cimentate nell’interpretazione e nella raffigurazione dell’articolato rapporto tra femminilità e sfera domestica, ognuna secondo la sensibilità del proprio tempo.

Tra queste c’è sicuramente Leonora Carrington che in La cucina aromatica di nonna Moorhead (1975) ha interpretato la domesticità attraverso una rappresentazione tenera e al contempo coraggiosa della cucina, considerata per secoli appannaggio sessista delle donne, ma qui caricata di magia e incanto.

Ricorrendo all’immaginario surrealista che vede nella magia e nel misticismo strumenti di autorealizzazione ed emancipazione personale, Carrington ha esaltato le origini celtiche della nonna materna e il leggendario e matriarcale popolo fatato Sidhe.

Se nel dipinto di Carrington lo spazio domestico è espressione della parte più benevola e premurosa dell’universo femminile (pur rivendicando una certa autonomia nei confronti della controparte maschile), per artiste come Judy Chicago e Miriam Schapiro, pioniere dell’arte femminista, la casa ha sempre rappresentato l’incarnazione dei più radicati stereotipi di genere.

Nell’installazione Womanhouse (1972), progetto conclusivo del loro Feminist Art Program presso il CaLArts Institute, Chicago e Schapiro hanno invitato oltre venti artiste a ripensare il ruolo della donna nello spazio domestico.

Il risultato è stato un’esaltazione e normalizzazione della quotidianità della femminilità attraverso la celebrazione di oggetti tabù come assorbenti e biancheria intima.

Nel 2018 il pionieristico progetto delle due artiste americane è stato inoltre il punto di partenza per la mostra Women House presso il National Museum of Women in the Arts.

Attraverso i lavori di trentasei artiste che spaziavano dalla scultura alla videoarte, la mostra ha fornito un quadro della pluralità di visioni delle donne sulla domesticità e sugli stereotipi ad essa ancora saldamente legati.

Nel 1998 è stata invece Tracey Emin a mettere in scena l’intimità femminile con My Bed, una delle opere più controverse degli anni ’90 per via della crudezza con cui l’artista aveva rappresentato la sua caotica vita privata nelle settimane successive alla fine della sua ultima relazione sentimentale: un letto disfatto circondato da biancheria, alcol, sigarette, preservativi e pillole anticoncezionali.

Tra coloro che hanno fatto della critica al concetto patriarcale di domesticità uno dei loro temi d’elezione si distingue Monica Bonvicini, famosa per i suoi lavori onesti e privi di retorica.

Nella sua ultima personale negli spazi di Galleria Raffaella Cortese, Pleasant (2022), l’artista ha presentato una serie di lavori su specchio che riportavano citazioni di famose scrittrici da cui traspariva tutto il disagio di vivere costrette all’interno delle mura domestiche. L’intento di riappropriazione femminista dello spazio emerge anche dalle sue feroci sculture fatte di pesanti catene di metallo e cinture di pelle nere: una cruda metafora della gravosità della routine casalinga.

Infine, tra le voci emergenti del panorama contemporaneo c’è chi, come la fotografa polacca Joanna Piotrowska, esplora la sfera domestica attraverso la complessità dei rapporti familiari, al contempo teneri e soffocanti, e chi, invece, ripudia il tradizionale concetto occidentale di casa.

È il caso di Hanna Burkart, artista viennese che nel 2016 ha rinunciato ad avere una fissa dimora per concentrare la sua ricerca sulla nozione di abitazione itinerante e sulle mutevoli interazioni tra spazio e comportamento umano da cui derivano opere fotografiche, installazioni e disegni.

Il nomadismo, normalmente associato ad uno stile di vita precario e immorale, diventa nell’esperienza di Burkart uno strumento di emancipazione e riappropriazione del proprio spazio all’interno del mondo. Autocoscienza, rivendicazione delle proprie origini, rivoluzione femminista e ribellione alle norme sociali: tutto parte dalle mura di casa.