Dall’Anti Design degli anni Sessanta al ritorno dell’inflatable nel 2022. Corsi e ricorsi dei progetti gonfiabili

Progettare con l'aria, oggi, è un gesto indagatorio e ambientalista. Quanti oggetti potrebbero esistere in versione flat-pack ed essere poi costruiti con il fiato di chi li userà?

Su questo tema leggi qui

Da sempre, però, il sogno di costruire mobili e architetture con l’aria ha qualcosa a che fare con l’aspirazione alla libertà. E porta con sé una serie di problematiche (di non facilissima soluzione).

Potrebbe far ridere, ma è davvero di questo che si tratta, almeno nelle parole degli artisti e dei progettisti che hanno lavorato con l’idea dell’inflatable negli ultimi sessant’anni. E poche volte nella storia i risultati di una tecnica di fabbricazione sono stati così alterni e poco stabili, un po’ come l’aria che contengono.

Da una parte il gonfiabile è la protesta Postmodernista per eccellenza e la metafora innegabile dell’assenza di definizione e forma della realtà contemporanea.

Dall’altra i gonfiabili hanno un grande e intuibile difetto: si sgonfiano diventando tanto simili a degli ippopotami spiaggiati. O perlomeno questo è stato il commento, piuttosto definitivo, degli store manager Ikea quando nel 2000 il colosso svedese ha lanciato la linea A.i.r. sull’onda dell’insistenza e dell’entusiasmo del fondatore Ingvar Kamprad.

Il progetto è considerato uno dei flop più importanti di Ikea. Ma non è detto che i gonfiabili siano sempre una delusione.

Inflatable nella storia del design (e dell’architettura)

Era il 1967 quando De Pas, D'Urbino e Lomazzi, agli esordi del movimento Radical e Anti Design, disegnano la poltrona Blow e Zanotta la mette in produzione. Il prodotto è un successo e, soprattutto, diventa uno dei progetti iconici dell’epoca. Blow, con i suoi colori vivaci, il materiale plastico e le forme abbondanti e irrazionali, è un inno alla libertà e al progresso.

Lo abbiamo già detto: aria è sinonimo di leggerezza e di rivoluzione.

È l’anti materiale che parla di modernità, sembra per un attimo una strada percorribile per reinventare lo spazio e gli oggetti. Tanto che De Pas, Urbino e Lomazzi tornano a progettare con la stessa tecnica per Eurodomus, una fiera dedicata all'ambiente domestico organizzata all’epoca da Editoriale Domus.

La struttura pressostatica viene battezzata Orchitica ed è una galleria temporanea destinata a ospitare una mostra d’arte. Costo: 1 milione di lire.

Esistono persino i finti gonfiabili

Il gonfiabile desta entusiasmo perché è polimorfo, leggero, instabile.

È un gioco, un’esperienza persino usarlo. Ci si affonda dentro, evoca memorie infantili o estive, come un altro progetto battezzato Blow e prodotto dal 2015 da Gufram.

Una chaise longue che l’azienda stessa definisce "L’arredo ideale del vostro psicanalista situazionista" e che, pur non essendo davvero un gonfiabile (bensì più saggiamente un imbottito) ricorda i materassini in tela gommata degli anni Settanta, per grande gioia dei bambini cinquantenni di oggi.

Altro esempio di un uso razionale dell’inflatable è Pisolò, un pouf/compressore che contiene un letto gonfiabile singolo disegnato da Denis Santachiara e prodotto da Campeggi.

L’accortezza di usare i gonfiabili per progetti appunto 'situazionisti' è intelligente e, a modo suo, funzionale. Perché il bello dell’aria è di essere un buon materiale per riempire oggetti destinati a collassare o a scomparire quando non servono.

L’arte contemporanea: i gonfiabili come descrizione della realtà

L’arte tratta i gonfiabili con un piglio meno spiritoso ma, spesso, terribilmente efficace nel descrivere la nostra informe realtà di esseri umani digitali. Tomàs Saraceno nel 2013 progetta un’opera site specific per Hangar Bicocca: On space time foam.

È un rivestimento pneumatico a tre strati che permette ai visitatori di camminare ( e rotolare) letteralmente nell’aria, uno sull’altro senza toccarsi davvero. Un’opera che costringe a guardare lo spazio come un contenitore in cui ci muoviamo esonerati dalle più ordinarie leggi fisiche.

Bruno Latour, filosofo e antropologo da poco scomparso, all’epoca si dichiarò entusiasta di questo lavoro di Saraceno.

Perché "non è mimetico, è un’opera che dichiara il suo senso a commento di una realtà senza forma attraverso l'esperienza diretta".

Torna il gonfiabile e si chiama Ego

Sean Brown si autodefinisce un creativo a 360°. Non ha un’educazione progettuale ma disegna prodotti da quando è adolescente.

In un certo senso è un fenomeno 'millennial focused', esempio tipico lui stesso di un modello imprenditoriale che nasce su Instagram e finisce nelle case dei trentenni che, soprattutto negli Stati Uniti, sembrano stupirsi e entusiasmarsi davanti a prodotti un po’ naif.

Sean Brown ha cominciato disegnando magliette, è passato ai piccoli complementi: tappeti che riproducono CD famosi.

Attenzione: siamo già ampiamente in un ambito vintage, per un nativo digitale.

Quest’anno ha lanciato Ego, una coppia di poltrone gonfiabili. Occorre dirlo: una delle due assomiglia terribilmente alla Blow del 1967, ma Sean Brown ha probabilmente visto il progetto originale da qualche parte senza approfondire. Esattamente come i suoi follower, che trovano Ego bellissima.

La cosa interessante? Sean Brown ritorna a parlare di leggerezza, flessibilità, ironia. Come facevano gli anti designer sessant’anni fa.